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venerdì 31 luglio 2026

SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY: HABEMUS (FINALMENTE) L'UOMO RAGNO DI TOM HOLLAND

Mentre sul versante DC Comics Superman e Batman dominano nettamente l'immaginario collettivo e il cuore degli appassionati, sui lidi della concorrenza made in Marvel lo stesso peso specifico pertiene certamente a Spider-Man. L'amichevole supereroe di quartiere alle prese con i problemi quotidiani di tutti noi: amore, lavoro, studi, amicizie che diventano rivalità, lutti, ma con l'onere di dover difendere tutta New York nel frattempo. Questa grande, fragile umanità ha fatto la fortuna dei fumetti a lui dedicati, ma anche di serie animate (specie per chi, come me, è nato negli anni Novanta) e film, come quelli diretti da Sam Raimi che hanno creato, insieme a X-Men (Bryan Singer, 2000), hanno segnato uno spartiacque nel cinema di derivazione fumettistico. Con l'avvento del Marvel Cinematic Universe era impossibile non regalare anche a questo crogiolo di storie un Uomo ragno, interpretato per tale occasione da Tom Holland. Un casting apparentemente ideale per il personaggio che però, per almeno nove anni e ben tre pellicole, non si è tradotto in una pari qualità per quanto concerne le opere in cui agiva da protagonista, premiate sì da grandi incassi ma così anonimi da sembrare il simbolo stesso di una svolta del MCU verso il totale disinteresse per qualunque velleità artistica. Questo è il contesto in cui viene distribuito in questi giorni Spider-Man: Brand New Day, diretto da Destin Daniel Cretton, subentrato al regista della precedente trilogia Jon Watts. Un contesto quanto mai fondamentale per comprendere l'enorme sorpresa positiva che fin dai primi minuti ho vissuto in sala. La stessa che sembra diffondersi tra tutti i tipi di spettatore, compresi i critici, italiani e non.


Ambientato a distanza di quattro anni dal finale di Spider-Man: No Way Home (Jon Watts, 2021), il film vede Peter Parker (Tom Holland) continuare a combattere il crimine a New York, dovendo però leccarsi le ferite personali provocate dalla perdita dell'amata zia May (Marisa Tomei) e dei ricordi di lui nelle menti di MJ (Zendaya), la sua ex ragazza, e Ned (Jacob Batalon), ex migliore amico. Questa sorta di normalità all'insegna della solitudine che ha raggiunto viene sconvolta dall'arrivo in città di una nuova minaccia, una giovanissima ragazza, Jean Grey (Sadie Sink), i cui poter telepatici le permettono di impossessarsi del corpo e della mente di chi si trova a un massimo di dieci metri di distanza. 


Dire di più sulla trama di Spider-Man: Brand New Day sarebbe un peccato mortale per tutti i fan che ancora non hanno avuto modo di recarsi in sala, ma la vera notizia è che, per la prima volta da quando Tom Holland ha preso il posto di Andrew Garfield sotto il costume rosso e blu, siamo dinanzi a un vero racconto. La pellicola, dopo un intero trittico infarcito di fan service, umorismo sempre più stantio, anonimato più totale dal punto di vista formale e nessuna attenzione per una caratterizzazione credibile dei personaggi, si rimbocca le maniche e fin dai primi minuti mette in scena un viaggio di formazione; un percorso di maturazione, attraverso complesse battaglie, in primis interiori, che permette a Peter di evolvere (termine fondamentale per la narrazione) fino all'età adulta. Distrutto dal dolore di aver dovuto rinunciare, in un colpo solo, a tutte le persone che amava di più, ma al contempo convinto di dover inevitabilmente rinunciare al proprio vissuto privato per poter essere l'eroe di cui New York ha bisogno, il ragazzo si chiude in un guscio di apparente atarassia che ricorda da vicino il Bruce Wayne de Il cavaliere oscuro - Il ritorno (The Dark Knight Rises, Christopher Nolan, 2012). Un uomo ferito, solo e corroso dai sensi di colpa che si getta a capofitto nella lotta al crimine non per spirito altruista, bensì per allontanare i pensieri più oscuri e, in maniera più o meno conscia, andare incontro a una salvifica morte. Non per caso Spider-Man, un tempo il più spensierato e ottimista dei membri degli Avengers, trova in Frank Castle (Jon Bernthal), alias The Punisher, l'unico alleato nella ricerca di Jean.


