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giovedì 2 gennaio 2025

PAST LIVES: ANIME GEMELLE MA NON IN QUESTA VITA/SOCIETÀ

In un panorama cinematografico in cui le major storiche annaspano sempre di più, sia qualitativamente, sia nei meri numeri al botteghino, oltre ai giganti dello streaming emergono anche realtà più piccole ma ricche di idee e volontà di imporsi, tra cui spicca A24. Con un'offerta che permette grande libertà ai registi e che ibrida gli orizzonti di attesa tradizionalmente associati all'arthouse da un alto, al genere dell'altro, la casa di produzione statunitense si è resa lo strumento ideale per rilanciare artisti messi in disparte da Hollywood, ma, soprattutto per dare voci a esordienti promettenti. Nelle vesti di distributore collabora anche alla prima esperienza alla regia di un lungometraggio di Celine Song, che dirige nel 2023 il semiautobiografico Past Lives, co-produzione tra Stati Uniti e Corea del Sud che, al netto di un budget di poco superiore a quello di un tipico lavoro indie, supera i 40 milioni di dollari al box office e ottiene il plauso unanime da parte della critica, condito da plurime nomination a Golden Globe e Academy Awards.


La pellicola segue, nell'arco di tre intervalli temporali di dodici anni, il rapporto tra Nora/Na Young (Greta Lee) e Hae Sung (Teo Yoo), fidanzatini di fatto nella pre-adolescenza in Corea, separati però dalla decisione dei genitori della ragazza di trasferirsi a Toronto, dove quest'ultima cambia anche nome. Proprio dodici anno dopo il trasloco intercontinentale, i due riescono a ritrovarsi grazie a Facebook e, nonostante la distanza e il lungo periodo trascorso senza parlarsi o vedersi, la complicità resta illesa, ma ormai ognuno ha una propria vita, specie la giovane, motivata a diventare una grande sceneggiatrice.


Nel cuore del suo concept drammaturgico Past Lives si inserisce senza alcun dubbio nel solco di una tradizione che annovera classici quali il ciclo della quattro stagioni di Eric Rohmer, la trilogia Before di Richard Linklater e In the Mood for Love (Wong Kar-wai, 2000) e molti altri epigoni più o meno riusciti, motivo per cui Song decide saggiamente di concentrare il proprio sguardo non sulla reinvenzione della ruota, bensì sull'offrire una prospettiva particolare e quanto mai contemporanea di questo tipo di racconto, resa possibile anche da trascorsi personali che ben si evincono da quanto accade sullo schermo. La cineasta canadese, nata però in Corea, nel mettere in scena una coppia che resta sempre in divenire, sempre sul punto di realizzare un amore che però finisce per fermarsi sempre alla potenzialità, pone l'accento su un tema che nel mondo attuale assume forse ancor più importanza rispetto agli esempi precedentemente illustrati, specie considerando le specificità di un mondo ormai fortemente globalizzato e in costante mutamento. Mi riferisco alla dialettica tra amore "romantico" e realizzazione individuale, tra abbandono al sentimento più irrazionale e contingenze quotidiane. Tutto certamente già sviscerato, fin dai tempi di Jane Austin e Goethe, ma in questo caso con i piedi ben saldi nell'era delle distanze azzerate solamente in teoria grazie a internet, i social network e i voli intercontinentali. Nora e Hae Sung, difatti, vivono il loro complicato rapporto in contemporanea alla crescita esponenziale della centralità del digitale nelle vite di tutti noi, saggiandone i grandi vantaggi, come ad esempio le videochiamate con cui si innamorano nuovamente a circa ventiquattro anni, così come i lati oscuri, dalla delusione cocente dell'impossibilità di conciliare i propri impegni nonostante l'apparente semplicità con cui ci si può spostare oggi fino al ruolo fondamentale che l'economia possiede persino nelle storie d'amore.


In maniera non dissimile da quanto visto nel mai abbastanza ricordato Like Crazy (Drake Doremus, 2011), l'autrice pone in evidenza quanto sia difficile conciliare il materialismo estremo alla base del nostro modello sociale con una lunga tradizione culturale che esalta invece la forza ben più dionisiaca dell'amore erotico, simboleggiato dal concetto coreano del inyeon a cui i personaggi del film fanno riferimento a più riprese. Un mondo in cui la paura della solitudine è il primo motore relazionale, due giovani innamorati si sposano prima del previsto per evitare che uno dei due venga espatriato e si vive in una città iconica come New York senza aver mai messo piede sulla Statua della Libertà, è in netta controtendenza con il concetto stesso di anime gemelle che si sfiorano nel corso di ogni esistenza fino ad arrivare a stare finalmente insieme e, di conseguenza, anche un'artista quale Nora trova maggiore sicurezza e aderenza al proprio io in una relazione poeticamente scialba ma indubbiamente autentica come quella con Arthur (John Magaro). Personaggio, peraltro, che permette a Song di ribaltare uno dei topoi del filone, ovvero quello del terzo incomodo, solitamente pieno di sé ed emotivamente freddo, che impedisce fino all'ultimo il ricongiungimento dei protagonisti. In questo caso, invece, lo scrittore con cui la donna vive da molti anni è l'esatto opposto, con le tante attenzioni che riserva all'amata, la sensibilità che dimostra quando Hae Sung arriva in America e persino una sorta di commento che sfonda i confini della diegesi proprio su quanto, anche solo da un punto di vista lirico, lui non abbia niente da offrire che possa rivaleggiare con il filo del destino che lega la consorte al suo primo amore. In tal senso la pellicola non schematizza la separazione tra due tipologie di sentimenti, anzi problematizza con rara delicatezza una questione che non è mai stata manichea e che lo è ancor di meno in un momento storico in cui siamo costantemente schiacciati da forze che mettono in secondo piano l'empatia e il bisogno innato che abbiamo di condividere le nostre esistenze con l'altro.


