Ogni volta che viene pronunciata la parola "remake" il cuore del cinefilo medio sussulta per il disgusto, dimenticando come la pratica di narrare nuovamente una storia già conosciuta sia insita nella natura stessa dell'uomo o anche semplicemente come il cinema abbia offerto, nel corso dei decenni, numerosi esempi di rifacimenti di elevata qualità (si pensi, per esempio, a quel The Thing diretto da John Carpenter del 1982). Nonostante questa remora culturale contemporanea di una consistente fetta di pubblico Luca Guadagnino, esperto nell'arte di dividere spettatori e critici, porta sugli schermi, nel 2018, il secondo remake della sua carriera: dopo A Bigger Splash (2015), riproposizione personale de La piscina (La Piscine, Jacques Deray), dirige Suspiria, ispirato all'omonimo capolavoro di Dario Argento risalente al 1977. Quasi superfluo sottolineare come la reazione alla pellicola sia divisa quasi equamente tra ammiratori e detrattori, nonostante alcuni premi ricevuti e una discreta performance al box office per una distribuzione molto limitata, dovuta alla produzione made in Amazon Prime.
Ambientato nel pieno dell'autunno caldo vissuto da Berlino nel 1977, il film, diviso in sei atti con epilogo, segue l'arrivo in città di Susie (Dakota Johnson), giovane proveniente dall'Ohio che intende entrare nella compagnia di danza guidata da Madame Blanc (Tilda Swinton). Grazie alla misteriosa scomparsa di una delle ballerina, Patricia (Chloë Grace Moretz), la ragazza riesce ad avere un posto nella compagnia ma diventa sempre più evidente la presenza di qualcosa di sordido all'interno della stessa.
Basterebbe anche una superficiale conoscenza delle filmografie di Guadagnino e Argento per capire quanto distanti siano i rispettivi percorsi cinematografici e, di conseguenza, capire perché i due Suspiria siano così distanti l'uno dall'altro, escludendo ovviamente gli elementi più basilari dell'intreccio come l'arrivo in Germania della giovane protagonista americana, la scuola di danza e il mito delle Tre madri. Da autore profondamente conscio del proprio percorso artistico ma anche della grandezza dell'opera di riferimento, il regista siciliano modifica quanto più possibile il lavoro del collega romano per adattarlo al proprio stile e ai temi a lui cari e così, fin dai titoli di testa e dalla prima sequenza ecco che il gusto per i colori antinaturalistici e violentemente accesi di Argento cedono il passo a una tavolozza completamente priva di colori primari, così come la non riconoscibilissima Friburgo viene sostituita da una Berlino totalmente immersa nel periodo storico scelto e che diventa co-protagonista. Se il director di Inferno (1980) aveva immerso la propria opera in un'atmosfera e una narrazione di stampo fiabesco e in cui, di conseguenza, i riferimenti all'attualità divenivano tracce che venivano solamente suggerite, l'autore di Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name, 2017) esplicita tutti quei sottotesti eliminando del tutto la componente appena menzionata e creando, invece, un duplice percorso, strettamente intrecciato, tra la storia socio-politica della attuale capitale tedesca nel 1977 e la trama fantastica legata alla scuola di danza creata dalle streghe.