Tre personaggi che, al netto delle tante differenze di età, carattere, perfino poteri, condividono ciò che può segnare un'esistenza intera: il lutto e l'incapacità di elaborare una delle più umane delle condizioni in maniera costruttiva. Mentre il mondo, in modo quasi crudele, continua ad andare avanti (si pensi ai tour turistici che ricordano con nonchalance i danni arrecati alla città dalla battaglia del primo Avengers, diretto da Joss Whedon nel 2012), Peter e gli altri girano costantemente a vuoto all'interno del cerchio della rabbia e del rimpianto, cercando sempre nuovi nemici contro cui scagliare la rabbia, fino anche a trasformarsi nell'ombra di loro stessi. Rabbia che caratterizza anche la mutazione fisica che occorre al protagonista, che, metaforicamente, non può non ricordare il lancinante mix di emozioni e stati d'animo che contraddistingue l'adolescenza, il periodo di transizione per eccellenza dell'esperienza umana. Certo, Parker ormai ha superato quell'età da un pezzo (anche esteticamente il film rimarca con forza gli aspetti più adulti del personaggio, a dispetto della fisionomia molto giovanile dell'attore), ma sul versante interiore non ha mai davvero affrontato quella serie di ostacoli di campbelliana memoria che permettono a un giovane di raggiungere la piena maturità, quella che fornisce la forza di sopportare anche i traumi più dolorosi, come la morte di una madre putativa o la fine di un amore. Crescere significa scendere a patti anche con i mostri di cui è pieno il mondo e che, fin troppo spesso, non vivono fuori, bensì dentro di noi. Pur senza ricorrere a simbolismi o figure retoriche particolarmente sottili, Cretton riporta finalmente la gravitas all'interno delle vicende di Spider-Man che pertiene a un racconto di matrice mitologica come quello supereroistico e così il pubblico prova di nuovo emozioni palpabili dinanzi alla tragicità di Bruce Banner (Mark Ruffalo), alle insicurezze di Peter, alla disperazione di Jean o al rimorso di Frank. E finanche i tanti dubbi sulla tenuta diegetica dell'introduzione dei mutanti nel MCU finiscono sullo sfondo, perché le emozioni prendono il sopravvento ed è confortante tornino a parlarci, come accadeva nei primi anni Duemila, di diversità e dell'importanza di quello che Sorrentino riassumeva in quell'iconico "non disunirti".


Tutto ciò ridando alle avventure dell'Uomo ragno anche una personalità visiva che mancava dal 2012. L'autore de Il diritto di opporsi (Just Mercy, Destin Daniel Cretton, 2019) regala sprazzi di notevole perizia estetica durante le sequenze d'azione, durante le quali spesso cita direttamente celebri vignette o copertine dei fumetti Marvel, in maniera non dissimile dall'approccio iconografico dei cinecomic diretti da Zack Snyder. Allo stesso tempo le tante panoramiche e i campi lunghi dedicati a New York rievocano immediatamente lo stresso rapporto tra l'eroe e la sua città, che nel corso della narrazione troveranno una potente sublimazione capace di riportare alla mente una delle sequenze più liriche di Spider-Man 2 (Sam Raimi, 2004). Sarà che il desolante quadro degli ultimi anni dei cinecomic Marvel aveva notevolmente abbassato i miei standard, ma mi sembra che le premesse per un futuro radioso per il Peter Parker dal volto di Holland ci siano tutte. Bentornato Spidey.


martedì 8 aprile 2025

WOLF MAN: LICANTROPIA NEL MONDO POST-COVID

Tra gli appassionati di settima arte non è certo passato inosservato lo strano caso dei classici mostri Universal, su cui la major statunitense sperava di poter imbastire un intero universo cinematografico, sul solco del MCU, a partire da La mummia (The Mummy, Alex Kurtzman) del 2017, che però si è rivelato un grosso fallimento, nonostante il coinvolgimento di star del calibro di Tom Cruise e Russell Crowe. Accantonato questo progetto i vertici della nota casa di produzione hanno deciso di virare verso lidi molto meno rischiosi economicamente e slegati drammaturgicamente, formando un sodalizio con una garanzia nella massimizzazione dei ricavi con budget irrisori come Blumhouse. Il primo risultato di tale strategia è stato l'eccezionale L'uomo invisibile (The Invisible Man), scritto e diretto da Leigh Whannell nel 2020, capace di generare grandi profitti, ma anche ottime recensioni, persino troppo poco lusinghiere a mio avviso. Visti i risultati Universal scrittura lo stesso autore di Upgrade (Leigh Whannell, 2018) per offrire una rivisitazione contemporanea anche dell'Uomo lupo, che arriva nelle sale di tutto il mondo nel corso di gennaio del 2025 con il titolo Wolf Man. Questa volta, purtroppo per il cineasta americano, il box office latita e la critica si divide tra detrattori e giudizi positivi ma mai vicini all'eccellenza.


Dopo un prologo ambientato negli anni Novanta, dove tra i boschi dell'Oregon un cacciatore (Sam Jaeger) si imbatte, insieme al figlio Blake (Zac Chandler), in una strana creatura feroce, il film si sposta nella San Francisco del presente, dove l'ormai adulto Blake (Christopher Abbott) vive insieme alla moglie giornalista Charlotte (Julia Garner) e la figlia Ginger (Matilda Firth). L'uomo, divenuto uno scrittore, vive un periodo di crisi lavorativa che affronta dedicandosi alle cure della piccola di casa, visti anche i numerosi impegni della consorte, che non sembra passare molto tempo con la famiglia. Proprio per rinsaldare il legame con l'amata, il protagonista coglie l'occasione della notizia del decesso del padre, con cui aveva interrotto ogni rapporto da anni, per organizzare un viaggio verso il piccolo paesino dell'infanzia con moglie e figlia, lontani dallo stress della vita quotidiana e immersi negli splendidi paesaggi del luogo.


