Nel 2006 con Casino Royale Martin Campbell e lo sceneggiatore Paul Haggis avevano destrutturato e ricostruito uno dei miti fondativi del cinema postclassico, quel James Bond che nonostante i cambi di interprete (da Sean Connery a Pierce Brosnan) sembrava immune a qualsiasi cambiamento di rilievo, fedele a certi vezzi che ne caratterizzavano il personaggio ancora prima di sentirlo pronunciare l'iconico frase "I'm Bond, James Bond" come l'inappagabile appetito sessuale, la passione per il vodka martini agitato non mescolato o gli innumerevoli gadget fantascientifici da mettere in mostra a ogni nuova avventura, divenuti ancora più rilevanti tramite le pellicole con Brosnan protagonista (tra le quali spicca proprio la regia del già citato Campbell GoldenEye del 1995). L'enorme successo critico e commerciale del soft reboot che aveva introdotto l'algido Daniel Craig nel ruolo della spia inglese spinge la MGM a mettere in cantiere un sequel, per la prima volta connesso diegeticamente al predecessore, e dunque scrittura per la regia, con una certa sorpresa, Marc Forster, autore poco avvezzo al cinema d'azione, affiancandolo alla penna di Haggis, ormai sinonimo di garanzia qualitativa. Il risultato del sodalizio porta il titolo di Quantum of Solace, ispirato da un racconto breve di Ian Fleming, che viene distribuito nel 2008 incassando quasi 600 milioni di dollari nel mondo ma cadendo sotto il peso delle spaventose aspettative generate da Casino Royale.
Il film in analisi riprende istantaneamente le fila del prequel mostrando l'inseguimento, ambientato a Siena, subito da Bond da parte degli scagnozzi di Mr. White (Jesper Christensen), criminale invischiato con la misteriosa organizzazione che controllava Le Chiffre (Mads Mikkelsen), villain del lungometraggio di Campbell, e dunque coinvolto nella morte della donna amata dal protagonista. Sopravvissuto all'agguato l'agente segreto si reca nella base segreta dei servizi inglesi nella cittadina toscana per interrogare il pericoloso prigioniero ma questi viene liberato da un infiltrato all'interno degli inglesi, rischiando peraltro di uccidere M (Judi Dench), direttore dell'Intelligence britannica. L'unica pista che collega il fuggitivo e l'organizzazione di cui fa parte risultano essere alcune banconote segnate connesse proprio con Le Chiffre e che conducono James in Bolivia, dove il magnate Dominic Greene (Mathieu Amalric) stringe accordi con il generale Medrano: in cambio di finanziamenti al golpe del militare il villain rivendica il possesso di un'area desertica da sfruttare per appropriarsi di tutte le risorse idriche del paese, con le quali intende tenere in scacco l'intera nazione e il proprio establishment politico. Con l'inaspettato aiuto dell'amante di Greene, Camille Montes (Olga Kurylenko), e dell'ex spia Mathis (Giancarlo Giannini) Bond tenta di fermare i loschi piani del nemico e al contempo di vendicare l'ex compagna, a costo anche di inimicarsi i servizi segreti inglesi e americani.
