Risale all'ormai 1993 (esattamente il mio anno di nascita, per intenderci) la prima e finora unica escursione negli States del maestro jugoslavo Emir Kusturica, arrivata nelle sale con il titolo Arizona Dream. Nonostante una gestazione travagliata e la limitatissima distribuzione, soprattutto negli USA, la pellicola ha ricevuto un'accoglienza calorosissima dalla critica mondiale, al punto da vincere il premio della giuria al Festival di Berlino.
Protagonista è il poco più che ventenne Axel (Johnny Depp), un giovane fuggito a New York, in seguito alla morte dei genitori, dove lavora al dipartimento per la pesca e la caccia, vista la sua passione per i pesci. Il ragazzo viene convinto dall'amico di sempre Paul (un irresistibile Vincent Gallo) a tornare a casa in occasione delle nozze dello zio Leo. Questi cerca di convincerlo a lavorare per lui nel proprio salone d'auto attraverso una settimana di prova, durante la quale Axel conosce due donne tutt'altro che comuni: Elaine, un'attraente vedova quarantenne, e la figliastra Grace, sempre intenzionata a suicidarsi. Tra la donna ormai matura e il protagonista scoppia un forte sentimento che li porta, contro tutto e tutti, a vivere insieme e a costruire un aereo per scappare in Alaska, la terra dei sogni del ragazzo.
Fin dalla prima immaginifica sequenza appare chiara la direzione che anche questa fatica statunitense di Kusturica perseguirà per tutta la sua durata: un susseguirsi di umorismo grottesco mescolato a momenti di grande intensità tragica, tutto filtrato attraverso l'apparente mancanza di logica tipica del sogno. Proprio come esplicitato dalla voce fuori campo di Johnny Depp i sogni sono al centro della pellicola, poiché non vi è altro modo veramente esaustivo per conoscere una persona se non attraverso ciò che sogna.
Come avrete notato dalla breve sinossi non vi sono molti eventi narrati, l'intera linea narrativa è una sorta di catena di piccoli momenti di apparente quotidianità resi straordinari dalla personalità dei personaggi messi in scena, intervallati a loro volta dai sogni a occhi aperti di Axel. Esemplare per fascinazione e pregnanza di significati la sequenza in cui si vede un pesce volare per le strade americane, una metafora di straordinaria potenza dello smarrimento di chi vive quella fase della vita a cavallo tra l'adolescenza e l'età adulta, quando l'individuo si trova a vagare in un oceano di possibili direzioni da seguire per potersi realizzare. Eppure, come dice spesso Grace, molti finiscono per prendere la via più odiata ma anche più semplice, il replicare la vita dei genitori. Ecco dunque scovato l'altro grande tema che scorre lungo tutto il lungometraggio: l'eterno dualismo genitori vs figli, il desiderio freudiano di uccidere i padri per crearsi una propria personalità e al contempo la rassegnazione nel non riuscire a uscire dall'ingombrante ombra di chi ci mette al mondo.
Simbolo di questi conflitti tra sogni irrealizzabili e la squallida realtà fattuale risulta per il cineasta europeo l'America, la terra dove tutto è possibile, la patria del grande cinema (per niente casuali le citazioni di Scorsese e Hitchcock) e delle Cadillac ma anche il luogo in cui un cittadino straniero scopre che tutte queste cose sono in realtà ombre, sabbia negli occhi che impedisce di vedere quanto dura sia la vita per l'uomo comune. In fondo chi di noi cinefili non riesce a provare una certa empatia per Paul? Privo di talento, in fondo al suo cuore conscio che un giorno dovrà trovare un lavoro vero, di quelli che fanno le persone umili, eppure imperterrito nell'inseguire il sogno di diventare un divo della settima arte, proprio come De Niro e Al Pacino.
In conclusione Arizona Dream può dirsi una riuscitissima trasposizione del cosiddetto realismo magico, tipico della letteratura sudamericana, nel mondo tutto concreto e idealista allo stesso tempo degli Stati Uniti, unicamente grazie alla sensibilità fuori dal comune di un cineasta europeo come Kusturica, amante nel bene e nel male di quel paese simbolo del cinema.
Piccolo satellite orbitante attorno al pianeta Cinema ma con la forte attrazione anche per le altre arti e in particolare per quelle che più segnano la nostra contemporaneità: fumetto, videogame ecc. Fondamentale per me è che chi scriva qui abbia le competenze necessarie (io ad esempio possiedo una laurea triennale al DAMS e una magistrale in storia e critica dello spettacolo). Auguro buona lettura e buona riflessione a chiunque voglia fermarsi su questo sperduto satellite della settima arte.
martedì 30 maggio 2017
lunedì 24 aprile 2017
A DANGEROUS METHOD: DALLA NUOVA CARNE ALLA RIVOLUZIONE DELLA PSICHE
Dopo una lunga serie di pellicole che ne hanno consacrato la fama di re del "body horror" David Cronenberg ha conosciuto, a partire da A History of Violence (2005), una fase di grande cambiamento nel proprio modo di fare cinema; un cambiamento stilistico che lo porta a presentare al Festival di Venezia del 2011 A Dangerous Method. Il film, già anomala rispetto alle precedenti in quanto adattamento scritto da Christopher Hampton di una propria pièce teatrale, spiazza la critica proprio a causa di un aspetto formale estremamente alieno a ciò che si sarebbe aspettata dal regista canadese, così le reazioni finiscono per rimproverare una certa incompiutezza all'opera. Messa da parte la mia predilezione del tutto personale per l'autore di Inseparabili (Dead Ringers, 1988), scopriamo adesso quanta verità si trova in tali giudizi.
Protagonisti assoluti di questa sorta di biopic sono i celebri padri della psicanalisi Sigmund Freud (Viggo Mortensen) e Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), dei quali viene descritto l'incontro e il successivo mutevole percorso del loro rapporto. I due entrano in contatto attraverso una paziente dell'allora giovane Jung, la russa Sabina Spielrein (una Keira Knightley che purtroppo sfigura palesemente rispetto ai colleghi), la quale diventa prima aiutante del medico e poi persino amante. Attraverso la relazione sessuale, emotiva ma anche intellettuale con questa donna lo psicanalista svizzero compie un ripensamento totale delle teorie del proprio maestro e persino delle proprie convinzioni scientifiche e morali; una trasformazione tutt'altro che indolore.
Associare Cronenberg a generi ben codificati del cinema classico come la biografia e il melò deve essere sicuramente risultato piuttosto indigesto a chi si sarebbe aspettato quanto meno qualche esplosione di violenza se non l'horror degli esordi, un po' come in La promessa dell'assassino (Eastern Promises, 2007); eppure nonostante manchi tutto questo il lungometraggio in analisi rappresenta, a mio parere, una tappa dalla quale l'autore non poteva prescindere per coerenza con la propria poetica. Continuare a perseguire una data poetica non necessariamente implica un immobilismo stilistico e quindi trovo ingiusto rimproverare una ben ponderata scelta autoriale come quella applicata alla regia di A Dangerous Method, una direzione sobria ed elegante, scevra da sensazionalismi splatter o sessuali e che riprende, attraverso la fissità della macchina da presa e la lunghezza della inquadrature, l'origine teatrale del materiale messo in scena.