Il licantropo, seppur con minore successo pop rispetto ad altre figure sovrannaturali come il vampiro o lo zombie, rappresenta un archetipo così radicato nell'immaginario collettivo da secoli, ben prima che George Waggner nel 1941 dirigesse il celeberrimo L'uomo lupo (The Wolf Man) con l'iconico Lon Chaney Jr., per cui ogni tipologia di società, distante l'una dall'altra nello spazio e nel tempo, ne ha dato una propria versione. Allo stesso modo sul grande schermo tanti autori hanno adattato tale mitologia alla propria personalità o poetica, dando vita al dolente gotico targato Hammer con L'implacabile condanna (The Curse of the Werewolf, Terence Fisher, 1961), così come alla rilettura postmoderna e femminista di Ginger Snaps (Licantropia Evolution, John Fawcett, 2000). Whannell opta per un'ulteriore versione rispetto alle succitate, ancor più strettamente connessa all'attualità e ad alcune tematiche che lo sceneggiatore di Saw - L'enigmista (Saw, James Wan, 2004) aveva già affrontato nei suoi lungometraggi da regista. A cominciare dalla sequenza d'apertura, appare evidente come il racconto voglia ancora una volta mettere in scena la disgregazione dei rapporti famigliari e l'incapacità di comunicare tra uomini, non limitandosi però all'ormai ben noto topos della dialettica tra civiltà e natura selvaggia, città e provincia, ma spostando il focus di questo tema su quanto questa atavica problematica si insinui anche nelle relazioni affettive più apparentemente progressiste. Blake, a differenza del violento e machista genitore, si occupa a tempo pieno della casa e della prole, lascia tranquillamente che sua figlia gli applichi il rossetto sulle labbra e cucina anche per la moglie, che sembra sostenere da sola da un punto di vista economico l'intero nucleo. Il ribaltamento degli stereotipi di genere potrebbe a prima vista espletare una sorta di sogno per qualunque semplicistica riduzione dell'American Dream 3.0, se solo no diventasse evidente, minuto dopo minuto, il disagio provato dal protagonista per una condizione che mette a dura prova quella mascolinità da lui ripudiata tagliando ogni cordone ombelicale con la figura paterna, ma che al contempo si insinua ancora oggi in ogni aspetto della società, fino a tramutarsi, letteralmente in un virus quando trascina i propri cari nel locus horribilis tipico della narrativa gotica in cui nasce l'idea della licantropia, solo che in questo caso non è una magione ottocentesca o medievale, bensì una foresta del tutto slegata dalle comodità e tecnologie moderne. Il posto ideale, insomma, dove la civiltà lascia il posto agli istinti repressi e, conseguentemente, le conquiste sociali di Blake finiscono in secondo piano rispetto all'istinto predatorio dell'uomo e a millenni di mascolinità tossica perpetrati dalle comunità umane. Simbolo, neanche troppo velato, di questo scontro è quello tutto fisico tra lo scrittore e l'ormai ex cacciatore nel momento in cui entrambi si trovano sotto gli effetti del morbo del lupo mannaro: facendo leva sugli ultimi bagliori di razionalità rimastigli, Blake uccide persino il padre, creduto già morto, pur di proteggere la sua famiglia, riuscendo in un solo colpo a recidere definitivamente ogni legame con il proprio passato, anche ovviamente da un punto di vista freudiano, e ad assumere quel ruolo di pater familias che finora aveva sempre relegato alla donna, con tutto ciò che comporta per un uomo cresciuto in un ambiente dal machismo conclamato.


La scelta di trasformare la licantropia in una sorta di infezione, metafora di quella insita in ogni maschio alla ricerca di un ruolo ben definito in una società sempre più liquida e (fortunatamente) lontana dagli schemi tradizionali, non si traduce in una manichea demonizzazione di Blake. Mantenendo quella tragicità tipica del lupo mannaro, molto vicina a quella degli eroi della tradizione teatrale greca dei vari Edipo, Oreste ecc., la macchina da presa non smette di provare empatia nei confronti del protagonista, che resta tale anche nel corso di una trasformazione che, invece di avvenire nel giro di pochi minuti o addirittura secondi, si rivela graduale e prolungata, facendo perdere progressivamente la ragione e il controllo di sé all'uomo a piccole dosi. Ecco dunque che il regista ci porta direttamente nei panni sempre più scomodi di Blake tramite sequenze soggettive in cui lo spettatore può provare quasi sulla propria pelle e con i propri occhi gli effetti di tale mutazione: udito sempre più sensibile, fame insaziabile, capacità di distinguere i colori sempre più animalesca e infine una totale incapacità di comunicare con gli umani. Quest'ultima caratteristica diventa centrale, poiché cos'è in fondo l'essere umano se non un animale sociale, in grado di condividere esperienze ed emozioni con i propri simili, specie quelli a cui tiene di più? La progressiva perdita di questa facoltà diventa il fulcro sentimentale della discesa negli inferi della famiglia Abbott, al punto in cui persino gli ottimi effetti speciali pratici che sottolineano il cambiamento in Blake impallidiscono dinanzi al dolore derivato dallo spezzarsi del profondo filo emozionale che connetteva l'uomo a Charlotte e ancor di più a Ginger, che a più riprese scherzava con il papà fingendo di saper leggere nella sua mente e nel suo cuore. Attraverso una narrazione estremamente asciutta, performance estremamente convincenti del cast e la vicinanza della mdp, che soltanto in rari casi si concede attimi di puro estetismo con alcuni campi lunghi di notevole gusto compositivo, la pellicola colpisce in pieno la componente più irrazionale dello spettatore, ricordandoci quanto orrore possa nascondersi in quelle condizioni fisiche che possono allontanarci dagli affetti a cui siamo più legati, tanto che lo stesso regista ha dichiarato di essersi ispirato a casi a lui vicini di malattie fortemente debilitanti come la SLA o l'Alzheimer.