Pur nella ricchezza di suggestioni culturali, filosofiche e morali (dalla maternità fino a una tutt'altro che superficiale riflessione metacinematografica) la rilettura di Guadagnino del classico del cinema horror nostrano affonda continuamente i denti in una precisa direzione, ossia quella dell'esplorazione del tema del potere e in particolare delle conseguenze del suo uso autoritario. La scelta di ambientare il racconto in un momento storico di grande subbuglio sociale e politico, di enorme divisione non solo tra le due metà della città ma, soprattutto, tra la generazione dei genitori, colpevoli di aver assecondato gli orrori del nazismo, e i figli marchiati a fuoco da questa genealogia, da questo peccato originale, è soltanto una delle innumerevoli prove che sostengono la lettura della pellicola attraverso questo filtro. Proprio come era accaduto negli anni Trenta con l'ascesa di Hitler, anche all'interno della congrega di streghe che domina il Markos Tanzgruppe vi è una lotta intestina tra due fazioni dalla quale, approfittando del caos generato da un evidente vuoto di potere, esce vincitrice una leader legittimata unicamente dalla violenza e dal sangue e che utilizza i medesimi metodi per governare nel proprio microambiente. Allo stesso modo anche nella Repubblica Federale di Germania i disordini causati dalla ribellione giovanile e a Berlino dalla innaturale e sofferta ripartizione, simboleggiata da quel muro che non a caso si trova proprio nei pressi della scuola di danza, portano a un inasprimento della repressione da parte delle forze dell'ordine dei diritti civili alla libera espressione di dissenso della popolazione. Un'ulteriore manifestazione di abusi da parte della classe dirigente al potere all'insegna della violenza che rendono limpida la connessione con quanto accade nella congrega esoterica.
Attraverso questo tipo di lettura trovano un senso pienamente compiuto altre due scelte divergenti rispetto al film originale: l'importanza rivestita dalla danza e l'epilogo. Nella versione del 1977 la coreutica e l'ambiente della compagnia di danza restavano quasi sempre sullo sfondo, offrendo certamente degli spunti estetici o tematici ma senza mai conquistare la scena. Guadagnino, al contrario, dona ai movimenti dei corpi, alle coreografie espressioniste e allo statuto stesso della compagnia di artisti un rilievo centrale, rendendo la coreutica lo strumento attraverso cui le streghe danno forma ai propri incantesimi. Attraverso questo espediente il regista palermitano riesce non solo a dare vita a sequenze di grandissima potenza estetica e orrorifica, come ad esempio quella in cui Susie tortura involontariamente una sua collega semplicemente danzando, bensì sottolinea la corrispondenza tra le streghe e le vittime di persecuzioni politiche di ogni epoca, tra quelle donne che per secoli sono state arse vive da una società violentemente maschilista e i diversi che, in ogni dove e in ogni quando, rischiano la vita solamente per l'incapacità o la non-volontà di allinearsi alle direttive di autorità sanguinarie e dittatoriali. In linea con questa associazione sia estetica che di pensiero si trovano così sia il grandguignolesco pre-finale, in cui il sabba delle streghe si confonde con un numero di danza e finalmente l'usurpatrice del potere viene punita dalla legittima detentrice, che l'epilogo vero e proprio, nel quale Mater Suspiriorum dimostra che l'esercizio del dominio può e deve avvenire in primo luogo attraverso l'amore e la compassione. I due sentimenti che vincono lo spazio e il tempo nell'ultima inquadratura, in tutto il cinema di Guadagnino e forse anche nella vita reale.
P.s. Per coloro che possono pensare a una incapacità del regista di A Bigger Splash di creare momenti di genuino orrore non posso che consigliare la visione della sopracitata sequenza del sabba: un magistrale omaggio all'indimenticabile rosso dell'originale Suspiria unito alla tipica cura per la composizione delle inquadrature di Guadagnino e persino alle derive gore e surreali al tempo stesso di una figura di spicco dell'horror contemporaneo quale Rob Zombie, regista non a caso di un'altra pellicola di fusione tra musica e stregoneria (Le streghe di Salem, The Lords of Salem, 2012).
Piccolo satellite orbitante attorno al pianeta Cinema ma con la forte attrazione anche per le altre arti e in particolare per quelle che più segnano la nostra contemporaneità: fumetto, videogame ecc. Fondamentale per me è che chi scriva qui abbia le competenze necessarie (io ad esempio possiedo una laurea triennale al DAMS e una magistrale in storia e critica dello spettacolo). Auguro buona lettura e buona riflessione a chiunque voglia fermarsi su questo sperduto satellite della settima arte.