Nonostante l'insistenza della camera sui corpi persista anche in questa fatica del cineasta (si pensi alla inquadratura del sangue in seguito al primo rapporto sessuale della Spielrein o a quella dall'alto che vede quest'ultima e il suo amante abbracciati in una barca, simile a una bara), ciò che si trova a subire una vera e propria mutazione è stavolta la mente, o meglio il pensiero. Ciò che determina ogni dinamica tra i protagonisti è il mutamento delle convinzioni professionali e filosofico-morali di Jung, il quale inizialmente si dimostra fedele, quasi religiosamente, alle teorie del già celebre collega ma con il subentrare di nuove interessanti figure nella sua vita si ritrova a dover ripensare a tutti i propri principi. Sabina, non a caso una figura femminile, scombussola la rigida idea di famiglia borghese e di rapporto tra medico e paziente dell'uomo mentre la conoscenza approfondita con il padre della psicanalisi ne rivelerà il desiderio (quale ironia in questo) tipicamente freudiano di ammazzare il genitore, ossia di scrollarsi dalle spalle le idee ormai divenute dogmi del più anziano mentore per poter cercare la verità anche attraverso discipline parascientifiche. Fondamentale infine nel percorso di mutazione si rivela anche Otto Gross, un ex psicanalista (interpretato da Vincent Cassel) divenuto paziente dello svizzero che predica con incredibile carisma il ripudio della monogamia e di qualsivoglia limite imposto alla ricerca del piacere da parte dell'essere umano.
In conclusione A Dangerous Method , al netto di una forma che può spiazzare i fedeli di lungo corso della filmografia di Cronenberg, rappresenta un momento imprescindibile nel percorso da quest'ultimo affrontato da ormai decenni: il passaggio da una mutazione dell'uomo attraverso la concretezza della carne a una ottenuta tramite l'astrattezza del pensiero e della morale.
Protagonisti assoluti di questa sorta di biopic sono i celebri padri della psicanalisi Sigmund Freud (Viggo Mortensen) e Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), dei quali viene descritto l'incontro e il successivo mutevole percorso del loro rapporto. I due entrano in contatto attraverso una paziente dell'allora giovane Jung, la russa Sabina Spielrein (una Keira Knightley che purtroppo sfigura palesemente rispetto ai colleghi), la quale diventa prima aiutante del medico e poi persino amante. Attraverso la relazione sessuale, emotiva ma anche intellettuale con questa donna lo psicanalista svizzero compie un ripensamento totale delle teorie del proprio maestro e persino delle proprie convinzioni scientifiche e morali; una trasformazione tutt'altro che indolore.
Associare Cronenberg a generi ben codificati del cinema classico come la biografia e il melò deve essere sicuramente risultato piuttosto indigesto a chi si sarebbe aspettato quanto meno qualche esplosione di violenza se non l'horror degli esordi, un po' come in La promessa dell'assassino (Eastern Promises, 2007); eppure nonostante manchi tutto questo il lungometraggio in analisi rappresenta, a mio parere, una tappa dalla quale l'autore non poteva prescindere per coerenza con la propria poetica. Continuare a perseguire una data poetica non necessariamente implica un immobilismo stilistico e quindi trovo ingiusto rimproverare una ben ponderata scelta autoriale come quella applicata alla regia di A Dangerous Method, una direzione sobria ed elegante, scevra da sensazionalismi splatter o sessuali e che riprende, attraverso la fissità della macchina da presa e la lunghezza della inquadrature, l'origine teatrale del materiale messo in scena.
Nonostante l'insistenza della camera sui corpi persista anche in questa fatica del cineasta (si pensi alla inquadratura del sangue in seguito al primo rapporto sessuale della Spielrein o a quella dall'alto che vede quest'ultima e il suo amante abbracciati in una barca, simile a una bara), ciò che si trova a subire una vera e propria mutazione è stavolta la mente, o meglio il pensiero. Ciò che determina ogni dinamica tra i protagonisti è il mutamento delle convinzioni professionali e filosofico-morali di Jung, il quale inizialmente si dimostra fedele, quasi religiosamente, alle teorie del già celebre collega ma con il subentrare di nuove interessanti figure nella sua vita si ritrova a dover ripensare a tutti i propri principi. Sabina, non a caso una figura femminile, scombussola la rigida idea di famiglia borghese e di rapporto tra medico e paziente dell'uomo mentre la conoscenza approfondita con il padre della psicanalisi ne rivelerà il desiderio (quale ironia in questo) tipicamente freudiano di ammazzare il genitore, ossia di scrollarsi dalle spalle le idee ormai divenute dogmi del più anziano mentore per poter cercare la verità anche attraverso discipline parascientifiche. Fondamentale infine nel percorso di mutazione si rivela anche Otto Gross, un ex psicanalista (interpretato da Vincent Cassel) divenuto paziente dello svizzero che predica con incredibile carisma il ripudio della monogamia e di qualsivoglia limite imposto alla ricerca del piacere da parte dell'essere umano.
In conclusione A Dangerous Method , al netto di una forma che può spiazzare i fedeli di lungo corso della filmografia di Cronenberg, rappresenta un momento imprescindibile nel percorso da quest'ultimo affrontato da ormai decenni: il passaggio da una mutazione dell'uomo attraverso la concretezza della carne a una ottenuta tramite l'astrattezza del pensiero e della morale.
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domenica 16 aprile 2017
POWER RANGERS: UNA LEZIONE SUL TERMINE REBOOT
Probabilmente la stragrande maggioranza dei ragazzi nati nel terzo millennio ne ignorano l'esistenza o quasi, eppure per chiunque (sottoscritto compreso) sia nato tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 Power Rangers è sinonimo di infanzia o pre-adolescenza. Un fenomeno nato grazie a una serie tv prodotta dalla Saban Enterteinment nel 1993 che rileggeva in chiave occidentale una precedente serial giapponese chiamato Himitsu Sentai Goranger (1975-1977). Tentando di sfruttare il momento estremamente redditizio di cinecomics e rivisitazioni di cult della cultura pop di qualche decennio fa ecco che nel 2017 arriva nelle sale Saban's Power Rangers, reboot della prima stagione delle avventure televisive dei cinque guerrieri dai diversi colori diretta da Dean Israelite (Project Almanac, 2015). La pellicola è stata accolta da recensioni piuttosto mediocri da parte della critica, specie quella statunitense, mentre i vecchi fan ne hanno apprezzato il mix tra innovazione e strizzate d'occhio al passato. Scopriamo dunque se, come spesso capita, la verità non si trovi a metà tra questi due estremi.
Protagonisti dell'omonimo film sono appunto i cinque power rangers, studenti delle superiori completamente diversi tra loro che si trovano loro malgrado a dover cooperare nel momento in cui acquisiscono dei poteri sovrumani grazie a delle monete aliene rinvenute nella cava della loro città, Angel Grove. Il gruppo, inizialmente tutt'altro che affiatato, è formato da: Jason, un promettente talento del football che ha distrutto la carriera per una bravata, Billy, un ragazzo di colore affetto da lieve autismo, Kimberly, ex cheerleader rifiutata dalle compagne per aver diffuso loro foto compromettenti, Zack, giovane di origini asiatiche che non va mai a scuola per poter curare la madre malata, e infine Trini, appena trasferitasi in città e restia ad aprirsi con gli altri. Una volta ricevuti i poteri scoprono che le monete provengono da un'astronave nella quale vivono il robot Alpha 5 e Zordon (Bryan Cranston), il vecchio leader dei rangers adesso intrappolato in una dimensione dalla quale può comunicare soltanto attraverso una parete. L'ex red ranger informa i ragazzi dell'imminente pericolo che corre il pianeta a causa della malvagia Rita Repulsa (Elizabeth Banks), ex ranger del gruppo del padrone della navicella. Soltanto il nuovo gruppo di eroi può salvare la Terra ma per farlo deve riuscire a far materializzare le armature, cosa impossibile senza una connessione emotiva tra i cinque.