Wolf Man in definitiva non raggiunge probabilmente gli straordinari risultati poetici, estetici e narrativi di L'uomo invisibile, eppure resta una visione così passionale e intima rispetto a tanto cinema americano, di genere e non, da non lasciare indifferenti, in special misura chiunque abbia avuto la sfortuna di vivere sulla propria pelle l'esperienza del decadimento fisico e psicologico di una persona amata, proprio come dovrebbe fare un buon esempio di cinema a tema licantropi nella nostra contemporaneità.

lunedì 8 maggio 2023

GUARDIANI DELLA GALASSIA VOL. 3: QUANDO LA FAMIGLIA VA BEN OLTRE IL SANGUE

Parlare di fase calante per l'imponente Marvel Cinematic Universe risulta un eufemismo, specie dopo che, chiusa l'altalenante Fase 4, l'attuale nuovo ciclo narrativo si è aperto con il flop commerciale e critico di Ant-Man and the Wasp: Quantumania (Peyton Reed, 2023), eppure qualcuno sembra riuscire ogni volta a estraniarsi da qualsiasi fenomeno attraversi il più vasto universo gestito da Kevin Feige: mi riferisco a James Gunn e ai suoi film, che hanno sempre vissuto in perfetto equilibrio tra i poli di autorialità e adesione ai canoni imposti dall'alto. Nelle sale di tutto il mondo è appena arrivato Guardiani della Galassia Vol. 3 (Guardians of the Galaxy Vol. 3, James Gunn, 2023), che, dato anche il passaggio del regista al ruolo di presidente della concorrente divisione cinematografica della DC Comics, segna la conclusione di una trilogia unica all'interno del panorama MCU e, non a caso, sia la stampa che il pubblico stanno premiando all'unanimità la pellicola, dimostrando per l'ennesima volta che ad attentare alla vita dei cinecomic non è il genere in sé, bensì la forzata omologazione che tarpa le ali al suo maggior pregio, la sterminata varietà di interpretazioni che permette.

Ambientato almeno inizialmente nella nuova base dei Guardiani, chiamata Ovunque, il lungometraggio segue il disperato tentativo da parte di Peter (Chris Pratt) e dei suoi compagni di salvare la vita di Rocket (Bradley Cooper), gravemente ferito in seguito a uno scontro con il potentissimo essere artificiale Adam Warlock (Will Poulter). Mentre i protagonisti lottano per trovare un dispositivo che salvi la vita all'amico risalendo al luogo in cui è nato, si alternano flashback sul passato dello stesso procione, che mostrano quanto abbia dovuto soffrire sia fisicamente che emotivamente prima di conoscere Groot (Vin Diesel) e gli altri.

In un film, specialmente all'interno del panorama contemporaneo, l'importanza della sequenza d'apertura va spesso ben oltre il semplice tentativo di catturare nell'immediato l'attenzione dello spettatore, così da convincerlo a proseguire la visione, bensì forma una sorta di ouverture che anticipa e al tempo stesso riassume in sé le principali coordinate dell'opera. In questo senso l'opening di Guardiani della Galassia vol. 3 funziona in maniera quasi esemplare: riprende la tradizionale struttura da videoclip con un brano molto noto di musica pop preesistente ma con una notevole variazione rispetto ai precedenti capitoli: alle scanzonate danze e note viste in passato si sostituisce il vagare malinconico di Rocket accompagnato da una versione acustica di Creep dei Radiohead. Un brano simbolo per chiunque si sia sentito almeno una volta nella vita fuori posto, "a weirdo" come cantato da Thom Yorke, che si intona alla perfezione con i sentimenti provati per una vita intera da tutti i membri della sgangherata squadra assemblata da Gunn, ma in particolare per lo scontroso procione dalla voce di Bradley Cooper, messo per la prima volta a nudo in tutta la sua fragilità di esperimento di eugenetica che ha sperimentato qualsiasi forma di dolore prima di scoprire nuovamente la forza dei legami attraverso l'amicizia. Dopo averlo lasciato serpeggiare in maniera velata, il cineasta americano rivela una volta per tutti una netta preferenza per questo personaggio dalle sembianze perennemente in bilico tra umano e animale, rendendolo l'ideale rappresentazione di una mancanza di certezze che colpisce fin troppi di noi in una società che cerca di far sentire fuori posto chiunque non si incaselli facilmente nelle categorie imposteci. Persino le battute tutt'altro che politicamente corrette dei prequel assumono alla luce di quanto mostrato nel corso del film una dimensione estremamente tragica, non però fine a se stessa; anzi la vera forza del racconto, scritto dallo stesso Gunn, a sottolineare il suo status di autore quanto mai libero per gli standard Marvel, si situa in realtà nel dare vita alla più naturale evoluzione e conclusione al percorso iniziato nel 2014: non solo viene finalmente rivelato il trauma che ha reso un reietto anche Rocket ma soprattutto i Guardiani assumono definitivamente il ruolo di grande famiglia interstellare pronta ad abbracciare qualunque freak cerchi un proprio posto. Dall'eterno insicuro Kraglin (Sean Gunn) fino al potentissimo ma spaesato Warlock, tutti trovano comprensione, fratellanza e unione di intenti nella squadra formata da Peter Quill, che da bravo leader e padre putativo capisce bene quando è tempo di lasciare che i suoi figli spicchino il volo senza la sua ingombrante ala protettrice, potendo di conseguenza dedicarsi ai propri traumi rimasti in sospeso.