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sabato 2 novembre 2019
SUSPIRIA: L'ORRORE ESERCITATO DAL POTERE (AUTORITARIO)
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lunedì 7 agosto 2017
OKJA: LA FIABA ANTI-FIABE
Reso celebre ancora prima di essere ufficialmente distribuito sulla piattaforma di video on demand Netflix, Okja (2017) è il più recente film scritto e diretto da Bong Joon-ho, per la seconda volta impegnato in una produzione occidentale. La sua fama è dovuta, purtroppo, in gran parte alle polemiche nate durante l'ultimo Festival di Cannes intorno alla liceità di candidare alla Palma d'oro un prodotto che evita la distribuzione in sala. Una diatriba figlia dell'ormai ben nota dialettica sala cinematografica vs dispositivi mobile e che alla fine ha avuto come unico risultato quello di aumentare l'interesse, anche del fruitore medio di Netflix, verso una pellicola che altrimenti sarebbe molto probabilmente stata visionata soltanto dalla nicchia di appassionati di cinema coreano o d'autore in generale.
Al centro delle vicende narrate si trova la creatura che dà il nome al lungometraggio, un maiale gigante nato attraverso esperimenti genetici da parte di una multinazionale intenzionata a sfruttare questa nuova specie animale come risorsa alimentare. Per dieci anni Okja viene affidata a una famiglia coreana, della quale fa parte Mija, una ragazzina con la quale forma una coppia inseparabile.
Almeno fino a quando non arriva il momento per l'azienda di riappropriarsi de proprio investimento, cosa che costringe la giovane ad abbandonare le montagne sulle quali vive per salvare la sua migliore amica, ricevendo l'aiuto inaspettato di uno strambo gruppo animalista.
A un primo, superficiale sguardo la storia portata in scena dal cineasta sudcoreano potrebbe sembrare una sorta di sintesi tra i lavori di Hayao Miyazaki e quelli maggiormente fiabeschi di Steven Spielberg (ad esempio E.T. l'extra-terrestre del 1982) e in effetti molta critica, specie in Italia, l'ha frettolosamente, seppur in molti casi anche con toni entusiastici, etichettata in questi termini. Eppure l'intera opera è disseminata di indizi che mettono in dubbio la sua sincera fedeltà ai canoni della fiaba. Il primo di questi è l'ambiguità morale che serpeggia in ogni singolo personaggio rappresentato, esattamente l'opposto rispetto alle regole di questo genere narrativo: i due gruppi che si contendono il destino dei super maiali (multinazionale e animalisti) non appaiono mai completamente buoni o cattivi ma per lo più sembrano maschere grottesche, marionette disumanizzate anche dalla recitazione tutt'altro che stanislavskiana di Paul Dano o di Jake Gyllenhaal, così come la piccola Mija ribalta completamente lo stereotipo della innocente ed empatica protagonista delle fiabe con il suo temperamento duro e sospettoso verso tutti, escludendo ovviamente la sola Okja.
Tanti indizi disseminati diventano una certezza nella sequenza che precede il finale, un vero e proprio ribaltamento morale rispetto a tutto ciò che lo spettatore aveva osservato e imparato nei minuti precedenti che non può assolutamente appartenere al bagaglio etico da lieto fine e che anzi è in realtà ben più vicino alla poetica perseguita nelle precedenti fatiche dell'autore di Snowpiercer (2013). Una poetica improntata a una totale disillusione nei confronti dell'essere umano e delle semplicistiche distinzioni morali tra buoni e malvagi, nata dalla consapevolezza di far parte di un mondo in gran parte grigio e privo di regole, nel quale soltanto la natura (per estensione gli animali) possiede una certa nobiltà spirituale.