Persino dalla lunghezza e dal contenuto di questo piccolo sunto sulla pista narrativa di Quantum of Solace appare evidente come Forster abbia deciso di proseguire sulla via del rinnovamento introdotta dal predecessore e anzi aumentare ancora le distanze rispetto al passato della longeva saga. Mai prima d'ora vi era stato un sequel diretto da una delle pellicole bondiane e il film in oggetto comincia addirittura pochi minuti dopo il finale di Casino Royale, privando lo spettatore del celebre intro gunbarrel (la piccola sequenza iconica nella quale Bond viene inquadrato dall'interno della canna di una pistola mostrandolo mentre cammina da destra verso sinistra per poi sparare verso la cinepresa) almeno fino alla fine del film stesso, rimandando dunque anche l'entrata in scena del tema di 007, solitamente usato in funzione leitmotivica e invece del tutto assente in questo caso. Lo stesso agente segreto, sebbene abbia acquisito maggiore esperienze rispetto agli esordi mostrati nel reboot del 2006, si mostra ben diverso dall'elegante e ironico personaggio interpretato da Roger Moore o da Sean Connery: si limita a pochissime battute, peraltro piuttosto acide, si lascia andare alla seduzione femminile solamente in due occasioni e consuma un rapporto sessuale solamente in una di esse, non chiude occhio, beve compulsivamente e non solamente il celeberrimo vodka martini. Il bond dal volto arcigno di Daniel Craig è una figura tormentata, ossessionata dall'amore per Vesper (Eva Green) ma anche dal suo tradimento e dunque incapace di fidarsi del prossimo, costantemente in cerca di vendetta e privo di freni inibitori nella persecuzione di coloro che hanno architettato la morte della donna. Solamente la collisione con tre personaggi molto diversi tra loro riesce a riportare sul viale della ragione il protagonista e ad aiutarlo a combattere i propri demoni. Il primo di essi è proprio M, la donna che, come indirettamente confermato dallo stesso James, rappresenta un surrogato materno per la spia, capace di difenderlo anche quando ogni prova e qualsiasi potere forte sembra essergli contro, proprio come una madre che non può fare a meno di amare il proprio bambino a prescindere dagli errori che questi commette. Il secondo e forse fondamentale incontro che restituisce umanità al personaggio di Craig arriva dal passato ed è Mathis, la cui saggezza derivata da decenni vissuti guardandosi le spalle da chiunque gli permettono di capire meglio di chiunque altro il dolore e i dubbi del collega inglese e il suo sacrificio, reso ancora più potente dal punto di vista emotivo con un abbraccio che ricorda l'iconografia della Pietà, sembra stappare il cuore bloccato e indurito di Bond, permettendogli così di potersi fidare di Camille, una "Bond-girl" che nega quasi ogni topos di questo ruolo scambiando un solo bacio con l'uomo e che condivide con lui l'ossessione per la vendetta.
Alla luce di quanto appena detto Forster, Haggis e Craig ritraggono uno 007 ben lontano dagli esempi del passato e molto più vicino agli antieroi portati sullo schermo, sia in quanto regista che attore, da Clint Eastwood (non a caso Paul Haggis ha scritto alcune sue pellicole come Million Dollar Baby del 2004 e Flags of Our Fathers del 2006); uomini consumati da esperienze regresse dolorose, difficili da accantonare e per questo restii a guardare al futuro poiché il passato costituisce per loro un'ancora troppo pesante da spostare. Ben più vicino al nuovo Bond appare la spia che ha segnato il terzo millennio cinematografico, quel Jason Bourne che nonostante soffra di amnesia non riesce a liberarsi dall'ombra di ciò che è stato e che, proprio come Craig in Quantum of Solace, fugge costantemente di paese in paese, da un continente all'altro inseguito più dai propri fantasmi che non da persone reali. La stessa Camille conferma con una breve battuta l'intero status emotivo e psicologico del protagonista dicendogli "Vorrei liberarti ma la tua prigione è qui dentro" (indicando con la mano la testa dell'uomo). Persino da un punto di vista prettamente formale il cineasta tedesco, alla sua prima regia action, opta per un utilizzo intenso della camera in spalle durante le sequenze più concitate, marchio di fabbrica dell'autore per eccellenza dell'autore della saga bourniana Paul Greengrass, al quale però aggiunge tocchi della propria estetica raffinata come il magistrale montaggio alternato che contraddistingue la sequenza dell'allestimento della Tosca.