A una narrazione davvero all'altezza della chiusura di una trilogia di rara coerenza per il genere in questione corrisponde un altrettanto efficace comparto estetico, nel quale spicca una connivenza tra effetti pratici e digitali che tradiscono l'amore dell'autore di Slither (James Gunn, 2006) per Star Wars ma, prima di tutto, rendono ben più vivi e tangibili gli strambi personaggi che popolano le avventure intergalattiche che porta su schermo, mentre un virtuoso piano sequenza con repentini cambi di ritmo in stile Zack Snyder appagano anche l'occhio dei fan dall'azione pura. In attesa di scoprire se lo strampalato stile che contraddistingue il cinema di Gunn possa adattarsi anche alla magniloquenza di Superman, Guardiani della Galassia vol. 3 chiude perfettamente un cerchio e ci ricorda ancora una volta quanto i supereroi abbiano ancora da dire al cinema, specialmente in sala.

mercoledì 22 marzo 2023

SCREAM VI: DAL REQUEL AL RIAVVIO DELLA SAGA

Con un mercato sempre più complesso da leggere e dominare, sconvolto dal ruolo sempre più preminente dello streaming casalingo e da una pandemia che ha ulteriormente ridotto l'abitudine a usufruire della sala cinematografica, Hollywood ha cercato a più riprese di sfruttare la nostalgia imperante, specie tra i millennials, per giocare sul sicuro, riesumando franchise di successo, anche a distanza di decadi dalla loro ultima comparsata sul grande schermo. I risultati sono stati spesso mediocri, anche da un punto di vista prettamente economico, ma un'eccezione a questo trend è rappresentata da Scream (Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillet, 2022), una delle sorprese più gradite dello scorso anno. Naturalmente nella Mecca del cinema successo equivale a sequel e così, con tempi di lavorazione rapidissimi, il 2023 vede la distribuzione mondiale di Scream VI, ancora una volta diretto dal duo di giovani directors. Anche in questo caso box office e critica stanno promuovendo il film, nonostante l'assenza per la prima volta della storica eroina Sidney Prescott, lasciando spazio per un ulteriore proseguo di un nome storico del filone slasher.


A circa un anno dagli eventi narrati nel prequel, il gruppo di sopravvissuti si trasferisce a New York per frequentare il college, accompagnati anche da Sam (Melissa Barrera), che non intende lasciare sola la sorellina Tara (Jenna Ortega). Neanche la distanza siderale da Woodsboro sembra però tenere lontano Ghostface, che torna in azione con l'intento non solo di finire il lavoro iniziato nella cittadina californiana, ma anche di mostrare al mondo gli istinti omicidi della protagonista, che nel frattempo è finita nel mirino dei social, con l'accusa di essere la vera assassina.


A partire dall'incipit Scream VI mette in chiaro la volontà dei registi di giocare ancora con il labile confine tra omaggi a Craven e innovazione, smascherando per la prima volta il killer mascherato, per poi rivelare che in realtà esiste un ulteriore omicida che diventerà il vero villain della pellicola. Il leitmotiv con cui tentano di mantenere un equilibrio tra i due poli diventa in questo caso il concetto di saga, nell'accezione più contemporanea del termine, tanto che nell'immancabile sequenza in cui vengono enunciate le regole del gioco i punti di riferimento diventano il Marvel Cinematic Universe e Star Wars, che hanno ampiamente superato o limiti tradizionali del termine fino a trasformarsi in universi cinematografici espansi. Ciò comporta che, dopo aver introdotto nuovi protagonisti da affiancare al cast storico con la formula del requel, il lungometraggio deve mantenere alta la fidelizzazione del pubblico con un ulteriore spinta al rinnovamento, al punto da poter persino fare a meno degli eroi più amati dalle generazioni più attempate, come nel caso di Han Solo in Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens, J. J.  Abrams, 2015). E le novità rispetto al canone non mancano, seppur sempre attente a non stravolgere del tutto ciò che ha reso iconica la creatura scritta a metà anni Novanta da Kevin Williamson, confermando ancora una volta l'intelligenza degli autori di Ready or Not (2019), ma non è tutto oro quello che luccica. 