A tanta cura per le sfumature narrative e recitative si aggiunge l'enorme talento visivo di Bong Joon-ho, capace di passare dalle panoramiche estremamente liriche nelle sequenze ambientate sui monti coreani agli adrenalinici inseguimenti tra le strade e la metro di Seul, fino alle claustrofobiche inquadrature negli squallidi mattatoi americani. In circa due ore il cineasta orientale riesce a mescolare registri formali provenienti dai più disparati generi o stili, senza mai perdere di vista i temi a lui cari ma al contempo deliziando la vista di qualsiasi amante delle belle immagini.
In conclusione consiglio veramente a chiunque la visione di Okja, specie a tutti coloro che, dopo averne letto la sinossi, tendono a ignorarlo in quanto semplice favoletta per bambini (perdonatemi l'off-topic ma la confusione tra i termini "fiaba" e favola" è veramente fastidiosa)e che invece si ricrederebbero dopo pochissimi minuti di visione.
Al centro delle vicende narrate si trova la creatura che dà il nome al lungometraggio, un maiale gigante nato attraverso esperimenti genetici da parte di una multinazionale intenzionata a sfruttare questa nuova specie animale come risorsa alimentare. Per dieci anni Okja viene affidata a una famiglia coreana, della quale fa parte Mija, una ragazzina con la quale forma una coppia inseparabile.
Almeno fino a quando non arriva il momento per l'azienda di riappropriarsi de proprio investimento, cosa che costringe la giovane ad abbandonare le montagne sulle quali vive per salvare la sua migliore amica, ricevendo l'aiuto inaspettato di uno strambo gruppo animalista.
A un primo, superficiale sguardo la storia portata in scena dal cineasta sudcoreano potrebbe sembrare una sorta di sintesi tra i lavori di Hayao Miyazaki e quelli maggiormente fiabeschi di Steven Spielberg (ad esempio E.T. l'extra-terrestre del 1982) e in effetti molta critica, specie in Italia, l'ha frettolosamente, seppur in molti casi anche con toni entusiastici, etichettata in questi termini. Eppure l'intera opera è disseminata di indizi che mettono in dubbio la sua sincera fedeltà ai canoni della fiaba. Il primo di questi è l'ambiguità morale che serpeggia in ogni singolo personaggio rappresentato, esattamente l'opposto rispetto alle regole di questo genere narrativo: i due gruppi che si contendono il destino dei super maiali (multinazionale e animalisti) non appaiono mai completamente buoni o cattivi ma per lo più sembrano maschere grottesche, marionette disumanizzate anche dalla recitazione tutt'altro che stanislavskiana di Paul Dano o di Jake Gyllenhaal, così come la piccola Mija ribalta completamente lo stereotipo della innocente ed empatica protagonista delle fiabe con il suo temperamento duro e sospettoso verso tutti, escludendo ovviamente la sola Okja.
Tanti indizi disseminati diventano una certezza nella sequenza che precede il finale, un vero e proprio ribaltamento morale rispetto a tutto ciò che lo spettatore aveva osservato e imparato nei minuti precedenti che non può assolutamente appartenere al bagaglio etico da lieto fine e che anzi è in realtà ben più vicino alla poetica perseguita nelle precedenti fatiche dell'autore di Snowpiercer (2013). Una poetica improntata a una totale disillusione nei confronti dell'essere umano e delle semplicistiche distinzioni morali tra buoni e malvagi, nata dalla consapevolezza di far parte di un mondo in gran parte grigio e privo di regole, nel quale soltanto la natura (per estensione gli animali) possiede una certa nobiltà spirituale.
A tanta cura per le sfumature narrative e recitative si aggiunge l'enorme talento visivo di Bong Joon-ho, capace di passare dalle panoramiche estremamente liriche nelle sequenze ambientate sui monti coreani agli adrenalinici inseguimenti tra le strade e la metro di Seul, fino alle claustrofobiche inquadrature negli squallidi mattatoi americani. In circa due ore il cineasta orientale riesce a mescolare registri formali provenienti dai più disparati generi o stili, senza mai perdere di vista i temi a lui cari ma al contempo deliziando la vista di qualsiasi amante delle belle immagini.