Probabilmente Quantum of Solace paga per molti fan del mito bondiano la sua natura di transizione tra la rivoluzione totale espressa da Casino Royale e l'osannato blockbuster autoriale Skyfall (Sam Mendes, 2012) eppure non può essere negata la sua capacità di intrattenere e al contempo di scavare all'interno della psicologia di un personaggio che per sua natura, in quanto figura mitica, psicologia vera e propria non aveva e dunque la pellicola di Marc Forster resta uno dei più coraggiosi capitoli della saga, raffinato e rabbioso insieme.
Piccolo satellite orbitante attorno al pianeta Cinema ma con la forte attrazione anche per le altre arti e in particolare per quelle che più segnano la nostra contemporaneità: fumetto, videogame ecc. Fondamentale per me è che chi scriva qui abbia le competenze necessarie (io ad esempio possiedo una laurea triennale al DAMS e una magistrale in storia e critica dello spettacolo). Auguro buona lettura e buona riflessione a chiunque voglia fermarsi su questo sperduto satellite della settima arte.
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mercoledì 18 luglio 2018
QUANTUM OF SOLACE: IL CREPUSCOLARE BOND FIRMATO MARC FORSTER
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lunedì 23 gennaio 2017
CRASH: SCONTRARSI E SCOPRIRE DI ESSERE ANCORA UMANI
Oggi, nel pieno di quel web 2.0 che ha portato la democrazia nell'informazione, o almeno avrebbe dovuto, ma che ha anche permesso la circolazione mondiale incontrollata di disinformazione, per non dire vere e proprie idiozie, risulta molto facile determinare il pensiero diffuso, dare vita a mode o luoghi comuni che francamente fino a pochi anni fa sarebbero risultati talmente ridicoli da oltrepassare il grottesco. In questo groviglio di catene di Sant'Antonio del pensiero finiscono sempre più spesso prodotti artistici come film, serial televisivi o videogiochi che finiscono per essere osannati per oscuri motivi dettati dal sentito dire o allo stesso modo vengono denigrati, con tanto di campagne all'insegna dell'insulto gratuito da vero bullismo virtuale.
Una vittima illustre di tale situazione si è suo malgrado ritrovata a essere persino una pellicola come Crash, scritta e diretta da Paul Haggis nel 2004, vincitrice di prestigiosi premi in tutto il mondo, tra cui tre Academy Awards (compresi miglior film e miglior sceneggiatura originale) e considerata all'uscita una delle migliori dell'anno da moltissimi autorevoli critici. Lungi da me considerare verbo divino l'opinione delle riviste di settore (come dimostra questo blog ho spesso trovato interessanti film stroncati senza pietà dalle recensioni) ritengo però che la recente rivalutazione, o meglio svalutazione, diffusasi in rete verso il lungometraggio in questione ridicola per la sua mancanza di riferimenti concreti al profilmico e per la puntuale omologazione delle pseudo critiche attribuitegli. Badate bene, niente è perfetto a questo mondo e probabilmente molti di voi alla fine potrebbero anche trovarsi in completo disaccordo con me ma almeno createvi una vostra idea, scevra dalle campagne di sensazionalismo tipiche della parte peggiore dei social network.
Crash si presenta da un punto di vista narrativo come una composizione corale, simile ai lavori di Altman o a Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999), uno spaccato di vita di varie persone comuni. tutte residenti a Los Angeles e i cui destini finiscono per incrociarsi nel giro di circa trentasei ore: un poliziotto bigotto e amareggiato dalla vita (un Matt Dillon strepitoso), il suo partner giovane e ancora convinto dei propri ideali (Ryan Phillippe), un detective di colore (Don Cheadle) diviso tra un'ostentata freddezza e l'amore amore incondizionato per la madre, due ragazzi afroamericani che vivono di furti, il procuratore distrettuale (Brendan Fraser) e sua moglie (Sandra Bullock), un regista televisivo ancora tormentato dal colore della propria pelle, un fabbro ispanico (Michael Peña) ecc.
