Il ciclo arturiano è un insieme di miti che ha inequivocabilmente forgiato la cultura europea, in modo analogo a quanto fatto dai racconti mitologici della Grecia classica, e dunque non stupisce il numero così elevato di adattamenti cinematografici delle gesta di Artù o dei suoi cavalieri. Tra di essi, non solo per chi scrive, occupa un posto di rilievo non ancora eguagliato quell'Excalibur diretto da John Boorman nel 1981 che a Cannes strabiliò tutti gli spettatori per la raffinatezza della messinscena e il fenomenale utilizzo della colonna musica. Oggi però intendo porre all'attenzione l'ultima incarnazione filmica del ciclo bretone, diretta da un autore che difficilmente si tenderebbe ad accostare a un lavoro dall'ampio respiro epico: mi riferisco a Guy Ritchie e al suo King Arthur - Il potere della spada (King Arthur: Legend of the Sword, 2017). Inizialmente inteso come primo capitolo di una saga il film, purtroppo per il cineasta britannico, delude ampiamente al box office (specie considerato il budget da quasi duecento milioni di dollari) senza neanche convincere la critica, che a essere onesti non ha mai gradito più di tanto i suoi lavori.
La pellicola rilegge il periodo di formazione del giovane Artù (Charlie Hunnam) rendendolo il leader di un gruppo della piccola delinquenza di Londinium (la Londra costruita dai romani), cresciuto da una prostituta dopo che, ancora in tenera età, suo padre, il re Uther Pendragon (Eric Bana), era stato assassinato insieme alla madre dallo zio Vortigern (Jude Law) per usurpare il trono d'Inghilterra. La sua vita cambia completamente quando viene costretto dai soldati del sovrano a tentare di estrarre la spada Excalibur dalla roccia.
La prima, imprescindibile, premessa che deve essere fatta per chiunque volesse approcciarsi a questo film è quella di scordarsi completamente la verosimiglianza della ricostruzione d'epoca o l'epica elegante di Boorman. Questo King Arthur - Il potere della spada è in tutto e per tutto un film di Guy Ritchie, il quale non a caso non solo lo dirige ma lo produce e ne è co-autore della sceneggiatura. La sequenza di apertura, come da manuale del cinema contemporaneo, svolge il ruolo di prologo e biglietto da visita per la pellicola e infatti mostra all'ennesima potenza lo stile del regista inglese. Montaggio rapido con associazioni di immagini quasi sempre più immaginifiche che puramente logiche (nell'accezione più vera del termine, ossia in quanto correlazione di causa ed effetto), inquadrature dal basso verso l'alto che sottolineano la statura prettamente umana dei personaggi e vorticosi movimenti di macchina; tutto il repertorio dell'autore di Snatch (2000) applicati a una scena di combattimento di massa che sicuramente trae ispirazione da Peter Jackson, specie nell'uso sapiente della CGI per aumentare il numero di soldati e per portare su schermo creature fantastiche come degli enormi olifanti. Una volta terminato il racconto della morte di Uther e del rocambolesco salvataggio del piccolo Artù, novello Mosè salvato dalle acque, Ritchie tira fuori dal cilindro un altro dei suoi numeri a effetto: una sequenza/videoclip in cui, all'interno del minutaggio di un singolo brano pop rock, mostra l'infanzia nei sobborghi londinesi del protagonista all'insegna di furtarelli, scommesse, risse e cure per la madre adottiva. Il futuro re diventa così tra le mani del director l'ennesimo guappo britannico che da sempre si trova al centro della sua filmografia, a partire dal Jason Statham lanciato da Lock & Stock - Pazzi scatenati (Lock, Stock and Two Smoking Barrels, 1998); un delinquentello scaltro, sbruffone ma anche capace di sincero amore per la donna che lo ha cresciuto e lealtà nei confronti degli amici e soci nel malaffare. Persino i maghi in questa visione assolutamente personale del mito diventano reietti perseguitati dal potere centrale, outsider paragonabili agli zingari di Snatch o ai vari gruppi etnici che vivono ai margini della legalità della Londra pulp vista nei precedenti lavori del cineasta. Non mancano certo echi shakespeariani, specie nella vicenda di vendetta familiare che mette l'uno contro l'altro zio contro nipote, così come la caratterizzazione proprio di Vortigern, aiutata dalla performance di Jude Law, contiene una vena tragica nuova rispetto ai tipici villain di Ritchie, più machiavellici che umani, mentre le insurrezioni popolari e le dispute con i Vichinghi richiamano alla mente la contemporanea questione Brexit e in generale il rapporto tra Regno Unito e resto dell'Europa. Insomma tanta carne al fuoco per quello che sarebbe dovuto essere il primo tassello di una saga di circa sei film.