In conclusione consiglio veramente a chiunque la visione di Okja, specie a tutti coloro che, dopo averne letto la sinossi, tendono a ignorarlo in quanto semplice favoletta per bambini (perdonatemi l'off-topic ma la confusione tra i termini "fiaba" e favola" è veramente fastidiosa)e che invece si ricrederebbero dopo pochissimi minuti di visione.
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lunedì 30 gennaio 2017
...E ORA PARLIAMO DI KEVIN: L'OSCURO AMORE TRA UNA MADRE E UN FIGLIO
Per il suo terzo lungometraggio l'acclamata regista inglese Lynne Ramsay sceglie di adattare per lo schermo un romanzo quanto meno controverso, We Need to Talk About Kevin di Lionel Shriver, dandogli lo stesso titolo (in italiano il meno incisivo ...E ora parliamo di Kevin) e presentandolo all'edizione del 2011 del Festival di Cannes. Nonostante il poco successo a livello commerciale la pellicola ha ricevuto il plauso della critica, soprattutto all'indirizzo delle interpretazioni dei due attori principali Tilda Swinton ed Ezra Miller, tanto da portare l'attrice statunitense a vincere numerosi premi e a essere candidata ai Golden Globe.
Protagonista assoluta del film è Eva (Tilda Swinton), una donna completamente distrutta che vive in una piccola casa fatiscente e che a stento riesce a trovare un piccolo impiego in un'agenzia di viaggi. Attraverso i continui salti temporali dettati dai ricordi della donna lo spettatore scopre che a distruggerne l'esistenza è stata la nascita del suo primogenito, Kevin (Ezra Miller), che fin da subito si mostra ostile alla madre e allo stesso tempo amorevole con il padre (John C. Reilly) bonaccione ma poco attento a ciò che gli accade intorno. Il rapporto non migliora neanche con la nascita della dolce sorellina Celia, anzi la nuova arrivata diviene un altro bersaglio delle crudeltà del ragazzo, il quale poco prima del suo sedicesimo compleanno compie una strage nel suo liceo (e non solo).
Fin dall'incipit We Need to Talk About Kevin si dimostra un'opera estremamente attenta al lato formale ed estremamente diversa dalle molte produzioni che hanno provato a portare al cinema tematiche tanto delicate. La scelta di una narrazione in cui presente e passato si alternano continuamente, in stile Nolan, rende subito chiaro allo spettatore più accorto che tutta la vicenda è vissuta dal punto di vista soggettivo della protagonista in una sorta di autoanalisi, un tentativo di carpire il senso di ciò che le è accaduto e soprattutto scoprire se la colpa non sia in realtà sua.
Una volta acclarato il punto di vista del narrato non può non risultare estremamente interessante e coraggiosa la caratterizzazione di Kevin: fin da bambino il co-protagonista (o antagonista) presenta caratteri mefistofelici degni del Damien di The Omen (Richard Donner, 1976), è assolutamente consapevole della sofferenza che infligge alla madre e lo è ancor di più quando si trasforma nel bambino perfetto non appena appare il padre. Molti recensori hanno trovato in questi elementi horror uno dei passi falsi commessi da Lynne Ramsay, accusata di aver reso il ragazzo poco credibile nella sua crudeltà esasperata, mentre a mio avviso risulta un'intuizione ben giustificata dalla fine ricostruzione del dolore di Eva che oltretutto sovverte le ormai stantie logiche che vedono separati come da un muro invalicabile quelle odiose categorie di cinema autoriale e di genere. A rendere ancor più indovinata la scelta della cineasta inglese è l'interpretazione del giovane Miller, il quale dona al Kevin adolescente uno sguardo finemente glaciale che non può non richiamare l'Hannibal Lecter interpretato da Anthony Hopkins, anche se in questo caso l'immedesimazione verso la figura malvagia è ben più complicata.