Come avrete capito sono molti e provenienti dai più disparati contesti etnici ed economici i personaggi utilizzati dal regista come sineddoche di una umanità sconvolta dai postumi dell'attentato alle Twin Towers, preda di un atteggiamento verso il prossimo che va ben oltre il razzismo che ha sempre imperversato gli Stati Uniti, una sorta di armatura indossata per reagire alla diffusa paura che chiunque possa essere un terrorista pronto a fare del male. Trovo molto superficiale definire il film come una racconto morale e moralista sul razzismo, un tema che certamente viene affrontato ma che rappresenta anche soltanto una delle innumerevoli facce con le quali si presenta quella condizione che ho appena descritto; insomma la xenofobia risulta una delle varie tipologie di diffidenze sfocianti nell'odio che caratterizzano il bastone che fa da sostegno unico a esseri umani alienati da una metropoli che è un vero e proprio non-luogo, così come lo è l'occidente scosso dal terrorismo. Come affermato dal detective Waters nella sequenza iniziale il contatto fisico diventa l'unico antidoto a questo male diffuso, l'unica prova concreta di quell'essenza umana che sembrava perduta e che invece risulta ancora vibrante, nonostante venga quotidianamente sommersa dalla melma dell'odio. Scontrarsi (crash in inglese) per sentire finalmente di non essere delle isole nemiche.
Haggis riesce nel compito per niente facile di tessere una ragnatela di esistenze singole, ognuna presa dalle proprie angosce e da tutta una serie di compromessi dettati dalla sopravvivenza, che finiscono per toccarsi, senza mai rendere eccessivamente tortuosa la sceneggiatura, aiutata da un uso eccelso del montaggio alternato e dei salti temporali, come nel flashforward della sequenza iniziale. Nonostante la poca esperienza con la macchina da presa la regia si dimostra efficace e sicura nel mescolare la tecnica classica a quella moderna, esattamente come in fase di sceneggiatura, concedendo allo spettatore anche inquadrature di grande bellezza estetica, come ad esempio la carrellata finale ad allargare il punto di vista sulla città degli angeli. Memorabili infine risultano le interpretazioni del cast, ognuno dei protagonisti riesce a trasmettere l'umanità estremamente sfaccettata di cui sono portatori senza mai risultare delle semplici maschere, anche se a mio parere svettano leggermente sugli altri Dillon e Cheadle con i loro ritratti di uomini accomunati dalla durezza mostrata in superficie a discapito della vera forza che mostrano nel privato, che li vede entrambi occuparsi senza alcun riconoscimento di genitori distrutti dalla vita.
In conclusione Crash si dimostra un'esperienza filmica che colpisce duro, non lascia indifferenti né alla vista né al cuore con la sua potenza formale ed emotiva ma soprattutto fa tutto questo permettendo allo spettatore di riflettere con ottimi spunti sulla condizione umana attuale, tanto da poter essere definito una delle pellicole che maggiormente rispecchia il cinema contemporaneo nato dal fantasma dell'11 settembre 2001.
Una vittima illustre di tale situazione si è suo malgrado ritrovata a essere persino una pellicola come Crash, scritta e diretta da Paul Haggis nel 2004, vincitrice di prestigiosi premi in tutto il mondo, tra cui tre Academy Awards (compresi miglior film e miglior sceneggiatura originale) e considerata all'uscita una delle migliori dell'anno da moltissimi autorevoli critici. Lungi da me considerare verbo divino l'opinione delle riviste di settore (come dimostra questo blog ho spesso trovato interessanti film stroncati senza pietà dalle recensioni) ritengo però che la recente rivalutazione, o meglio svalutazione, diffusasi in rete verso il lungometraggio in questione ridicola per la sua mancanza di riferimenti concreti al profilmico e per la puntuale omologazione delle pseudo critiche attribuitegli. Badate bene, niente è perfetto a questo mondo e probabilmente molti di voi alla fine potrebbero anche trovarsi in completo disaccordo con me ma almeno createvi una vostra idea, scevra dalle campagne di sensazionalismo tipiche della parte peggiore dei social network.