In maniera non dissimile da quanto avveniva nel precedente capitolo, il film funziona egregiamente come slasher e come opera in sé, forte di una notevole inventiva per gli omicidi, forse tra i più violenti graficamente della saga, un gruppo di personaggi principali ancor più affiatati e caratterizzati, complice anche l'assenza di "figure ingombranti" quali Sidney e Linus, e alcune sequenze formalmente davvero pregevoli, tra cui spicca in particolare quella ambientata nella metropolitana, dove l'alternanza tra luci e ombre e un ottimo montaggio alternato portano a livelli di suspense a cui raramente è stato abituato il pubblico affezionato a tale filone orrorifico. Eppure non si può giudicare la pellicola senza ricordare cosa comporti chiamarla Scream: un nome che è sinonimo certamente di horror, della caccia in pieno stile whodunit all'identità dell'assassino e di humour metafilmico ma soprattutto di riflessione teorica e sociale sul cinema dell'orrore e del suo rapporto con gli spettatori, il vero cuore pulsante del franchise. A ogni nuova iterazione Craven aveva puntato lo sguardo sulle evoluzioni più recenti della spettatorialità, su quali effetti avesse il genere che aveva più spesso frequentato sul pubblico, specialmente quello adolescente, che era sempre stato al centro della sua filmografia. Di tutto questo non sembra esserci alcuna traccia, persino in misura minore rispetto al quinto episodio, così come della maestria estetica del cineasta di Cleveland.


Scream VI resta in definitiva uno dei migliori slasher per qualità di scrittura e cura formale, un notevole horror con tocchi di giallo e black humour metacinematografico ma ben lontano dall'aggiornare alla nuova decade l'indagine sociologica che rendeva questo franchise un unicum all'interno del panorama hollywoodiano.

giovedì 2 maggio 2019

AVENGERS: ENDGAME. FINALE DI STAGIONE PER IL MCU

Per quanto possano storcere il naso cinefili e studiosi ossessionati solamente dal cinema da festival e dai solito quattro o cinque nomi storici invocati quasi come un mantra all'interno di ogni discussione online, il Marvel Cinematic Universe è una realtà impossibile da ignorare all'interno del panorama contemporaneo. Volendo analizzare anche solamente il risvolto commerciale del progetto è innegabile come ogni pellicola a esso legata trascini in sala milioni di spettatori, permettendo a piccoli e grandi esercenti di tenere viva ancora oggi questo tipo di esperienza di visione e di conseguenza perpetrandola anche nelle generazioni più giovani, quelle nate e cresciute con lo streaming e i device portatili. Dopo ben undici anni costellati dall'impressionante cifra di ventidue lungometraggi, il MCU arriva in questi giorni a chiudere il cerchio di quelle storie iniziate nel 2008 con Iron Man (diretto da John Favreau) tramite Avengers: Endgame, seguito girato in contemporanea (non a caso proprio come avviene per i continuous serial) di quell'Avengers: Infinity War (2018) diretto sempre da Anthony e Joe Russo. Inutile sottolineare i record di incassi stabiliti in pochi giorni di distribuzione, così come le recensioni entusiaste della critica anglofona. Un successo preannunciato per un film-evento.

Rivelare molto della trama del film che ha veramente raggiunto l'apice dell'odierna isteria di massa per gli spoiler sarebbe ingeneroso e dunque mi limito a riferire solamente che le vicende narrate si svolgono immediatamente dopo lo schiocco di dita di Thanos (Josh Brolin), mostrando le tragiche conseguenze sul pianeta della scomparsa di metà della sua popolazione. Feriti nel fisico e nello spirito i Vendicatori rimasti si riuniscono grazie all'intervento di Captain Marvel (Brie Larson), l'unica in grado di salvare Tony Stark (Robert Downey Jr.) e Nebula (Karen Gillan) da morte sicura nello spazio, e meditano vendetta verso il possessore delle Gemme dell'infinito. Come spesso succede la semplice restituzione del torto subito non porta ai risultati sperati e solo il successivo ritorno dal regno quantico di Ant-Man (Paul Rudd) porterà nuove speranze alla squadra.

