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sabato 11 agosto 2018

THE SOCIAL NETWORK: L'AMERICAN DREAM 2.0

A due anni dal successo unanime di un film tendente in un certo senso a un realismo magico di saviniana memoria quale The Curious Case of Benjamin Button (2008) David Fincher realizza nel 2010 una sua versione del genere che per antonomasia guarda al reale e alla storia, il biopic. Mi riferisco in questo caso a The Social Network, pellicola ispirata alla nascita e ai primi anni del boom del fenomeno Facebook e alle vicende legali inerenti. Nonostante o probabilmente anche grazie alle controversie legate a un topic tanto attuale e alla scelta di raccontare un personaggio non solo ancora vivo ma anche molto giovane il lungometraggio si rivela un trionfo, sia dal punto di vista commerciale che critico, con tanto di numerosi premi vinti in tutto il mondo e il suo inserimento in ogni classifica dei migliori film dell'anno.

Protagonista della pellicola è ovviamente, come non manca di evidenziare la prima sequenza, Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg), giovane studente di Harvard che, per sfogarsi dopo essere stato lasciato dalla sua ragazza Erica (Rooney Mara), hackera tutti i portali online dei dormitori universitari così da rubare le foto di tutte le sue compagne e utilizzarle per creare FaceMash, un sito sul quale gli utenti possono votare con un click chi tra una coppia di studentesse sia la più desiderabile. La creazione del giovane viene bloccata in poche ore ma solo dopo aver raggiunto tutti gli studenti dell'università, rendendolo di fatto una celebrità nel campus, tanto da venire avvicinato dai gemelli Winklevoss (Armie Hammer nel ruolo sia di Cameron che Tyler), due rampolli di una ricchissima famiglia statunitense campioni di canottaggio e desiderosi di assumere il compagno per creare HarvardConnection, un social network dedicato solamente a coloro che frequentano la prestigiosa università. Mark accetta immediatamente ma soltanto per rendersi conto di poter sfruttare tale idea plasmandola secondo criteri maggiormente democratici e attraenti per gli utenti. Propone l'idea di un proprio social network al suo migliore amico Eduardo Saverin (Andrew Garfield), lo stesso che gli aveva fornito l'algoritmo per creare FaceMash, il quale accetta di finanziare il progetto che una volta concretizzatosi diventa The Facebook. L'inesorabile e rapidissimo successo della creatura della coppia cambia completamente le loro vite, attira la rabbia dei gemelli, i quali finiscono per denunciare Zuckerberg, l'amicizia tutt'altro che disinteressata dell'eccentrico creatore di Napster Sean Parker (Justin Timberlake) e finisce per distruggere per sempre il rapporto fraterno dei due fino a uno scontro in tribunale.

All'uscita in sala e persino prima della distribuzione molte testate o personaggi reali citati in The Social Network hanno aspramente criticato la mancanza di aderenza ai fatti reali ma contestare il film di Fincher con tali accuse dimostra solo una mancata visione dello stesso. La sceneggiatura arguta di Aaron Sorkin, esattamente come nel caso del successivo Steve Jobs, evita deliberatamente di porsi quale accurata ricostruzione degli eventi pubblici o privati ormai ben noti del personaggio che racconta ma tenta di carpirne il mistero interiore, l'insondabile abisso che si trova nella sua mente e con esso, attraverso un processo di sineddoche, mettere in scena la frammentarietà e impossibilità di racchiudere in categorie kantiane un presente sempre più liquido. Il Mark Zuckerberg ritratto dalla sua penna certamente affascina per le intuizioni geniali delle quali si mostra capace e la strafottenza con cui si fa beffe della potente famiglia Winlevoss ma al contempo appare incapace di aprirsi al mondo. Proprio colui che ha connesso ogni continente semplicemente attraverso un sito internet riesce soltanto ad allontanare le persone con le quali entra in contatto fisicamente, da Erica fino a Eduardo, ancora incredulo per come possa essere stato tradito così. Il protagonista appare sempre ambiguo: Fincher lo inquadra quasi sempre di tre quarti e con il viso solcato da una netta ombra obliqua che lo allontana anni luce dal tipo dell'eroe da classicismo hollywoodiano, programmaticamente buono dal punto di vista etico e inquadrato con primi piani frontali per aiutare lo spettatore a immedesimarsi nello stesso. Il creatore di Facebook risulta dunque maggiormente accostabile al fascino machiavellico di personaggi quali Hannibal Lecter o Dracula nella sua versione di Francis Ford Coppola, figure eticamente difficili da ammirare eppure capaci di entrare in un forte rapporto empatico con lo spettatore, il quale ne coglie contraddizioni e lotte interiori. In fondo lo stesso Fincher, sfruttando con sagacia il mezzo cinematografico per eccellenza, il montaggio, mette sempre in dubbio i reali sentimenti del giovane miliardario attraverso ellissi sempre efficaci rese poi evidenti dalla sequenza nella quale al protagonista viene fatto notare quanto sarebbe facile insinuare nella giuria di un eventuale processo tra Mark ed Eduardo come il primo potesse essere la mente dietro le diffamazioni riguardanti presunti abusi su animali del secondo e persino aver chiamato la polizia per cogliere sul fatto Sean Parker durante un festino a base di minorenni e cocaina.