Past Lives è, dunque, il capolavoro epocale descritto dalla critica statunitense? Non per il sottoscritto, poiché ciò che difetta alla pellicola per arrivare ai medesimi livelli dei modelli precedentemente citati è una maggior personalità. In primis sul piano formale Song, pur ricorrendo a una qualità nella composizione delle inquadrature nettamente sopra la media e di grande fascino estetico, sembra trovarsi in una via media tra la fotografia straordinariamente estetizzante e sperimentale di Christopher Doyle nella filmografia di Wong Kar-wai e l'intimismo quasi documentaristico del succitato Like Crazy, tradendo probabilmente anche il fatto di essere agli esordi nell'ambito del lungometraggio. Anche la caratterizzazione dei protagonisti vive maggiormente delle straordinarie interpretazioni attoriali rispetto a una introspezione in sede di sceneggiatura, ciononostante basterebbe il piano sequenza conclusivo a rendere questa pellicola una visione imperdibile e un grande auspicio per l'avvenire di Song.


lunedì 20 gennaio 2020

LIKE CRAZY: ANATOMIA DI UN AMORE CONTEMPORANEO

Il Sundance Film Festival ha lanciato nel corso degli anni molti giovani talenti provenienti dalla scena indipendente statunitense, alcuni dei quali divenuti autori ben riconosciuti a livello globale mentre altri continuano a cercare una propria dimensione stabile. Più o meno a metà tra queste due categoria si potrebbe collocare Drake Doremus, autore di pellicole che non sono ancora riuscite a fare breccia nel pubblico generalista ma che nel 2013 colpì profondamente il festival fondato da Robert Redford con Like Crazy, suo secondo lungometraggio. Girato con un budget davvero irrisorio per gli standard hollywoodiani il film conquistò la critica americana, lanciò la carriera da star di Felicity Jones e portò una credibilità nuova al compianto Anton Yelchin.

La pellicola segue, nel corso di alcuni anni, l'evoluzione della storia d'amore sbocciata all'università tra Jacob (Anton Yelchin) e Anna (Felicity Jones). Quello che sembra un idillio perfetto viene però bruscamente interrotto dalla burocrazia americana, che impedisce alla ragazza, di cittadinanza inglese, il ritorno negli USA a causa della violazione dei termini del permesso di soggiorno durante l'estate che i due innamorati hanno passato insieme. La distanza forzata costringe la coppia a separarsi, a provare a vivere due vite distinte ma con la consapevolezza di essere ancora importanti l'uno per l'altro.

L'amore non è certo un tema nuovo al cinema, per usare un eufemismo, eppure raramente capita di vederlo sul grande schermo così vicino al vissuto dello spettatore, specialmente se in quella fascia d'età compresa tra i venti e i trent'anni. Like Crazy ribalta i topoi della commedia romantica classica avvicinando la propria disanima del rapporto di coppia a un modello cinematografico rintracciabile nella trilogia di Richard Linklater iniziata con Prima dell'alba (Before Sunset, 1995). Doremus, rievocando esperienze autobiografiche, dona vita a una narrazione partorita dall'unione tra una sceneggiatura quasi del tutto priva di dialoghi e l'apporto drammaturgico dei suoi attori protagonisti, in maniera non dissimile da quanto fatto dal cineasta di Houston. Attraverso questa metodologia di scrittura i personaggi di Jacob e Anna risultano estremamente naturali e il loro feeling come coppia produce un'empatia da parte del pubblico molto potente, amplificata dall'uso insistito di inquadrature ravvicinate, come se la cinepresa divenisse essa stessa un prolungamento dei corpi e degli occhi dei due giovani. A tal proposito l'autore di Equals (2015) rinuncia a cineprese professionali in favore di fotocamere reflex, ben più agili e in grado di donare alla fotografia del film un look che ricorda le riprese private che tutti noi utilizziamo per immortalare momenti particolarmente importanti della nostra vita, specialmente quando si tratta di relazioni sentimentali. Una scelta estetica che allontana l'opera dal modello citato, così come l'ampio ricorso a jump cut ed ellissi temporali completamente opposte al concetto di unità cronologica e topologica della trilogia con protagonisti Ethan Hawke e Julie Delpy.
Proprio spazio e tempo diventano nel corso del lungometraggio fattori fondamentali: la romance tra Jacob e Anna viene esplorata nel corso di un periodo temporale ampio e la sua evoluzione viene letteralmente segnata dalla dimensione spaziale. La distanza forma un primo ostacolo all'amore che lega i due, portandoli a prendere strade divergenti, a conoscere nuove persone e forme di autorealizzazione senza però che riescano mai a dirsi davvero addio. Una situazione paradossale in cui, inevitabilmente, con lo scorrere del tempo il sentimento finisce per assumere le forme dolorose del suo ricordo, dando vita così a un finale aperto da cui traspare tutta l'amarezza nei confronti di un fato avverso. Un destino che, come purtroppo quasi tutti noi sappiamo, spesso porta l'amore a vivere una parabola discendente di questo tipo, resa nel caso dei personaggi splendidamente interpretati da Anton Yelchin e Felicity Jones ancor più tragica dall'intervento di elementi esterni (con tanto di velata ma non troppo critica alle leggi sull'immigrazione americana post-11 settembre).