Analizzare questo Avengers: Endgame senza conoscere i precedenti film della saga sarebbe impossibile, ancora di più rispetto ai precedenti crossover tra supereroi Marvel o a qualsiasi capitolo di una trilogia, perché in questo caso lo spettatore si trova dinanzi alla conferma definitiva (caso mai ce ne fosse ancora bisogno) della natura profondamente seriale delle esperienze filmiche del MCU. Sebbene ogni singola pellicola possieda una propria unità narrativa e possa essere goduto come prodotto singolo, la realtà è che gran parte del pubblico viene sapientemente spronata da una precisa scelta narratologica a vivere ogni pellicola come un episodio di un grande serial cinematografico, aggiornando così la lezione di lavori quali Adventures of Captain Marvel (John English, William Witney, 1941) o Batman (Lambert Hillyer, 1943) alle tendenze del blockbuster crossmediale contemporaneo, ricco di influenze dalla narrazione televisiva. Tramite questa ineluttabile (tanto per rimandare all'aggettivo che ahimè gli italiani pare abbiano scoperto solamente grazie all'adattamento italiano dei dialoghi di Thanos) chiave di lettura diventa evidente come il lungometraggio in analisi rappresenti una vera e propria conclusione di tutta la linea narrativa che soggiaceva all'universo cinematografico Marvel e quindi, ricorrendo proprio al lessico della serialità televisiva, il finale di stagione delle peripezie degli Avengers.  A essere precisi bisognerebbe considerare questo season finale come composto dall'unione con il prequel, tant'è che infatti nelle fasi iniziali di pre-produzione gli addetti ai lavori parlavano di Infinity War Part 1 e Part 2, sottolineando esattamente la relazione inscindibile tra questi due film. Due film che assurgono al ruolo di alpha e omega della visione dei Russo del gruppo di supereroi guidato da Captain America (Chris Evans), positivo e negativo, yin e yang di un approccio al genere, al cinema e alla mitopoiesi. Se, infatti, Infinity War era impostato come una inesorabile cavalcata con un crescendo costante di tensione verso la vittoria schiacciante del titano interpretato finemente da Brolin, vero protagonista della pellicola, il suo seguito invece si rivela ben più intimo, dai ritmi meno furiosi e, soprattutto nella prima sezione, mosso principalmente dall'intenzione di mostrare il lato più umano dei protagonisti, reso ben più marcato dal dolore conseguente alla dipartita di tante persone amate e dalla consapevolezza di aver miseramente fallito. Da questo punto di vista risaltano proprio le figure di coloro che si sentono maggiormente in colpa per la riuscita del piano nemico, in particolare Thor (Chris Hemsworth), la cui trasformazione slapstick in realtà nasconde una ferita emotiva e morale che si evince più dallo sguardo dell'attore che non dalla scrittura, e Clint Barton (Jeremy Renner), ancora una volta vero cuore pulsante e umano di una squadra di semidei. Per non incappare proprio nei famigerati spoiler evito di dilungarmi ulteriormente nel tratteggiare le evoluzioni di questi personaggi ma ciò che mi preme evidenziare è la grande attenzione riposta dalla coppia di registi nella costruzione emotiva del lutto, del senso di colpa dei sopravvissuti, delle incertezze, del dolore ma anche della riconciliazione. Ovviamente molti dei tantissimi eroi che appaiono su schermo nelle oltre tre ore finiscono per essere solamente comparse o poco più ma era inevitabile all'interno di un kolossal simile e dunque ciò che rende un'esperienza memorabile, sia per i fan di lunga data del franchise che per gli appassionati di cinema, questo Endgame è la crescita stilistica dei Russo, capaci di costruire sequenze finalmente in grado di mostrare una loro impronta di autori, come l'incipit riservato a Clint e alla sua famiglia o il mirabolante piano sequenza in cui lo stesso arciere affronta uno yakuza interpretato da Hiroyuki Sanada. Persino la scelta di rinunciare spesso al commento musicale, quasi sempre strabordante nei lavori Marvel senza mai regalare melodie davvero degne di essere ricordate, rivela la maturità espressiva intrapresa dagli autori di Captain America: The Winter Soldier (2014) e la menzionata opposizione speculare verso Infinity War, segnato da una colonna musica onnipresente ma tra le poche a risultare davvero ispirata tra quelle della saga.

In definitiva questo Avengers: Endgame difficilmente farà cambiare idea a chiunque non ami i cinecomic, il cinema di intrattenimento o i supereroi Marvel e di certo non convincerà chi vive ancora di pregiudizi verso questo tipo di settima arte ma, d'altro canto, come season finale di un serial durato undici anni non delude, accontenta il fanboy incallito senza rinunciare a mostrare una notevole crescita da parte dei suoi autori. Certo ogni affermazione estrema assimilabile ai soliti commenti "capolavoro" o "miglior cinecomic di sempre" restano estremismi inutili e infondati (a mio parere anche solo all'interno del MCU il già citato The Winter Soldier resta insuperato) ma queste sono argomentazioni futili da web 2.0.

domenica 7 ottobre 2018

VENOM: IL CINECOMIC BIFRONTE

Con una certa sorpresa al momento dell'annuncio della partnership tra Sony e Marvel per l'inclusione all'interno dell'universo diegetico degli Avengers del personaggio di Spider-Man, i cui diritti pertengono alla multinazionale d'origine nipponica, è stata resa pubblica anche l'intenzione di produrre degli spin-off legati al mondo di Peter Parker e che il primo di questi sarebbe stato dedicato a Venom, uno dei suoi villain più celebri. Proprio in questi giorni Venom, diretto da Ruben Fleischer, arriva nelle sale di tutto il mondo, forte del rinnovato entusiasmo nei confronti dell'Uomo ragno, sebbene questi non appaia mai nel film, e del carisma della star Tom Hardy, produttore dell'opera e interprete proprio del cattivo divenuto in questo caso protagonista. Al momento il debutto ai botteghini mondiali si sta rivelando estremamente positivo, al contrario delle recensioni anglosassoni che infieriscono oltremodo sulla qualità della sceneggiatura.