Ancora una volta dunque il cinema del regista di Seven (1995) porta sullo schermo il dubbio, l'ambiguità morale della società americana focalizzandosi questa volta su una vera e propria deflagrazione del mito del sogno americano, del self-made man e della possibilità offerta dalla democrazia a stelle e strisce a ogni uomo volenteroso e capace di poter realizzarsi professionalmente e così vivere felice. Saverin e lo stesso Zuckerberg affermano più di una volta che questi non possiede un grande interesse per il tornaconto economico eppure sacrifica ogni affetto, la carriera universitaria e addirittura la propria immagine pubblica per poter realizzare qualcosa di grande, un progetto che possa renderlo famoso, rispettato e temuto. Un uomo in controllo, proprio come lo Steve Jobs dell'omonimo film di Boyle. Ecco dunque cosa diventa il sogno americano nell'era del web 2.0, della rivoluzione digitale e della condivisone con sconosciuti di ogni attimo della nostra vita privata, un inquietante delirio di affermazione della propria individualità a discapito di tutto e tutti, persino se stessi, come denuncia con raggelante efficacia la sequenza finale in cui il protagonista, rimasto solo nell'ufficio nel quali si sono svolti gli scontri legali con il suo ex migliore amico, invia dopo una breve esitazione una richiesta d'amicizia sul sito che ha creato alla sua ex ragazza, la stessa che gli aveva rimproverato di essere uno stronzo incapace di rapportarsi con la vita reale e che lo aveva deriso augurandogli buona fortuna con il suo videogioco (Mark l'aveva incontrata in un locale dopo i primi successi di The Facebook e tentando di scusarsi con lei le aveva raccontato con candido orgoglio i trionfi della sua creazione). Il film si conclude con l'inquadratura statica del giovane che osserva lo schermo del pc in attesa che la ragazza accetti la sua richiesta e il suono ossessivo del mouse che lascia intendere come questi aggiorni continuamente la pagina del browser.
David Fincher si conferma con The Social Network, anche grazie al grande lavoro in sede di sceneggiatura di Sorkin, tra i più abili cineasti nel raccontare le ossessioni del mondo contemporaneo. 

venerdì 23 settembre 2016

UNFRIENDED: L'ERA DEL CYBER-EGOISMO

Presentato con grandi risultati al Fantasia Festival del 2014 (ancora con il titolo provvisorio di Cybernatural) ma arrivato nelle sale l'anno successivo, Unfriended è un atipico film horror diretto da Levan Gabriadze e prodotto dal cineasta kazako Timur Bekmambetov, autore di prodotti celebri come I guardiani della notte (Nochoy dozor; 2004) e Wanted (2008). La pellicola in questione è rapidamente divenuta un enorme successo economico, soprattutto a fronte del budget di produzione esiguo, ma ha anche ricevuto una buona accoglienza critica, specie per gli standard del cinema dell'orrore.