Assolutamente made in Ritchie, come già accennato a proposito dell'incipit, è la messinscena e in particolare il montaggio, il vero fiore all'occhiello del regista. Come nel suo tipico stile gli stacchi non si limitano a mettere in successione ciò che accade prima a ciò che segue temporalmente, anzi spesso gli accostamenti tra un'inquadratura e l'altra trovano una ragion d'essere in una folgorazione visuale, in una reificazione grafica delle parole di un personaggio o addirittura in una paradossale connivenza tra presente e futuro, presente e passato, racconto e realtà, fino a confondere completamente i piani del reale e dell'immaginario. Per i fan dell'autore britannico si tratta di una conferma di uno dei suoi stilemi più tipici anche all'interno di una produzione da centinaia di milioni di dollari ma è necessario sottolineare come questi espedienti formali, di matrice avanguardistica ed ejzenstejniana, siano una bella boccata di aria fresca all'interno del panorama dei blockbuster attuali, partoriti da una mente coraggiosa che non teme la sfida ai codici, ormai fin troppo consolidati, del cinema ad alto budget hollywoodiano importati dai cinecomic Marvel. Una certa influenza proprio dal filone supereroistico in realtà si può notare, in special misura nei combattimenti in cui Artù impugna Excalibur, ma più che derivante dal canone MCU mi sembra che la fonte d'ispirazione in questi frangenti sia Zack Snyder, del quale Ritchie recupera le vorticose accelerazioni e i ralenti improvvisi di 300 (2007) e Watchmen (2009), come ben si evince dal piano sequenza in slow motion nel quale il protagonista semina il panico tra le fila nemiche al castello di Camelot.
Probabilmente King Arthur - Il potere della spada non avrà mai quei sequel in cui avremmo finalmente potuto vedere come l'autore di Operazione U.N.C.L.E. (The Man from U.N.C.L.E., 2015) avrebbe reimmaginato personaggi fondamentali del ciclo arturiano quali Merlino o Lancillotto ma resta comunque il piacere di avere tra le mani finalmente un blockbuster coraggioso, strafottente e anche un po' tamarro in mezzo a una dose non indifferente di omologazione all'interno del panorama attuale. Un vero e proprio caso di affinità elettive tra film e protagonista.
Piccolo satellite orbitante attorno al pianeta Cinema ma con la forte attrazione anche per le altre arti e in particolare per quelle che più segnano la nostra contemporaneità: fumetto, videogame ecc. Fondamentale per me è che chi scriva qui abbia le competenze necessarie (io ad esempio possiedo una laurea triennale al DAMS e una magistrale in storia e critica dello spettacolo). Auguro buona lettura e buona riflessione a chiunque voglia fermarsi su questo sperduto satellite della settima arte.
Visualizzazione post con etichetta Eric Bana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eric Bana. Mostra tutti i post
mercoledì 24 luglio 2019
KING ARTHUR - IL POTERE DELLA SPADA: IL GUAPPO CHE DIVENNE RE
Etichette:
Charlie Hunnam,
cinema,
David Beckham,
Eric Bana,
Excalibur,
fantasy,
Guy Ritchie,
Jude Law,
King Arthur - Il potere della spada,
Lock & Stock,
mito,
Operazione U.N.C.L.E.,
Snatch
giovedì 11 agosto 2016
LIBERACI DAL MALE: LA COMMISTIONE DI GENERI NELL'HORROR POSTMODERNO
Nel 2014, reduce dal grande successo di pubblico e critica di Sinister (sì sono un po' fissato scusate) Scott Derrickson dirige e scrive insieme a Paul Harris Boardman Liberaci Dal Male (Deliver Us From Evil). Questa nuova prova del cineasta di Denver non può più puntare a essere una rivelazione come la precedente perché le aspettative nei suoi riguardi sono diventate molto (probabilmente anche troppo) alte da parte sia degli appassionati di cinema dell'orrore che della critica, alla stregua di ciò che accade a ogni nuova fatica di James Wan (Saw, 2004; Insidious, 2010; Furious 7; 2015), cosa che ha portato una buona parte sia dell'utenza a bocciare il lungometraggio nonostante alcuni spunti interessanti ed elementi ricorrenti della filmografia del regista.
Protagonista di Deliver Us From Evil è il poliziotto newyorkese Ralph Sarchie, interpretato da un ex beniamino di Hollywood come Eric Bana (Black Hawk Down di Ridley Scott, 2001; Hulk di Ang Lee, 2003; Troy di Wolfgang Petersen, 2004), un uomo che credeva di aver assistito a qualsiasi forma di espressione del male ma che suo malgrado si ritrova invischiato in una serie di casi collegati dalla figura inquietante e diabolica dell'ex marine Santino (Sean Harris). La disillusione e la perdita di fede dell'agente di origine italiana lo portano a negare la natura ultraterrena del nemico che deve affrontare ma in suo soccorso irrompe nella sua vita un prete tutt'altro che esemplare (Padre Mendoza, interpretato dall'ottimo Edgar Ramirez).