Il film, come da manuale della origin story tipica dell'ormai codificato genere del cinecomic, introduce al pubblico la figura di Eddie Brock (Tom Hardy), reporter d'assalto di una emittente televisiva sempre pronto ad attaccare senza peli sulla lingua i poteri forti e a difendere gli indigenti. Proprio in tale ottica disobbedisce alle direttive del proprio datore di lavoro nel momento in cui gli viene chiesto di intervistare in maniera docile Carlton Drake, CEO della multinazionale Life Foundation attraverso la quale conduce esperimenti illegali per poter fondere esseri umani a forme di vita aliene chiamate Simbionti, parassiti in grado di sopravvivere sulla Terra solamente all'interno di un organismo ospite. Il protagonista sfrutta per poter mettere in difficolta l'intervistato alcuni file trovati sul portatile della fidanzata Anne (Michelle Williams), avvocato assegnato dalla propria società in difesa della stessa Life Foundation in merito ad alcune accuse molto pesanti. Il subdolo magnate interrompe bruscamente la chiacchierata con il giornalista e ne distrugge letteralmente ogni velleità di continuare con la propria professione, in contemporanea con la reazione furibonda di Anne che lascia immediatamente il proprio uomo non appena viene licenziata a causa del suo comportamento avventato. Dopo svariati mesi passati a cercare lavoro in perenne stato di ebbrezza Brock viene contattato da una ricercatrice della compagnia che lo ha ridotto sul lastrico. La donna gli racconta delle orribili colpa del suo capo e lo porta con sé nei laboratori della società per permettergli di scattare foto compromettenti. La missione segreta del protagonista gli cambierà per sempre la vita: senza volerlo viene attaccato da uno dei Simbionti che troverà nell'uomo il perfetto ospite con il quale convivere, dando la vita all'inarrestabile Venom.

Chiunque abbia una minima dimestichezza con le avventure a fumetti o le serie animate dedicate a Spider-Man sa come Venom sia uno dei villain più violenti dell'intero universo creato da Stan Lee e complesso da un punto di vista piscologico e morale, rispecchiando in tal senso lo stile del suo ideatore Todd McFarlane e dell'intero settore supereroistico tra gli anni '80 e '90. In virtù di questa ben nota caratterizzazione e anche a causa del successo non del tutto atteso di cinecomics vietati ai minori come Deadpool (Tim Miller, 2016) e Logan (James Mangold, 2017) era lecito aspettarsi un prodotto furente, selvaggio e ai limiti dell'horror e invece il Venom di Fleischer rispecchia a pieno l'identità del proprio autore e la volontà di allinearsi agli standard del MCU, dal quale mantiene una certa indipendenza ma pur sempre nei limiti imponibili a una pellicola ambientata in quel determinato universo diegetico. Il regista di Zombieland (2009) per l'occasione pesca a piene mani dall'intero bagaglio rappresentato dalla propria filmografia integrando sia la sua predilezione nei confronti dell'ironia dissacrante, ai limiti del black humour, che la capacità di mescolare atmosfere e generi, proprio come accadeva nel succitato film d'esordio o nel poco fortunato Gangster Squad (2013). Il lungometraggio in questione si rivela infatti, in maniera piuttosto evidente, una sorta di Giano bifronte nel quale coesistono due anime ben distinte: una prima, maggiormente rilevante durante la prima metà del film, prettamente cupa che trova nella prima sequenza la sua massima espressione in termini di qualità visiva e aderenza a toni action prettamente innestati in una contemporaneità facilmente equiparabile alla nostra mentre l'altra metà dell'opera rispecchia una seconda essenza della stessa ben più disposta a prendersi gioco della serietà messa in mostra precedentemente e nella quale domina su tutto il singolare rapporto di "amicizia" che si instaura tra Eddie e il Simbionte, causa di momenti da commedia d'azione quasi slapstick contaminati però da quell'umorismo nero al quale ho accennato. Con l'avanzare della storia i due poli del film finiscono per confluire diluendo fino a rendere molto labili i confini tra i due, in un percorso che sembra correre parallelamente alle sorti della convivenza sui generis tra uomo e alieno in un solo corpo. Proprio come il personaggio di Tom Hardy arriva nel finale a chiarire, con tanto di primo piano con sguardo in macchina, che da questo momento in poi esiste un "noi" chiamato Venom, composto dall'unione di due losers in cerca di riscatto, il film sembra in quella ultima sequenza raggiungere la piena maturità di una iniziazione che ha permesso a due metà distanti di diventare una squadra e infine formare un unico lungometraggio coeso, capace di unire con consapevolezza gli istinti bestiali dell'una all'ironia sorniona dell'altra.

Venom risulta dunque a tutti gli effetti un caso di Giano bifronte all'interno dell'ormai sempre più esteso panorama dei cinecomics, un prodotto in grado di unire due volti quasi opposti senza risultare indigesto o tedioso per lo spettatore, raggiungendo così l'obiettivo principale di qualsiasi blockbuster e lasciando presagire, anche grazie all'intrigante scena post-credit, un futuro luminoso per i suoi sequel.