Avendo affrontato un'intera tesi di laurea sul fenomeno Superman e in particolare sulla sua versione snyderiana resto sempre molto vigile sulle produzioni Warner tratte dai fumetti DC Comics, così mi sembra naturale portare alla vostra attenzione Aquaman, diretto nel 2018 da quel James Wan capace di spadroneggiare fin da giovanissimo all'interno del filone horror contemporaneo. Con un curriculum che vanta la creazione di franchise da centinaia di milioni di dollari quali Saw e The Conjuring, il regista malaysiano riesce anche nell'ambito supereroistico a imprimere il proprio tocco da Re Mida, dando vita al maggiore incasso dell'universo cinematografico inaugurato da L'uomo d'acciaio (Man of Steel, Zack Snyder, 2013) pur dovendo contare su un personaggio il cui appeal popolare rasentava lo zero prima della realizzazione del film (o quanto meno della sua prima apparizione nel controverso Justice League, realizzato solo in parte da Snyder nel 2017).
La pellicola, ambientata a un anno circa di distanza dalle vicende narrate nel crossover con i maggiori supereroi di casa DC, rappresenta la vera origin story di Arthur Curry/Aquaman (Jason Momoa), svelandone attraverso alcuni flashback la nascita e l'infanzia travagliata a causa della sua essenza di figlio di due mondi: suo padre (Temuera Morrison) è un umile guardiano di un faro mentre sua madre Atlanna (Nicole Kidman) è la regina di Atlantide, fuggita da un matrimonio impostole. Il presente riporta, inaspettatamente, il mondo sommerso materno nella vita del protagonista quando il fratellastro Orm (Patrick Wilson) architetta un mefistofelico piano per muovere guerra agli uomini. Tutti i regni che formano gli abissi marini sembrano assecondare i propositi bellici del reggente atlantideo, con l'eccezione di Vulko (Willem Dafoe) e Mera (Amber Heard) che si rivolgono ad Arthur chiedendogli di reclamare il trono che gli spetta di diritto.
Se da più di dieci anni i cosiddetti cinecomic spopolano al botteghino mondiale e stanno inesorabilmente accaparrandosi fette sempre più consistenti di consenso anche tra gli addetti più intransigenti verso il cinema popolare probabilmente è la capacità di poter incorporare al suo interno canoni estetici e narratologici estremamente eterogenei, provenienti da qualunque tipo di genere o persino dalle produzioni più indipendenti o autoriali. Aquaman nello specifico è un esempio perfetto di questa particolarità del filone supereroistico attuale per la sua capacità di mescolare all'interno di circa due ore e venti topoi provenienti dai generi più disparati, frullandoli con una strafottenza che soltanto un abile orchestratore sarebbe stato capace di rendere digeribile. Senza mai prendersi troppo sul serio la pellicola passa in scioltezza attraverso momenti di pura azione all'avventura di matrice spielberghiana passando per una sezione puramente horror che mostra per la prima volta cosa sarebbe in grado di fare Wan nel suo campo di gioco preferito potendo contare su un budget da blockbuster (ricordo che tutti i suoi successi in ambito orrorifico restano produzioni che difficilmente superano i dieci milioni di dollari di spesa). Mettere insieme in maniera vincente tanti stimoli così distanti non è certo un'impresa semplice ma l'autore di Insidious (2010) dimostra la propria levatura di regista di genere mettendo in primo piano lo stile, rendendo la forma l'ingrediente capace di legare tutti i sapori sparati in faccia allo spettatore. Per ogni sequenza o scena il cineasta riesce sempre a utilizzare i movimenti di macchina più adeguati ad alzare l'asticella della spettacolarità e della fascinazione puramente sensoriale, come dimostrano i piani sequenza di notevole livello estetico ed efficacia attrattiva con cui mette in scena lo scontro tra Atlanna e gli atlantidei o la spericolata lotta che coinvolge Arthur e Mera in Sicilia. In particolare quest'ultima gode del ricorso a carrelli e zoomate digitali che rompono con l'ormai logoro montaggio alternato tipico di scene simili, caricando l'adrenalina dello spettatore come se si trovasse dinanzi ad azioni realizzate con stunt artigianali e non con green screen.