La premessa che apre il film è una di quelle più abusate dl genere horror degli ultimi decenni, ovvero l'ispirazione a fatti realmente accaduti, che però in questo caso risulta molto meno pretestuosa del solito visto che la fonte per il soggetto è il libro del vero Ralph Sarchie, Beware The Nights, in cui descrive le sue indagini ricche di elementi paranormali. Derrickson decide in realtà di creare una storia solo ispirata al libro e questo non può che farci capire quanto la lente d'ingrandimento del regista si focalizzi su ben altri aspetti rispetto alla veridicità o altre velleità tipiche della settima arte.
Scorrendo a ritroso la sua filmografia è impossibile non carpire la presenza fissa del tema della difficoltà odierna nel credere in Dio, credere nel suo amore quando si è circondati da tanta sofferenza e tanta brutalità. Sarchie dice esplicitamente di essere cattolico ("sono di origine italiana") ma dopo aver visto ogni notte le peggiori depravazioni che l'uomo possa compiere e soprattutto dopo il caso di un assassino di bambini da lui pestato fino alla morte smette di frequentare la Chiesa, nonostante moglie e figlia vadano a messa ogni domenica, e abbandona l'idea che l'amore del Signore possa essere presente sul pianeta. Gli orrori vissuti in prima persona ogni singola notte dall'uomo lo rendono anche distante dai suoi cari nel tentativo di proteggerli da questo stesso inconfessabile male. Persino la figura campione di moralità per eccellenza, il prete, è impersonata da un ispanico dal passato tormentato, fumatore e bevitore accanito e che proprio a causa degli errori compiuti tempo addietro rischia di soccombere agli inganni del demone all'interno di Santino.
Avrete capito quanto sia oscura la New York portata sugli schermi dalla pellicola e a sottolinearlo troviamo anche la fotografia e le musiche tetre del maestro Christopher Young. Proprio fotografia e colonna musica possono essere usati come esempi dell'elemento di maggior fascino e al contempo di rimpianto del film: la coesistenza al suo interno di elementi di generi diversi. Liberaci Dal Male inizia con una sequenza ambientata in Iraq che passa con disinvoltura dal war movie all'horror nel momento in cui le inquadrature da oggettive diventano soggettive del cinereporter del gruppo di marines. Una volta terminato l'incipit lo spettatore viene catapultato in un contesto completamente diverso, la metropoli notturna, bagnata dalla pioggia fitta e teatro del ritrovamento del cadavere di una bambina da parte del protagonista. Chiunque abbia una certa dimestichezza con il cinema soprattutto americano capisce di trovarsi in un contesto tipicamente thriller, o forse sarebbe quasi meglio definirlo neo-noir (pensate anche solo a Seven). La splendida fotografia sottolinea con i suoi toni oscuri questa vena del film eppure man mano che la figura di Santino si insinua nelle indagini di Sarchie le atmosfere diventano sempre più orrorifiche, con grande merito della colonna musica, fino a sfociare definitivamente nel filone demoniaco con il rito finale.
Come se non bastasse si possono chiaramente trovare elementi tipici di generi ancora diversi, come il rapporto tra il protagonista e il suo partner spaccone che ricordano molto i cosiddetti buddy movie in stile Arma Letale (Lethal Weapon; Richard Donner; 1987).
Purtroppo questo calderone allestito dal regista dell'imminente Doctor Strange non sempre è ben bilanciato e come hanno riscontrato molti critici la sezione thriller risulta più interessante e scevra di banalità rispetto a quella demoniaca (non si può certo dire che l'esorcismo a basa di latino sia una grossa novità in sala) ma rende il lungometraggio una di quelle gemme grezze che con affascinano pur con le loro imperfezioni.
In conclusione non potevo non citare uno degli elementi più misteriosi e gustosi allo stesso tempo di Deliver Us From Evil: l'uso delle canzoni dei Doors sia a livello diegetico che extra. Coloro che sono posseduti da Santino citano nei loro deliri versi scritti da Jim Morrison e anche il protagonista, dotato di un dono che gli permette di captare il male, spesso sente risuonare nella propria testa i brani della celeberrima band. Nessuna vera spiegazione viene fornita e quindi le teorie a tal proposito possono essere tante.
Fatemi sapere cosa ne pensate.
Iscriviti a:
Post (Atom)