Vero centro della pellicola, al di là del titolo, resta sempre Eva, della quale lo spettatore riesce carpire la trasformazione provocatale dalla maternità che si conclude con una vera e propria implosione emotiva in seguito alla strage. La donna prima di restare incinta era estremamente passionale, innamorata follemente del marito, amante dei viaggi e soddisfatta del successo in ambito lavorativo. Una volta subentrato il figlio, già al momento della gravidanza inizia a mostrare insofferenza (la sequenza insieme in piscina con le altre donne in dolce attesa lo testimonia), sente il nuovo arrivato come una minaccia alla propria individualità e quindi tutta questa negatività sembra riversarsi proprio sul figlio, il quale conosce come amore materno il disprezzo. Ciò che traspare dai ricordi della protagonista è proprio il fatto che, sebbene ci siano stati vari episodi estremamente traumatici come quando spezza il braccio al bambino, il rapporto tra i due sia nato già malato e che quindi il dolore estremo che prova nel presente è dovuto soprattutto alla quasi certezza di essere colpevole esattamente quanto Kevin. Perché allora si ostina ad andare a trovarlo in galera e addirittura ad abbracciarlo? La risposta è la più semplice che possiate immaginare: perché lo ama. Certo l'amore tra il personaggio interpretato alla Swinton e il figlio non è esattamente idilliaco, non si mostra attraverso la dolcezza eppure è così potente da spingere i due in una spirale di male che sacrifica tutto e tutti fino a renderli praticamente identici nel loro vuoto esistenziale, esemplificato dall'asettico arredamento della stanza di Kevin e della nuova casa della madre.
Come accennato in precedenza il lato formale del lungometraggio merita una notevole attenzione, vista la cura eccezionale per le inquadrature, le scelte cromatiche, in cui domina incontrastato il rosso, il tappeto sonoro, che richiama continuamente la strage incombente proprio come il rosso, e il raffinato montaggio. La colonna musica realizzata dal chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood rende palpabile lo struggente mondo in cui è ambientata la pellicola, così come le canzoni sempre piuttosto allegre creano un inquietante contrasto con ciò che si vede. A mio avviso basterebbero i flashback sulla storia d'amore tra Eva e il marito e il contrasto che crea accostarli alle sequenze più inquietanti aventi protagonista Kevin a ripagare della visione.
In conclusione ...e ora parliamo di Kevin è un'esperienza di una potenza sia estetica che emotiva difficilmente dimenticabile, capace di far riflettere ma soprattutto di smuovere l'animo, proprio ciò che il cinema deve fare in tempi tanto disumanizzati come quelli in cui viviamo.
Protagonista assoluta del film è Eva (Tilda Swinton), una donna completamente distrutta che vive in una piccola casa fatiscente e che a stento riesce a trovare un piccolo impiego in un'agenzia di viaggi. Attraverso i continui salti temporali dettati dai ricordi della donna lo spettatore scopre che a distruggerne l'esistenza è stata la nascita del suo primogenito, Kevin (Ezra Miller), che fin da subito si mostra ostile alla madre e allo stesso tempo amorevole con il padre (John C. Reilly) bonaccione ma poco attento a ciò che gli accade intorno. Il rapporto non migliora neanche con la nascita della dolce sorellina Celia, anzi la nuova arrivata diviene un altro bersaglio delle crudeltà del ragazzo, il quale poco prima del suo sedicesimo compleanno compie una strage nel suo liceo (e non solo).
Fin dall'incipit We Need to Talk About Kevin si dimostra un'opera estremamente attenta al lato formale ed estremamente diversa dalle molte produzioni che hanno provato a portare al cinema tematiche tanto delicate. La scelta di una narrazione in cui presente e passato si alternano continuamente, in stile Nolan, rende subito chiaro allo spettatore più accorto che tutta la vicenda è vissuta dal punto di vista soggettivo della protagonista in una sorta di autoanalisi, un tentativo di carpire il senso di ciò che le è accaduto e soprattutto scoprire se la colpa non sia in realtà sua.