Fin dal sequenza di apertura appaiono chiare le intenzioni del regista della pellicola, ossia restare fedele all'ossatura del materiale d'origine potendo però rendere maggiormente adulta e al passo con i tempi tutto il resto e, anche in virtù di tali scelte narrative, applicare uno stile visivo molto personale. L'introduzione di un passato capace di fare luce circa il rapporto tra Zordon, il nostro pianeta,i power rangers e Rita rende dei personaggi a tutto tondo quelli che nella serie televisiva erano soltanto maschere, un processo che diventa ancora più potente e riuscito nel caso dei giovani protagonisti. Ognuno di essi possiede all'interno dello svolgimento lo spazio necessario a tratteggiarne un profilo quanto meno sufficientemente credibile , soprattutto dal momento in cui questi si presentano come figure tutt'altro che tipicamente eroiche o vincenti, quanto piuttosto dei veri e propri loser (utilizzando un termine molto attuale) chiusi ognuno nel proprio personale mondo fatto di sconfitte. Mai in precedenza nel mondo dei blockbuster avevamo visto persone affette da autismo o una cheerleader alle prese con il peso di essersi resa conto di cosa comporti agire da bullo; persino il leader, Jason, scombina il topos del campione sportivo mostrandone la solitudine e il senso di oppressione causato dagli sguardi inquisitori di una città intera. Tirando le somme dei piani narrativi si può dire che lo sceneggiatore John Gatins abbia amalgamato con ottima abilità artigianale la perfetta struttura da origin story di Batman Begins (Christopher Nolan, 2005) e la lunga tradizione di teen dramas americani, ponendo al centro del lungometraggio il tema dell'amicizia e del passaggio dall'adolescenza alla maturità, come testimoniano sagacemente le citazioni di Stand by Me (Rob Reiner, 1986) e The Goonies (Richard Donner, 1985). Tutto senza rinunciare mai a un'ironia cinefila che mette in ridicolo molti luoghi comuni del cinema mainstream (si pensi alla sequenza in cui tutto lascia presagire che la tanto agognata trasformazione stia per avvenire per poi invece risolversi in un fallimento).
Ancora più sorprendente a mio parere è il lavoro svolto sul lato estetico da parte del giovane cineasta sudafricano. Anziché adagiarsi su una aurea mediocritas tipica delle pellicola d'azione ad alto budget tipica degli ultimi anni dimostra fin dall'incipit una notevole perizia con un lungo piano sequenza, tecnica ripresa pochi minuti dopo in quella che forse è la scena più virtuosa dell'intero film: l'incidente d'auto che mette fine alla carriera sportiva del red ranger viene ripresa con un long take estremamente mobile, soprattutto con dei movimenti a 360 gradi, che ricrea con potenza straordinaria la sensazione di trovarsi all'interno del veicolo al momento della folle corsa e dello schianto. In seguito, per tutta la durata della pellicola o quasi, Israelite opta per inquadrature più brevi ma spesso con la camera a mano posizionata in basso rispetto ai personaggi, quasi come a voler avvicinare il suo prodotto ai reportage di guerra, dove ciò che trionfa non è la spettacolarità della violenza, bensì l'umanità di chi ne è investito.
Arrivato al momento di tirare le somme ritengo Saban's Power Rangers, al netto dei propri difetti di gioventù, uno dei pochi reboot degni di tale termine, poiché aggiorna realmente alla contemporaneità un cult del passato, senza cercare facili escamotage ma con la consapevolezza del mondo presente e soprattutto con un senso dell'arte cinematografica ben chiaro.
Protagonisti dell'omonimo film sono appunto i cinque power rangers, studenti delle superiori completamente diversi tra loro che si trovano loro malgrado a dover cooperare nel momento in cui acquisiscono dei poteri sovrumani grazie a delle monete aliene rinvenute nella cava della loro città, Angel Grove. Il gruppo, inizialmente tutt'altro che affiatato, è formato da: Jason, un promettente talento del football che ha distrutto la carriera per una bravata, Billy, un ragazzo di colore affetto da lieve autismo, Kimberly, ex cheerleader rifiutata dalle compagne per aver diffuso loro foto compromettenti, Zack, giovane di origini asiatiche che non va mai a scuola per poter curare la madre malata, e infine Trini, appena trasferitasi in città e restia ad aprirsi con gli altri. Una volta ricevuti i poteri scoprono che le monete provengono da un'astronave nella quale vivono il robot Alpha 5 e Zordon (Bryan Cranston), il vecchio leader dei rangers adesso intrappolato in una dimensione dalla quale può comunicare soltanto attraverso una parete. L'ex red ranger informa i ragazzi dell'imminente pericolo che corre il pianeta a causa della malvagia Rita Repulsa (Elizabeth Banks), ex ranger del gruppo del padrone della navicella. Soltanto il nuovo gruppo di eroi può salvare la Terra ma per farlo deve riuscire a far materializzare le armature, cosa impossibile senza una connessione emotiva tra i cinque.
Fin dal sequenza di apertura appaiono chiare le intenzioni del regista della pellicola, ossia restare fedele all'ossatura del materiale d'origine potendo però rendere maggiormente adulta e al passo con i tempi tutto il resto e, anche in virtù di tali scelte narrative, applicare uno stile visivo molto personale. L'introduzione di un passato capace di fare luce circa il rapporto tra Zordon, il nostro pianeta,i power rangers e Rita rende dei personaggi a tutto tondo quelli che nella serie televisiva erano soltanto maschere, un processo che diventa ancora più potente e riuscito nel caso dei giovani protagonisti. Ognuno di essi possiede all'interno dello svolgimento lo spazio necessario a tratteggiarne un profilo quanto meno sufficientemente credibile , soprattutto dal momento in cui questi si presentano come figure tutt'altro che tipicamente eroiche o vincenti, quanto piuttosto dei veri e propri loser (utilizzando un termine molto attuale) chiusi ognuno nel proprio personale mondo fatto di sconfitte. Mai in precedenza nel mondo dei blockbuster avevamo visto persone affette da autismo o una cheerleader alle prese con il peso di essersi resa conto di cosa comporti agire da bullo; persino il leader, Jason, scombina il topos del campione sportivo mostrandone la solitudine e il senso di oppressione causato dagli sguardi inquisitori di una città intera. Tirando le somme dei piani narrativi si può dire che lo sceneggiatore John Gatins abbia amalgamato con ottima abilità artigianale la perfetta struttura da origin story di Batman Begins (Christopher Nolan, 2005) e la lunga tradizione di teen dramas americani, ponendo al centro del lungometraggio il tema dell'amicizia e del passaggio dall'adolescenza alla maturità, come testimoniano sagacemente le citazioni di Stand by Me (Rob Reiner, 1986) e The Goonies (Richard Donner, 1985). Tutto senza rinunciare mai a un'ironia cinefila che mette in ridicolo molti luoghi comuni del cinema mainstream (si pensi alla sequenza in cui tutto lascia presagire che la tanto agognata trasformazione stia per avvenire per poi invece risolversi in un fallimento).
Ancora più sorprendente a mio parere è il lavoro svolto sul lato estetico da parte del giovane cineasta sudafricano. Anziché adagiarsi su una aurea mediocritas tipica delle pellicola d'azione ad alto budget tipica degli ultimi anni dimostra fin dall'incipit una notevole perizia con un lungo piano sequenza, tecnica ripresa pochi minuti dopo in quella che forse è la scena più virtuosa dell'intero film: l'incidente d'auto che mette fine alla carriera sportiva del red ranger viene ripresa con un long take estremamente mobile, soprattutto con dei movimenti a 360 gradi, che ricrea con potenza straordinaria la sensazione di trovarsi all'interno del veicolo al momento della folle corsa e dello schianto. In seguito, per tutta la durata della pellicola o quasi, Israelite opta per inquadrature più brevi ma spesso con la camera a mano posizionata in basso rispetto ai personaggi, quasi come a voler avvicinare il suo prodotto ai reportage di guerra, dove ciò che trionfa non è la spettacolarità della violenza, bensì l'umanità di chi ne è investito.
Arrivato al momento di tirare le somme ritengo Saban's Power Rangers, al netto dei propri difetti di gioventù, uno dei pochi reboot degni di tale termine, poiché aggiorna realmente alla contemporaneità un cult del passato, senza cercare facili escamotage ma con la consapevolezza del mondo presente e soprattutto con un senso dell'arte cinematografica ben chiaro.