La trama riprende molti topoi dei cosiddetti teen horror che tanta fortuna ebbero verso la fine degli anni 90 (purtroppo tutti abbiamo visto I Know What You Did Last Summer diretto da Jim Gillespie nel 1997 e i suoi "agghiaccianti" seguiti) aggiornandoli però alla contemporaneità, un'era dominata dal web 2.0, i Macbook e soprattutto il cyberbullismo. La protagonista attraverso i cui occhi si svolge la narrazione è Blair (Shelley Hennig), la quale inizia una conversazione su Skype attraverso il suo portatile con il fidanzato Mitch per poi allargarla ad alcuni amici: Jess, la migliore amica, Adam, il (passatemi il termine ma è un ruolo archetipico del genere) "cazzone" figlio di papà del gruppo, Ken, il nerd esperto di informatica, e Val, la bella ma anche la più spietata con il prossimo. La loro conversazione è interrotta da un utente sconosciuto che vi si inserisce e il cui profilo sembra essere quello di Laura Barns, la ragazza suicida del video che si vede all'inizio del film e che è stata vittima di pesantissimi atti di cyberbullismo proprio a causa del suddetto video caricato su Youtube. Lo sconosciuto inizialmente sembrerebbe un troll (qualcuno che si diverte a provocare le persone in rete) che è riuscito a inserirsi nella chiamata del gruppo e cerca di far litigare i suoi componenti ma quando Val si suicida in diretta webcam allora i ragazzi si rendono conto di trovarsi al cospetto di una vendetta soprannaturale.

Se, come detto in precedenza, lo schema narrativo di Unfriended è tutt'altro che originale a renderlo una novità nel panorama cinematografico è la forma, in quanto la pellicola si rivela essere uno pseudo piano sequenza in soggettiva (la macchina da presa riprende ciò che vede Blair) girato in tempo reale di una videochiamata. Ciò che la mdp inquadra è soltanto (ad eccezione del concitato finale) lo schermo del pc della ragazza e quindi il regista decide di utilizzare, con una notevole efficacia, i nuovi mezzi di comunicazione per poter traghettare sullo schermo una narrazione priva di lacune; a tal fine utilizza i video su Youtube per creare i flashback, le playlist di Spotify come colonna musica e le webcam per poter inquadrare tutti i personaggi senza ricorrere al montaggio. L'effetto finale dello stile scelto da Gabriadze si rivela rispettoso della tradizione del racconto filmico classico ma al contempo pregna della tecnologia attuale e delle nuove forme di intrattenimento (si pensi alle web series o ai video dei cosiddetti youtubers), creando così una sorta di mockumentary 2.0.
Molti spettatori potrebbero però chiedersi se in fondo il film non sia soltanto un esperimento formale privo di sostanza e molti sono stati anche i critici che hanno lamentato una tale mancanza. Non a mio modesto parere. Probabilmente per comprendere il messaggio veicolato dal lungometraggio in analisi è necessario vivere in prima persona l'ambiente culturale in cui agiscono i protagonisti e quindi per una questione o anagrafica o di altezzosità snob di certa classe "intellettuale" molti riferimenti e situazioni tendono a sfuggire. Il fraintendimenti principale che ha colpito Unfriended credo che sia la questione del bullismo: senza dubbio è la molla che fa scattare l'intera vicenda e a livello superficiale permea l'intero lungometraggio, il quale però non è assolutamente un insipido saggio sull'argomento come in tanti (ribadisco soprattutto chi anagraficamente si trova troppo lontano dall'ambiente rappresentato) hanno pensato. Il vero tema che permea i personaggi, le azioni, insomma l'ecosistema intero mostrato sullo schermo è l'egoismo, la mancanza di rispetto nei confronti della dignità altrui a fronte dell'esasperata cura del proprio interesse personale. Uno a uno, specie nel momento in cui inizia il gioco "io non ho mai", tutti i personaggi rivelano le menzogne che tengono in piedi i loro rapporti interpersonali, le azioni poco edificanti che hanno compiuto alle spalle degli "amici" per un proprio tornaconto, talvolta anche misero. Su tutti in questo girone infernale (in realtà la vita di tutti i giorni) spicca proprio Blair, la quale inizialmente riveste il ruolo di protagonista vergine da slasher (sembrerebbe esserlo anche letteralmente e inoltre Mitch insiste sul fatto che ella non menta mai) ma con l'avanzare del minutaggio si rivela essere fedifraga, menzognera e persino l'artefice materiale del video che ha portato la sua ex amica Laura al suicidio (per non parlare delle decisioni volontarie di provocare la morte sia di Adam che del suo ragazzo. Quali certezza restano all'uomo contemporaneo se persino la sacralità della vergine lascia spazio all'abilità nel manipolare il prossimo?

In conclusione Unfriended pur con le sue ingenuità e senza aspirazioni autoriali di sorta pone numerosi quesiti e genera riflessioni non indifferenti nello spettatore, sul piano formale con il suo utilizzo delle attuali tecnologie informatiche e comunicative, sul piano narrativo con un ammodernamento del genere teen horror e persino sul piano etico.
Fatemi sapere cosa ne pensate.