Come Bava e Argento, non a caso citati più volte da Wan come fonti di ispirazione, insegnano il cinema di genere relega in secondo piano la costruzione narrativa di stampo romanzesco per dare vita alle soluzioni più ardite di messinscena ed ecco perché Aquaman presenta un impostazione così improntata alla centralità del visuale ma è altrettanto evidente come la sceneggiatura improntata al disvelamento dell'eroe di matrice epica-cavalleresca risulti una scelta dettata dalla volontà di girare un vero e proprio cinecomic fantasy. All'epopea del re dei mari DC non manca nessuno degli elementi costituenti tale filone narrativo, a cominciare dal nome del protagonista che richiama il più celebre cavaliere dell'epica occidentale, e persino le continue bizzarrie estetizzanti con cui vengono rappresentati gli esotici mondi subacquei richiamano capisaldi del genere, tra i quali spicca per numero di riferimenti la saga di Star Wars, dichiaratamente citata dall'autore e omaggiata attraverso una miriade di invenzioni coloristiche riprese spudoratamente (nella migliore accezione del termine) dalla trilogia prequel (si pensi ad esempio a quanto Atlantide somigli alla Coruscant notturna vista in Star Wars: Episode II - Attack of the Clones del 2002, complici anche i movimenti della mdp digitale molto simili a quelli di George Lucas).
Aquaman non è un film rivoluzionario dunque, non si avventura nei simbolismi e nelle riflessioni mitologico-religiose della trilogia snyderiana su Superman o nei cunicoli dell'io affrontati da Nolan nei suoi lungometraggi su Batman, ma offre al pubblico un concentrato di spettacolo visivo e narrazione essenziale irresistibile, spesso eccessiva ma simpaticamente strafottente, come quelle rockstar che il gigante Momoa richiama con il suo look e l'atteggiamento bonariamente cafone.
Piccolo satellite orbitante attorno al pianeta Cinema ma con la forte attrazione anche per le altre arti e in particolare per quelle che più segnano la nostra contemporaneità: fumetto, videogame ecc. Fondamentale per me è che chi scriva qui abbia le competenze necessarie (io ad esempio possiedo una laurea triennale al DAMS e una magistrale in storia e critica dello spettacolo). Auguro buona lettura e buona riflessione a chiunque voglia fermarsi su questo sperduto satellite della settima arte.
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martedì 5 marzo 2019
AQUAMAN: IL FANTASY ORGIASTICO DI JAMES WAN
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mercoledì 6 febbraio 2019
CREED II: IL PASSAGGIO DI CONSEGNE DALL'EROE DEL PASSATO A QUELLO DEL PRESENTE
A qualsiasi latitudine vi troviate, qualunque età abbiate e per quanto possiate essere indifferenti al cinema non è possibile che non conosciate Rocky Balboa, quel pugile che, a dispetto di una scolarizzazione elementare, un fascino lontano anni luce da quello di un Cary Grant e una vita intera passata tra i sobborghi di Philadelphia, è diventato un esempio di riscatto sociale, di caparbietà e genuina umanità per il mondo intero attraverso un franchise immediatamente identificabile con il suo interprete (nonché autore di tutte le sceneggiature), Sylvester Stallone. Con l'enorme coraggio che contraddistingue proprio il suo personaggio più noto l'attore di origini italiane decide nel 2015 di rimettersi in gioco con un nuovo tassello dell'epopea di Rocky ma "solamente" nei panni di sceneggiatore, produttore e attore non protagonista in Creed, opera diretta dal talentuoso Ryan Coogler nella quale il pugile più celebre della settima arte, proprio come il suo interprete, conscio della sua età e del tempo che inesorabilmente passa diventa allenatore e mentore di Adonis, vero protagonista della pellicola. Il 2018 (2019 in Italia) segna il ritorno sul ring da parte del giovane boxeur con Creed II, diretto stavolta da Steven Caple Jr. ma capace come il suo predecessore di infiammare ancora una volta i cuori degli spettatori e anche della critica, la quale accoglie il film con un entusiasmo di poco inferiore a quello riservato al prequel.