Crash si presenta da un punto di vista narrativo come una composizione corale, simile ai lavori di Altman o a Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999), uno spaccato di vita di varie persone comuni. tutte residenti a Los Angeles e i cui destini finiscono per incrociarsi nel giro di circa trentasei ore: un poliziotto bigotto e amareggiato dalla vita (un Matt Dillon strepitoso), il suo partner giovane e ancora convinto dei propri ideali (Ryan Phillippe), un detective di colore (Don Cheadle) diviso tra un'ostentata freddezza e l'amore amore incondizionato per la madre, due ragazzi afroamericani che vivono di furti, il procuratore distrettuale (Brendan Fraser) e sua moglie (Sandra Bullock), un regista televisivo ancora tormentato dal colore della propria pelle, un fabbro ispanico (Michael Peña) ecc.
Come avrete capito sono molti e provenienti dai più disparati contesti etnici ed economici i personaggi utilizzati dal regista come sineddoche di una umanità sconvolta dai postumi dell'attentato alle Twin Towers, preda di un atteggiamento verso il prossimo che va ben oltre il razzismo che ha sempre imperversato gli Stati Uniti, una sorta di armatura indossata per reagire alla diffusa paura che chiunque possa essere un terrorista pronto a fare del male. Trovo molto superficiale definire il film come una racconto morale e moralista sul razzismo, un tema che certamente viene affrontato ma che rappresenta anche soltanto una delle innumerevoli facce con le quali si presenta quella condizione che ho appena descritto; insomma la xenofobia risulta una delle varie tipologie di diffidenze sfocianti nell'odio che caratterizzano il bastone che fa da sostegno unico a esseri umani alienati da una metropoli che è un vero e proprio non-luogo, così come lo è l'occidente scosso dal terrorismo. Come affermato dal detective Waters nella sequenza iniziale il contatto fisico diventa l'unico antidoto a questo male diffuso, l'unica prova concreta di quell'essenza umana che sembrava perduta e che invece risulta ancora vibrante, nonostante venga quotidianamente sommersa dalla melma dell'odio. Scontrarsi (crash in inglese) per sentire finalmente di non essere delle isole nemiche.
Haggis riesce nel compito per niente facile di tessere una ragnatela di esistenze singole, ognuna presa dalle proprie angosce e da tutta una serie di compromessi dettati dalla sopravvivenza, che finiscono per toccarsi, senza mai rendere eccessivamente tortuosa la sceneggiatura, aiutata da un uso eccelso del montaggio alternato e dei salti temporali, come nel flashforward della sequenza iniziale. Nonostante la poca esperienza con la macchina da presa la regia si dimostra efficace e sicura nel mescolare la tecnica classica a quella moderna, esattamente come in fase di sceneggiatura, concedendo allo spettatore anche inquadrature di grande bellezza estetica, come ad esempio la carrellata finale ad allargare il punto di vista sulla città degli angeli. Memorabili infine risultano le interpretazioni del cast, ognuno dei protagonisti riesce a trasmettere l'umanità estremamente sfaccettata di cui sono portatori senza mai risultare delle semplici maschere, anche se a mio parere svettano leggermente sugli altri Dillon e Cheadle con i loro ritratti di uomini accomunati dalla durezza mostrata in superficie a discapito della vera forza che mostrano nel privato, che li vede entrambi occuparsi senza alcun riconoscimento di genitori distrutti dalla vita.
In conclusione Crash si dimostra un'esperienza filmica che colpisce duro, non lascia indifferenti né alla vista né al cuore con la sua potenza formale ed emotiva ma soprattutto fa tutto questo permettendo allo spettatore di riflettere con ottimi spunti sulla condizione umana attuale, tanto da poter essere definito una delle pellicole che maggiormente rispecchia il cinema contemporaneo nato dal fantasma dell'11 settembre 2001.
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