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lunedì 10 aprile 2017
TRAIN TO BUSAN: L'ALBA DEI MORTI VIVENTI COREANI
Reduce
da una carriera da regista e sceneggiatore esclusivamente
nell'animazione il sud coreano Yeon Sang-ho presenta durante
l'edizione 2016 del Festival di Cannes il suo primo lavoro
live-action, lo zombie movie Train to Busan.
Il lungometraggio si è rivelato un successo strepitoso di pubblico
in patria e in numerosi paesi asiatici, oltre ad aver convinto la
maggioranza della critica, sia orientale che occidentale, nonostante
negli ultimi anni il motivo degli zombie sia stato affrontato in
centinaia di film, serie tv, videogame e qualunque altro media al
punto da rendere quasi superfluo qualsiasi nuovo tentativo.
Protagonisti
assoluti della pellicola diretta dall'autore di The King of
Pigs (2011) sono Seok-woo, un
egoista broker tutto dedito al proprio lavoro, e sua figlia Soo-an,
con la quale ha un rapporto estremamente difficile a causa del suo
assenteismo reiterato. L'uomo promette alla piccola, per il suo
compleanno, di riportarla a Busan dalla madre e quindi partono per la
città in questione in treno. Quello che sembra essere un normale
viaggio di qualche ora come tanti si rivela invece una vera e propria
discesa negli inferi: a bordo sale una ragazza che si rivela essere
infetta da uno strano virus capace di trasformare gli esseri umani in
aggressive bestie antropofaghe semplicemente attraverso il morso. La
giovane infetta mordendo diventa l'innesco del morbo sul treno, che
in breve vede tramutare in queste creature la maggior parte dei
passeggeri e del personale a bordo. Soltanto i due protagonisti e una
manciata di altre persone, tra cui spiccano il gigante di buon cuore
Sang-hwa con la consorte in dolce attesa, un giovane giocatore di
baseball con la fidanzata, un barbone, due anziane sorelle e un
meschino uomo d'affari.
A
causa dell'esplosione del fenomeno zombie di cui ho accennato in
precedenza poter apportare un contributo di rilievo a tale
sottogenere dell'horror diventa un obbiettivo estremamente arduo,
ancora di più per un cineasta coreano, vista la scarsa dimestichezza
del cinema dell'orrore asiatico con questo tipo di creature, per di
più alla prima esperienza con il live-action. Nonostante tutte
queste incognite di non poco conto Yeon Sang-ho dimostra per prima
cosa di conoscere bene le proprie fonti, le basi da cui non può
prescindere per questo lavoro, come dimostrano le enormi capacità
atletiche degli infetti, riprese da 28 giorni dopo
(Danny Boyle, 2002), o la scelta di rinchiudere personaggi umani di
diversa estrazione sociale in un luogo claustrofobico che richiama
la La notte dei morti viventi
(1968) e Zombi (1978),
entrambi diretti da George A. Romero. Dunque quello a cui assiste il
pubblico è semplicemente un pastiche di tutta la filmografia
dedicata a tali creature? Non a mio avviso. La grande intelligenza
dell'autore di The Fake
(2013) si dimostra nel momento in cui rielabora attraverso la propria
sensibilità e la propria poetica tutta l'esperienza precedente nel
genere. La spietata critica sociale al centro dei lavori del già
citato Romero viene decostruita e adattata alla società coreana
odierna, ossessionata dal successo personale e irrigidita in una
scala piramidale nella quale i più forti (o meglio i più ricchi)
sono tenuti a schiacciare i deboli su cui basano il proprio
prestigio. In questo modo il treno, il mezzo di trasporto che quasi
mai può deviare da un dato percorso prestabilito, diventa metafora
del paese d'origine del regista e i sopravvissuti alla prima ondata
del virus assumono il ruolo di simboli dei vari gradini della
piramide, in cima alla quale si trovano proprio Seok-woo e il manager
Yon-suk. Ecco però che nuovamente l'autore devia dal solco tracciato
dai suoi predecessori; i personaggi infatti non si limitano ad
assurgere alla funzione di simulacri, bensì riescono a rivelare la
propria umanità a tutto tondo, come dimostra soprattutto il broker
protagonista, il quale emerge alla fine della propria discesa negli
inferi come una persona completamente diversa da quella di partenza,
un novello Enea che impara ad aiutare il prossimo disinteressatamente
e che recupera il rispetto e l'amore della figlia. All'opposto il
cinico ed egoista uomo d'affari che ostacola in tutti i modi
possibili gli altri superstiti finisce per restare l'unico carattere
piatto, limitato a mostrarsi portatore solamente dell'istinto di
sopravvivenza in quanto foriero in tutto e per tutto delle istanze
disumane della società sudcoreana.
A supporto di una rievocazione
del mito di Enea da parte di Yeon Sang-ho vi sono numerose sequenze e
scelte visive, alcune quasi letterali, come le costanti fughe dei
personaggi in coppie che rievocano direttamente quella dell'eroe
troiano con il giovane figlio Ascanio, mentre altre maggiormente
sfumate. Tra queste ultime identifico l'espediente della cecità al
buio degli zombie, una trovata che permette da un punto di vista
narrativo di dare maggiori speranze di salvezza ai poveri
protagonisti ma che allo stesso tempo giustifica una serie di
sequenze completamente prive di luce che evocano la visione antica
degli inferi, un luogo oscuro e popolato da essere che ormai di umano
non possiedono altro che il passato, proprio come gli infetti.
In
conclusione Train to Busan
si rivela, specie per gli appassionati di cinema di genere, una
gradita sorpresa in mezzo allo sterminato universo di prodotti
dedicati ai morti viventi, ben conscio dei pilastri del passato ma
capace di rileggerli in chiave personale e, cosa non da poco,
limitando al minimo gli elementi splatter in favore di riflessioni
socio-politiche e persino momenti di alto impatto emotivo. In parole
povere, un'esperienza assolutamente consigliata.
sabato 11 marzo 2017
WARCRAFT: QUESTIONE RAZZIALE E FANTASY
Arrivato forse a uno degli snodi cruciali della propria promettente carriera, la realizzazione della terza fatica da cineasta, il britannico Duncan Jones si avventura in una delle imprese più ardue per il cinema contemporaneo: l'adattamento di un famoso videogame, in questo caso il capostipite della celeberrima saga Warcraft. L'autore di Source Code (2011), il quale si dichiara fin dagli inizi del progetto un grande estimatore del materiale di partenza, porta così nelle sale Warcraft - L'inizio (Warcraft) nel 2016, pellicola da lui diretta e co-scritta. Il risultato spiazza e divide nettamente l'utenza, con la critica più tradizionale che attacca senza mezzi termini il prodotto da un punto di vista narrativo mentre i fan del videogame apprezzano la fedeltà e le strizzate d'occhio allo stesso. In questa divisone quasi filosofica di giudizio il film si rivela al botteghino il maggiore incasso nella storia delle opere tratte dal mondo dell'intrattenimento elettronico ma la maggioranza del proprio pubblico si rivela cinese, altro dato segno della nuova era che stiamo vivendo.
Le vicende narrate si svolgono in due diversi mondi, Draenor e Azeroth, e due razze, umani e orchi. Questi ultimi, abitanti di Draenor, vengono guidati dal potente quanto dispotico stregone Gul'Dan a invadere attraverso un portale il regno umano di Roccavento, che, abbandonato al proprio destino dai suoi stessi simili e dai nani, si apprestano a resistere e a tentare di liberare gli umani prigionieri, usati dal terribile mago per alimentare il portale. Al centro di questa terribile guerra si trovano Durotan, orco capo del clan dei lupi bianchi, la mezzosangue Garona, il capo delle forze militari di Roccavento Anduin Lothar e il giovane mago Khadgar.