Una volta acclarato il punto di vista del narrato non può non risultare estremamente interessante e coraggiosa la caratterizzazione di Kevin: fin da bambino il co-protagonista (o antagonista) presenta caratteri mefistofelici degni del Damien di The Omen (Richard Donner, 1976), è assolutamente consapevole della sofferenza che infligge alla madre e lo è ancor di più quando si trasforma nel bambino perfetto non appena appare il padre. Molti recensori hanno trovato in questi elementi horror uno dei passi falsi commessi da Lynne Ramsay, accusata di aver reso il ragazzo poco credibile nella sua crudeltà esasperata, mentre a mio avviso risulta un'intuizione ben giustificata dalla fine ricostruzione del dolore di Eva che oltretutto sovverte le ormai stantie logiche che vedono separati come da un muro invalicabile quelle odiose categorie di cinema autoriale e di genere. A rendere ancor più indovinata la scelta della cineasta inglese è l'interpretazione del giovane Miller, il quale dona al Kevin adolescente uno sguardo finemente glaciale che non può non richiamare l'Hannibal Lecter interpretato da Anthony Hopkins, anche se in questo caso l'immedesimazione verso la figura malvagia è ben più complicata.
Vero centro della pellicola, al di là del titolo, resta sempre Eva, della quale lo spettatore riesce carpire la trasformazione provocatale dalla maternità che si conclude con una vera e propria implosione emotiva in seguito alla strage. La donna prima di restare incinta era estremamente passionale, innamorata follemente del marito, amante dei viaggi e soddisfatta del successo in ambito lavorativo. Una volta subentrato il figlio, già al momento della gravidanza inizia a mostrare insofferenza (la sequenza insieme in piscina con le altre donne in dolce attesa lo testimonia), sente il nuovo arrivato come una minaccia alla propria individualità e quindi tutta questa negatività sembra riversarsi proprio sul figlio, il quale conosce come amore materno il disprezzo. Ciò che traspare dai ricordi della protagonista è proprio il fatto che, sebbene ci siano stati vari episodi estremamente traumatici come quando spezza il braccio al bambino, il rapporto tra i due sia nato già malato e che quindi il dolore estremo che prova nel presente è dovuto soprattutto alla quasi certezza di essere colpevole esattamente quanto Kevin. Perché allora si ostina ad andare a trovarlo in galera e addirittura ad abbracciarlo? La risposta è la più semplice che possiate immaginare: perché lo ama. Certo l'amore tra il personaggio interpretato alla Swinton e il figlio non è esattamente idilliaco, non si mostra attraverso la dolcezza eppure è così potente da spingere i due in una spirale di male che sacrifica tutto e tutti fino a renderli praticamente identici nel loro vuoto esistenziale, esemplificato dall'asettico arredamento della stanza di Kevin e della nuova casa della madre.
Come accennato in precedenza il lato formale del lungometraggio merita una notevole attenzione, vista la cura eccezionale per le inquadrature, le scelte cromatiche, in cui domina incontrastato il rosso, il tappeto sonoro, che richiama continuamente la strage incombente proprio come il rosso, e il raffinato montaggio. La colonna musica realizzata dal chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood rende palpabile lo struggente mondo in cui è ambientata la pellicola, così come le canzoni sempre piuttosto allegre creano un inquietante contrasto con ciò che si vede. A mio avviso basterebbero i flashback sulla storia d'amore tra Eva e il marito e il contrasto che crea accostarli alle sequenze più inquietanti aventi protagonista Kevin a ripagare della visione.
In conclusione ...e ora parliamo di Kevin è un'esperienza di una potenza sia estetica che emotiva difficilmente dimenticabile, capace di far riflettere ma soprattutto di smuovere l'animo, proprio ciò che il cinema deve fare in tempi tanto disumanizzati come quelli in cui viviamo.
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