Il primo pensiero che affolla la testa alla visione di Warcraft è certamente il chiaro riferimento costante in molte suggestioni visive e narrative alla trilogia de Il signore degli anelli diretta da Peter Jackson, eppure allo stesso tempo le differenze rispetto alla stessa sono abissali e fingere che non siano degne di nota sarebbe una leggerezza imperdonabile. Al netto di una costante ricerca di quel respiro epico introdotto nelle proprie opere dal regista neozelandese, il film diretto dal figlio di David Bowie abbraccia con orgoglio le proprie origini da un media diverso dal cinema e per questo adotta molte inquadrature tipiche proprio del videogame, come ad esempio la camera dietro le spalle in stile Resident Evil 4 adottata nella visivamente straordinaria sequenza d'apertura, ma soprattutto costruisce la stragrande maggioranza del visibile in CGI. Una computer grafica talmente sofisticata da renderla quasi indistinguibile dalla realtà, scelta che non solo esalta la bellezza dei molti paesaggi mostrati ma soprattutto sottolinea la tematica principale del lungometraggio, ossia la questione razziale.
Con grande aderenza all'attualità, si pensi agli imponenti flussi migratori dall'Africa all'Europa ma anche alla grande mole di pellicole che hanno trattato tale tema, Jones utilizza il fantasy per imbastire un discorso tutt'altro che alieno alla dimensione reale sulla diversità, o meglio sulla non diversità. I personaggi messi in scena non rivelano mai una maggiore o minore moralità soltanto in base alla loro appartenenza etnica, come spesso succede nel genere adottato, e anzi credo che il cineasta britannico abbia deciso consapevolmente (bisognerebbe ricordare a molti critici che uno sceneggiatore fine non smette improvvisamente di esserlo) di concentrare l'indagine psicologica sugli orchi, i quali risultano alla fine ben più umani degli uomini. Un esempio di tale decisione è ben visibile nella trattazione del senso di sacrificio e delll'amore per la famiglia di Durotan, che si rispecchiano in quelli del re Llane Wrynn ma non con la stessa forza emotiva e la stessa intimità, così come la prova di essa risiede a mio parere nella modifica completa del finale rispetto a quello del videogame, nel quale veniva mostrata un'orgia di violenza completamente ingiustificata da parte degli invasori verdi.
Sempre a proposito della questione razziale resta un peccato constatare il non del tutto adeguato spazio riservato al sentimento che nasce tra Anduin e Garona, due personaggi tormentati e poco inclini all'apertura verso il prossimo che finiscono per sentirsi sempre più vicini, specie in una delle sequenze più d'impatto da un punto di vista emotivo dell'intera pellicola. Peccato anche che le performance attoriali non esaltino la gran parte dei personaggi messi in scena, con l'eccezione delle performance capture ottime degli orchi e della più naturale interpretazione di Paula Patton, per i motivi prima asseriti.
In definitiva la prima incursione nel cinema tratto dai videogame da parte di un autore talentuoso come Duncan Jones si rivela essere assolutamente imperfetta, meno raffinata rispetto a un esordio come Moon (2009) ma allo stesso tempo ricca di spunti interessanti che potrebbero portare a risultati migliori nei prossimi capitoli di quella che dovrebbe diventare una nuova trilogia.
Le vicende narrate si svolgono in due diversi mondi, Draenor e Azeroth, e due razze, umani e orchi. Questi ultimi, abitanti di Draenor, vengono guidati dal potente quanto dispotico stregone Gul'Dan a invadere attraverso un portale il regno umano di Roccavento, che, abbandonato al proprio destino dai suoi stessi simili e dai nani, si apprestano a resistere e a tentare di liberare gli umani prigionieri, usati dal terribile mago per alimentare il portale. Al centro di questa terribile guerra si trovano Durotan, orco capo del clan dei lupi bianchi, la mezzosangue Garona, il capo delle forze militari di Roccavento Anduin Lothar e il giovane mago Khadgar.
Il primo pensiero che affolla la testa alla visione di Warcraft è certamente il chiaro riferimento costante in molte suggestioni visive e narrative alla trilogia de Il signore degli anelli diretta da Peter Jackson, eppure allo stesso tempo le differenze rispetto alla stessa sono abissali e fingere che non siano degne di nota sarebbe una leggerezza imperdonabile. Al netto di una costante ricerca di quel respiro epico introdotto nelle proprie opere dal regista neozelandese, il film diretto dal figlio di David Bowie abbraccia con orgoglio le proprie origini da un media diverso dal cinema e per questo adotta molte inquadrature tipiche proprio del videogame, come ad esempio la camera dietro le spalle in stile Resident Evil 4 adottata nella visivamente straordinaria sequenza d'apertura, ma soprattutto costruisce la stragrande maggioranza del visibile in CGI. Una computer grafica talmente sofisticata da renderla quasi indistinguibile dalla realtà, scelta che non solo esalta la bellezza dei molti paesaggi mostrati ma soprattutto sottolinea la tematica principale del lungometraggio, ossia la questione razziale.
Con grande aderenza all'attualità, si pensi agli imponenti flussi migratori dall'Africa all'Europa ma anche alla grande mole di pellicole che hanno trattato tale tema, Jones utilizza il fantasy per imbastire un discorso tutt'altro che alieno alla dimensione reale sulla diversità, o meglio sulla non diversità. I personaggi messi in scena non rivelano mai una maggiore o minore moralità soltanto in base alla loro appartenenza etnica, come spesso succede nel genere adottato, e anzi credo che il cineasta britannico abbia deciso consapevolmente (bisognerebbe ricordare a molti critici che uno sceneggiatore fine non smette improvvisamente di esserlo) di concentrare l'indagine psicologica sugli orchi, i quali risultano alla fine ben più umani degli uomini. Un esempio di tale decisione è ben visibile nella trattazione del senso di sacrificio e delll'amore per la famiglia di Durotan, che si rispecchiano in quelli del re Llane Wrynn ma non con la stessa forza emotiva e la stessa intimità, così come la prova di essa risiede a mio parere nella modifica completa del finale rispetto a quello del videogame, nel quale veniva mostrata un'orgia di violenza completamente ingiustificata da parte degli invasori verdi.
Sempre a proposito della questione razziale resta un peccato constatare il non del tutto adeguato spazio riservato al sentimento che nasce tra Anduin e Garona, due personaggi tormentati e poco inclini all'apertura verso il prossimo che finiscono per sentirsi sempre più vicini, specie in una delle sequenze più d'impatto da un punto di vista emotivo dell'intera pellicola. Peccato anche che le performance attoriali non esaltino la gran parte dei personaggi messi in scena, con l'eccezione delle performance capture ottime degli orchi e della più naturale interpretazione di Paula Patton, per i motivi prima asseriti.
In definitiva la prima incursione nel cinema tratto dai videogame da parte di un autore talentuoso come Duncan Jones si rivela essere assolutamente imperfetta, meno raffinata rispetto a un esordio come Moon (2009) ma allo stesso tempo ricca di spunti interessanti che potrebbero portare a risultati migliori nei prossimi capitoli di quella che dovrebbe diventare una nuova trilogia.
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venerdì 24 febbraio 2017
THE STRANGERS: LA VIOLENZA PRIVA DI VOLTO, PRIVA DI RAGIONE
All'ormai lontano 2008 risale l'esordio da regista e sceneggiatore dell'americano Bryan Bertino, una new entry nell'ormai piuttosto affollato sottogenere horror detto home invasion intitolata The Strangers. A fronte di un budget piuttosto esiguo per gli standard statunitensi il film ottiene un ottimo successo commerciale, grazie al quale ottiene anche una distribuzione in Italia, pubblicizzata con forza a un anno di distanza. Nonostante un buon riscontro di pubblico anche in Europa a restare ben più fredda è la critica, soprattutto quella d'oltreoceano, concentrata soprattutto sulle somiglianze della trama con altri esponenti dello stesso genere (ad esempio quel Them diretto nel 2006 dai francesi David Moreau e Xavier Palud) più che sull'apporto stilistico del suo autore, il lato che più di ogni altro conta nel cinema definibile di genere.
Il lungometraggio si apre con un criptico incipit che soltanto alla fine si scoprirà essere un flashforward, al termine del quale vengono finalmente introdotta la coppia protagonista: James (Scott Speedman) e la sua ragazza Kristen (la mai deludente Liv Tyler). I due sono in piena crisi dopo che la donna ha rifiutato la proposta di matrimonio del compagno e si trovano a raggiungere la casa dei genitori di lui senza avere neanche la forza di guardarsi negli occhi. Durante un tentativo di riavvicinarsi bussa alla porta una ragazzina chiedendo di una certa Tamara. James le dice di aver sbagliato ma la misteriosa giovane si congeda con un inquietante "ci vediamo più tardi". Come preannunciato la ragazza busserà altre volte al portone della casa, venendo raggiunta da altri due personaggi mascherati con i quali trasforma la nottata, già molto negativa, dei protagonisti in un incubo.
Risulta evidente persino da una breve sinossi come la mia quanto The Strangers si affidi a molti degli elementi cardine del proprio genere di appartenenza come gli aggressori mascherati, la coppia interrotta durante l'intimità o la casa sperduta ma, come ho ribadito in altri post, in un prodotto fieramente di genere lo stile è ciò che lo contraddistingue e che ne determina la riuscita. Una delle scelte più personali di Bertino è quella di limitare più possibile i momenti di violenza grafica per concentrarsi sulla creazione di un clima di tensione, una operazione che lo porta a concentrarsi per almeno metà film sul burrascoso rapporto d'amore tra i personaggi principali e in seguito sul senso di pericolo in agguato nato dalle ripetute apparizioni della misteriosa ragazzina. A rendere davvero palpabile questo clima è proprio la regia del cineasta americano, il quale utilizza con intelligenza la steadycam per creare una lunga serie di false soggettive aventi l'effetto di aumentare la carica voyeristica della pellicola, così come in alcune riuscitissime inquadrature (si pensi alla prima apparizione dell'uomo mascherato) sfrutta la profondità di campo. Altrettanto fondamentale risulta l'apporto di un montaggio tutt'altro che banale, capace di creare momenti di grande qualità estetica (i sinistro incipit) ma anche di asciugare il racconto, eliminano ogni pericolo di prolissità e donandogli una naturalezza spesso sconosciuta agli horror a stelle e strisce. Indiscutibilmente affascinante, cosa che non si può dire di molte produzioni simili, si dimostra la fotografia, la quale esalta soprattutto il contrasto tra il buio della notte in una casa sperduta e i colori caldi dati da fonti di luce diegetiche così come da altri elementi di colore rosso, come ad esempio i petali sparsi da James.
Proprio i petali di rosa disseminati nella camera da letto dal protagonista per una sorpresa andata male introduce quello che a mio parere risulta essere il tema alla base dell'intero film: la violenza. Il rosso domina cromaticamente per tutta la sua durata e non a caso, dato essa è contraddistinta da episodi di violenza di natura diversa. Se l'assedio e la tortura, prima psicologica e poi fisica, inferta dalle figure mascherate si rivela la più palese non bisogna relegare in secondo piano quelle più subdole ma altrettanto dolorose messe in scena precedentemente. Questa diversa tipologia di violenza si potrebbe definire emotiva e può essere sintetizzata in quelle che si infliggono a vicenda James e Kristen, attacchi fatti di piccole meschinità che non fanno altro che incrinare il loro amore, come la scelta della donna di rifiutare la proposta per paure ingiustificate o la messa in discussione dell'intera relazione da parte del compagno. Nonostante la diversa origine e oggettivazione i due tipi di violenza appena espressi condividono la medesima mancanza di razionalità: così come gli aggressori negano in ogni modo un reale movente al loro comportamento (il"perché eravate in casa" diventa quanto mai eloquente) alla stessa stregua la coppia di innamorati si ferisce continuamente nella prima metà della pellicola ma senza un reale motivo razionale (esemplare la bugia sulle presunte battute di caccia), proprio come la paura, il sentimento più lontano dal raziocinio, spinge il giovane inesperto di armi a colpire fatalmente il suo migliore amico.
Cosa distingue allora in profondità il male inflitto fisicamente da quello inflitto al cuore? Il volto può farlo; infatti mentre sappiamo benissimo chi sia il soggetto dietro le ripicche tra i protagonisti nessuno sa chi ci sia realmente dietro le torture perpetrate. I tre villain utilizzano quasi sempre delle maschere tanto semplici quanto terrorizzanti ma a renderli davvero privi di identità è la macchina da presa di Bertino, la quale nega allo spettatore la visione delle loro facce persino quando le scoprono inquadrandone i piedi, allo stesso modo dell'ombra quando la più giovane del gruppo bussa per la prima volta alla porta delle future vittime.
Chiaramente il lungometraggio non ricerca una indagine sociologica stratificata quanto quella di Funny Games (Michael Haneke, 1997), eppure il ripetuto diniego di elementi empatici nei confronti degli assassini non può non far riflettere sulla banalità e l'irrazionalità del male.
Alla luce delle mie brevi riflessioni consiglio, soprattutto agli appassionati di horror, quanto meno un paio di visioni di The Strangers, un prodotto tutt'altro che esente da critiche ma altrettanto ben realizzato e interessante per essere un esordio assoluto per il proprio autore.
Il lungometraggio si apre con un criptico incipit che soltanto alla fine si scoprirà essere un flashforward, al termine del quale vengono finalmente introdotta la coppia protagonista: James (Scott Speedman) e la sua ragazza Kristen (la mai deludente Liv Tyler). I due sono in piena crisi dopo che la donna ha rifiutato la proposta di matrimonio del compagno e si trovano a raggiungere la casa dei genitori di lui senza avere neanche la forza di guardarsi negli occhi. Durante un tentativo di riavvicinarsi bussa alla porta una ragazzina chiedendo di una certa Tamara. James le dice di aver sbagliato ma la misteriosa giovane si congeda con un inquietante "ci vediamo più tardi". Come preannunciato la ragazza busserà altre volte al portone della casa, venendo raggiunta da altri due personaggi mascherati con i quali trasforma la nottata, già molto negativa, dei protagonisti in un incubo.
Risulta evidente persino da una breve sinossi come la mia quanto The Strangers si affidi a molti degli elementi cardine del proprio genere di appartenenza come gli aggressori mascherati, la coppia interrotta durante l'intimità o la casa sperduta ma, come ho ribadito in altri post, in un prodotto fieramente di genere lo stile è ciò che lo contraddistingue e che ne determina la riuscita. Una delle scelte più personali di Bertino è quella di limitare più possibile i momenti di violenza grafica per concentrarsi sulla creazione di un clima di tensione, una operazione che lo porta a concentrarsi per almeno metà film sul burrascoso rapporto d'amore tra i personaggi principali e in seguito sul senso di pericolo in agguato nato dalle ripetute apparizioni della misteriosa ragazzina. A rendere davvero palpabile questo clima è proprio la regia del cineasta americano, il quale utilizza con intelligenza la steadycam per creare una lunga serie di false soggettive aventi l'effetto di aumentare la carica voyeristica della pellicola, così come in alcune riuscitissime inquadrature (si pensi alla prima apparizione dell'uomo mascherato) sfrutta la profondità di campo. Altrettanto fondamentale risulta l'apporto di un montaggio tutt'altro che banale, capace di creare momenti di grande qualità estetica (i sinistro incipit) ma anche di asciugare il racconto, eliminano ogni pericolo di prolissità e donandogli una naturalezza spesso sconosciuta agli horror a stelle e strisce. Indiscutibilmente affascinante, cosa che non si può dire di molte produzioni simili, si dimostra la fotografia, la quale esalta soprattutto il contrasto tra il buio della notte in una casa sperduta e i colori caldi dati da fonti di luce diegetiche così come da altri elementi di colore rosso, come ad esempio i petali sparsi da James.
Proprio i petali di rosa disseminati nella camera da letto dal protagonista per una sorpresa andata male introduce quello che a mio parere risulta essere il tema alla base dell'intero film: la violenza. Il rosso domina cromaticamente per tutta la sua durata e non a caso, dato essa è contraddistinta da episodi di violenza di natura diversa. Se l'assedio e la tortura, prima psicologica e poi fisica, inferta dalle figure mascherate si rivela la più palese non bisogna relegare in secondo piano quelle più subdole ma altrettanto dolorose messe in scena precedentemente. Questa diversa tipologia di violenza si potrebbe definire emotiva e può essere sintetizzata in quelle che si infliggono a vicenda James e Kristen, attacchi fatti di piccole meschinità che non fanno altro che incrinare il loro amore, come la scelta della donna di rifiutare la proposta per paure ingiustificate o la messa in discussione dell'intera relazione da parte del compagno. Nonostante la diversa origine e oggettivazione i due tipi di violenza appena espressi condividono la medesima mancanza di razionalità: così come gli aggressori negano in ogni modo un reale movente al loro comportamento (il"perché eravate in casa" diventa quanto mai eloquente) alla stessa stregua la coppia di innamorati si ferisce continuamente nella prima metà della pellicola ma senza un reale motivo razionale (esemplare la bugia sulle presunte battute di caccia), proprio come la paura, il sentimento più lontano dal raziocinio, spinge il giovane inesperto di armi a colpire fatalmente il suo migliore amico.
Cosa distingue allora in profondità il male inflitto fisicamente da quello inflitto al cuore? Il volto può farlo; infatti mentre sappiamo benissimo chi sia il soggetto dietro le ripicche tra i protagonisti nessuno sa chi ci sia realmente dietro le torture perpetrate. I tre villain utilizzano quasi sempre delle maschere tanto semplici quanto terrorizzanti ma a renderli davvero privi di identità è la macchina da presa di Bertino, la quale nega allo spettatore la visione delle loro facce persino quando le scoprono inquadrandone i piedi, allo stesso modo dell'ombra quando la più giovane del gruppo bussa per la prima volta alla porta delle future vittime.
Chiaramente il lungometraggio non ricerca una indagine sociologica stratificata quanto quella di Funny Games (Michael Haneke, 1997), eppure il ripetuto diniego di elementi empatici nei confronti degli assassini non può non far riflettere sulla banalità e l'irrazionalità del male.
Alla luce delle mie brevi riflessioni consiglio, soprattutto agli appassionati di horror, quanto meno un paio di visioni di The Strangers, un prodotto tutt'altro che esente da critiche ma altrettanto ben realizzato e interessante per essere un esordio assoluto per il proprio autore.
lunedì 20 febbraio 2017
INSOMNIA: TEMPO E MORALITÀ DOVE IL SOLE NON TRAMONTA
Sulla scia dell'enorme clamore provocato dal precedente Memento (2000) Christopher Nolan nel 2002 si occupa per la prima volta di una grande produzione hollywoodiana dirigendo Insomnia. La pellicola, remake omonimo del film norvegese del 1997 realizzato da Erik Skjoldbjærg, si avvale di un cast di grande richiamo mondiale e ottiene così un ottimo successo commerciale, così come recensioni estremamente positive. Con il passare degli anni e l'incremento esponenziale della fama del cineasta britannico il lungometraggio ha subito una ridicola (non potrei definirla altrimenti) campagna denigratoria, una di quelle idee poco sensate ma che diventano dogmi grazie al web per la quale debba essere considerato come il momento minore nella filmografia dell'autore di Inception (2010) a causa della sua natura di rifacimento e dello script non accreditatogli neanche in parte. Tralasciando la questione non del tutto chiara sugli interventi del cineasta sulla sceneggiatura tra poco individuerò sinteticamente alcuni spunti estremamente interessanti del film, oltretutto tipicamente nolaniani.
Al centro delle vicende narrate si trova l'ormai navigato detective della polizia di Los Angeles Will Dormer (Al Pacino), il quale viene mandato insieme al suo partner Hap Eckhart (Martin Donovan) in un piccolo centro dell'Alaska per aiutare la polizia locale a risolvere un caso di omicidio. Ad essere stata assassinata è una ragazza ancora minorenne appassionata di gialli scritti da un romanziere locale, tale Walter Finch (Robin Williams). Ad aiutare i due esperti poliziotti agisce soprattutto la giovane ma acuta Ellie (Hilary Swank). Will capisce immediatamente che il principale sospettato, il ragazzo della vittima, nonostante la picchiasse spesso non poteva essere il colpevole e fiuta la presenza di un altro uomo con cui la ragazza portava avanti uno strano rapporto ma è costretto a fare i conti con la decisione del proprio partner di patteggiare con gli affari interni, i quali stavano indagando senza sosta sui due. Nel momento in cui il protagonista riesce a mettere in trappola il presunto assassino la situazione degenera e, tratto (forse) in inganno dalla nebbia, colpisce mortalmente con la pistola di riserva il Hap, il quale prima di morire lo accusa di averlo voluto ammazzare con premeditazione. A questo punto l'uomo decide di non raccontare la verità e fa ricadere la colpa sull'assassino della diciassettenne, che però assiste all'accaduto e inizia a ricattare il poliziotto, ormai sempre meno lucido a causa dell'insonnia.
Persino da questa riduttiva sinossi è possibile riscontrare molti topoi della filmografia nolaniana, nonostante non sia errato definire Insomnia il suo primo lavoro su commissione e il soggetto sia una pellicola altrui. Il protagonista rispecchia in tutto e per tutto l'uomo al centro della sua riflessione, diviso tra il dovere verso le persone a cui ha dedicato tutta la propria vita (in questo caso le tantissime famiglie protette dalla polizia a cui spesso si fa riferimento) e una perdita del proprio io, una condizione di costante insicurezza nei confronti di quella visione razionale del mondo che permette di capire cosa sia reale e cosa non lo sia, cosa sia giusta e cosa sbagliato. Il personaggio interpretato da Al Pacino, esattamente come Leonard o Dom Cobb, si mostra estremamente meticoloso nel proprio lavoro ma dilaniato nell'interno da scelte passate che non possono essere cancellate e che condizionano il presente al punto da alterare completamente la percezione stessa che ha del mondo. L'impossibilità di dormire, dovuta ai rimorsi, provoca nell'uomo una perdita di lucidità resa ancor più potente dall'assenza del buio, dovuta a quel periodo dell'anno in cui in Alaska il sole non tramonta mai. L'insonnia diventa dunque una manifestazione fisica dei tormenti interiori di Will, il quale non riesce più a distinguere chiaramente il bene dal male proprio come non riesce più a capire quando sia notte e quando sia giorno.
In una situazione molto simile si trova Finch, che nelle chiamate effettuate al detective forestiero sottolinea quanto i due si somiglino a causa della loro incapacità di dormire e di tornare indietro una volta provato cosa significhi togliere la vita a un altro essere umano. Anche l'assassino si dimostra un uomo per natura estremamente razionale (si pensi alla sua attività di scrittore di gialli o all'escamotage del registratore) ma ormai in preda a una perdita delle proprie certezze, come ben si evince nel momento in cui racconta a Will ciò che accadde tra lui e la sua vittima.
A mettere in luce le debolezze e i tormenti dell'insonne protagonista è, proprio come nel successivo Inception, la giovane talentuosa presa sotto la propria ala, in questo caso la poliziotta portata sullo schermo da Hilary Swank. La donna, esattamente come Arianna, inizialmente nutre una ammirazione profonda per il proprio mentore ma con lo svolgersi della vicenda si rende conto dei segreti che nasconde e infine ne svela i peccati.
L'intera atmosfera di incertezza e indefinitezza percettiva/morale è resa ancor più palpabile dalle scelte cromatiche di Nolan, la cui mdp si concentra spesso sul bianco della neve, i grigi della nebbia e dei corsi d'acqua quasi ghiacciati o delle solitarie strade dell'Alaska. Altrettanto potenti risultano le visioni del protagonista sull'inquinamento delle prove in un suo precedente caso, rese magistralmente attraverso flashback enigmatici fatti di brevissime inquadrature al limite del subliminale che man mano diventano più chiare, al punto di venire esplicate totalmente durante la conversazione tra l'uomo e la proprietaria dell'hotel in cui alloggia, che per altro confessa di essersi trasferita in questa piccola cittadina proprio per sfuggire al passato ("due tipi di persone vivono in Alaska: quelli che ci sono nati e quelli che arrivano qui per scappare da qualcosa. Io non ci sono nata.").
Con un cast di star come quello del film in analisi non posso esimermi dal dedicare ad esso un piccolo spazio: Al Pacino offre una delle sue migliori performance del terzo millennio grazie alla combinazione tra il suo tipico carisma e una certa misura nel rendere la stanchezza del suo personaggio; più divertita è l'interpretazione di Robin Williams ma di sicuro impatto con l'espressione luciferina nel suo volto. Più in ombra appare Hilary Swank ma soprattutto per merito del gigantismo dei suoi colleghi, capaci di mettere in ombra chiunque diretti da un regista talentuoso come il cineasta inglese.
Arrivato al momento di tirare le somme mi congedo semplicemente consigliando a chiunque non l'abbia ancora visto il recupero di Insomnia, diffidando di certi giudizi superficiali che infestano il web 2.0. A tutti coloro che invece l'avessero già visto, beh pellicole come queste meritano sempre un'ennesima visione, soprattutto alla luce del percorso successivo del proprio autore sono molti gli elementi da riscoprire analizzando con cura ogni singola inquadratura.
Al centro delle vicende narrate si trova l'ormai navigato detective della polizia di Los Angeles Will Dormer (Al Pacino), il quale viene mandato insieme al suo partner Hap Eckhart (Martin Donovan) in un piccolo centro dell'Alaska per aiutare la polizia locale a risolvere un caso di omicidio. Ad essere stata assassinata è una ragazza ancora minorenne appassionata di gialli scritti da un romanziere locale, tale Walter Finch (Robin Williams). Ad aiutare i due esperti poliziotti agisce soprattutto la giovane ma acuta Ellie (Hilary Swank). Will capisce immediatamente che il principale sospettato, il ragazzo della vittima, nonostante la picchiasse spesso non poteva essere il colpevole e fiuta la presenza di un altro uomo con cui la ragazza portava avanti uno strano rapporto ma è costretto a fare i conti con la decisione del proprio partner di patteggiare con gli affari interni, i quali stavano indagando senza sosta sui due. Nel momento in cui il protagonista riesce a mettere in trappola il presunto assassino la situazione degenera e, tratto (forse) in inganno dalla nebbia, colpisce mortalmente con la pistola di riserva il Hap, il quale prima di morire lo accusa di averlo voluto ammazzare con premeditazione. A questo punto l'uomo decide di non raccontare la verità e fa ricadere la colpa sull'assassino della diciassettenne, che però assiste all'accaduto e inizia a ricattare il poliziotto, ormai sempre meno lucido a causa dell'insonnia.
Persino da questa riduttiva sinossi è possibile riscontrare molti topoi della filmografia nolaniana, nonostante non sia errato definire Insomnia il suo primo lavoro su commissione e il soggetto sia una pellicola altrui. Il protagonista rispecchia in tutto e per tutto l'uomo al centro della sua riflessione, diviso tra il dovere verso le persone a cui ha dedicato tutta la propria vita (in questo caso le tantissime famiglie protette dalla polizia a cui spesso si fa riferimento) e una perdita del proprio io, una condizione di costante insicurezza nei confronti di quella visione razionale del mondo che permette di capire cosa sia reale e cosa non lo sia, cosa sia giusta e cosa sbagliato. Il personaggio interpretato da Al Pacino, esattamente come Leonard o Dom Cobb, si mostra estremamente meticoloso nel proprio lavoro ma dilaniato nell'interno da scelte passate che non possono essere cancellate e che condizionano il presente al punto da alterare completamente la percezione stessa che ha del mondo. L'impossibilità di dormire, dovuta ai rimorsi, provoca nell'uomo una perdita di lucidità resa ancor più potente dall'assenza del buio, dovuta a quel periodo dell'anno in cui in Alaska il sole non tramonta mai. L'insonnia diventa dunque una manifestazione fisica dei tormenti interiori di Will, il quale non riesce più a distinguere chiaramente il bene dal male proprio come non riesce più a capire quando sia notte e quando sia giorno.
In una situazione molto simile si trova Finch, che nelle chiamate effettuate al detective forestiero sottolinea quanto i due si somiglino a causa della loro incapacità di dormire e di tornare indietro una volta provato cosa significhi togliere la vita a un altro essere umano. Anche l'assassino si dimostra un uomo per natura estremamente razionale (si pensi alla sua attività di scrittore di gialli o all'escamotage del registratore) ma ormai in preda a una perdita delle proprie certezze, come ben si evince nel momento in cui racconta a Will ciò che accadde tra lui e la sua vittima.
A mettere in luce le debolezze e i tormenti dell'insonne protagonista è, proprio come nel successivo Inception, la giovane talentuosa presa sotto la propria ala, in questo caso la poliziotta portata sullo schermo da Hilary Swank. La donna, esattamente come Arianna, inizialmente nutre una ammirazione profonda per il proprio mentore ma con lo svolgersi della vicenda si rende conto dei segreti che nasconde e infine ne svela i peccati.
L'intera atmosfera di incertezza e indefinitezza percettiva/morale è resa ancor più palpabile dalle scelte cromatiche di Nolan, la cui mdp si concentra spesso sul bianco della neve, i grigi della nebbia e dei corsi d'acqua quasi ghiacciati o delle solitarie strade dell'Alaska. Altrettanto potenti risultano le visioni del protagonista sull'inquinamento delle prove in un suo precedente caso, rese magistralmente attraverso flashback enigmatici fatti di brevissime inquadrature al limite del subliminale che man mano diventano più chiare, al punto di venire esplicate totalmente durante la conversazione tra l'uomo e la proprietaria dell'hotel in cui alloggia, che per altro confessa di essersi trasferita in questa piccola cittadina proprio per sfuggire al passato ("due tipi di persone vivono in Alaska: quelli che ci sono nati e quelli che arrivano qui per scappare da qualcosa. Io non ci sono nata.").
Con un cast di star come quello del film in analisi non posso esimermi dal dedicare ad esso un piccolo spazio: Al Pacino offre una delle sue migliori performance del terzo millennio grazie alla combinazione tra il suo tipico carisma e una certa misura nel rendere la stanchezza del suo personaggio; più divertita è l'interpretazione di Robin Williams ma di sicuro impatto con l'espressione luciferina nel suo volto. Più in ombra appare Hilary Swank ma soprattutto per merito del gigantismo dei suoi colleghi, capaci di mettere in ombra chiunque diretti da un regista talentuoso come il cineasta inglese.
Arrivato al momento di tirare le somme mi congedo semplicemente consigliando a chiunque non l'abbia ancora visto il recupero di Insomnia, diffidando di certi giudizi superficiali che infestano il web 2.0. A tutti coloro che invece l'avessero già visto, beh pellicole come queste meritano sempre un'ennesima visione, soprattutto alla luce del percorso successivo del proprio autore sono molti gli elementi da riscoprire analizzando con cura ogni singola inquadratura.
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