Il secondo lungometraggio dedicato all'ascesa del giovane Adonis Creed (Michael B. Jordan) vede il protagonista diventare finalmente campione dei pesi massimi grazie agli allenamenti di Rocky (Sylvester Stallone) e alla serenità sentimentale raggiunta con la fidanzata Bianca (Tessa Thompson). Proprio quando il pugile chiede all'amata di sposarlo riceve un notizia che sconvolge: un noto organizzatore di eventi ha preparato una massiccia campagna multimediale per convincerlo ad affrontare in un incontro valido per la cintura di campione Viktor Drago (Florian Monteanu), atleta figlio proprio di quell'Ivan Drago (Dolph Lundgren) che trent'anni prima aveva involontariamente ucciso suo padre Apollo sul ring. Nonostante le perplessità del proprio coach e anche della famiglia, Adonis accetta la sfida che gli cambierà la vita.
A una occhiata superficiale o magari soltanto alla luce dei trailer Creed II potrebbe sembrare un furbo tentativo di lucrare sulla nostalgia dei fan nei confronti di Rocky IV (Sylvester Stallone, 1985), l'episodio forse più conosciuto della saga e al quale il film in analisi si ricollega direttamente a livello diegetico e anche con numerose strizzate d'occhio ma la realtà è che questo nuovo episodio del franchise non chiude solamente il cerchio della rivalità della famiglia allargata costituita da i Balboa e i Creed con Ivan Drago, bensì costituisce un vero e proprio commiato di un eroe e della sua generazione per lasciare spazio al suo successore, al campione del terzo millennio. Con quella sensibilità che gli è propria e che purtroppo è stata spesso ignorata dalla critica Stallone, autore del soggetto e co-sceneggiatore, non si limita a creare una sorta di remake che aggiornasse il canovaccio del suo precedente lungometraggio e invece decide di proseguire quel passaggio di testimone propiziato nel prequel diretto Coogler mettendo ancor più in secondo piano il suo personaggio rispetto alla crescita agonistica e umana di Adonis, ancora alle prese con il peso dell'eredità paterna ma soprattutto con il difficile passaggio da giovane a uomo, da nuova promessa della boxe a campione capace di emozionare il pubblico, da ventenne rabbioso e sarcastico a maturo padre di famiglia. Coadiuvato dall'intensità dello sguardo, della mimica nei primi piani di Michael B. Jordan, lo sceneggiatore tratteggia un eroe capace di unire l'enorme bagaglio etico del suo mentore con le sfide ancora aperte del mondo contemporaneo, tutt'altro che una blanda fotocopia di ciò che è stato e sempre sarà Rocky, il quale con saggezza si defila dal centro della scena per muoversi nei dettagli, sullo sfondo fino però a regalare agli appassionati un saluto finale che potrebbe commuovere anche il cuore di ghiaccio del più intransigente dei critici. La vera grande sorpresa del film viene però, a mio avviso, costituita dalla regia del quasi esordiente Steven Caple Jr.: il giovane cineasta afroamericano dimostra una dose non banale di personalità nel mettere in secondo piano le sequenze di lotta rispetto all'esplorazione dei drammi interiori dei personaggi, nel cambiare radicalmente registro formale rispetto a Coogler e soprattutto un lirismo da veterano nel tratteggiare due personaggi nuovi a tutti gli effetti quali Ivan e Viktor Drago. Nel già citato quarto episodio della saga inaugurata nel 1976 da John G. Avildsen il possente pugile russo era un vero e proprio flat character, ossia un personaggio monodimensionale, utilizzato per lo più come simbolo di quella guerra fredda improvvisamente ritornata in auge durante la presidenza Reagan. L'autore di The Land (2016) al contrario riesce tramite la forza delle immagini a scavalcare persino la sceneggiatura ricevuta pur di donare delle psicologie vere, palpabili a questa coppia padre-figlio nella quale la comunicazione pare affidata solamente ai silenzi e agli estenuanti allenamenti, in un clima emotivo dominato dalla vergogna per la sconfitta e il senso di abbandono dovuto all'assenza di Ludmilla, ex moglie di Ivan e madre di Viktor. Con una mossa piuttosto imprevedibile la pellicola non si apre con il trionfo di Adonis, bensì con una sequenza completamente o quasi priva di dialoghi nella quale la macchina da presa segue alle spalle gli allenamenti del talentuoso pugile ucraino fino a illustrare in pochi minuti tutto il desiderio di riscatto e il dolore che lega i due "villain". Caple Jr. dunque realizza un ribaltamento dei ruoli ottenuto solamente attraverso la forza delle immagini cinematografiche; senza bisogno di parole trasforma Ivan e suo figlio nel duo genitore-figlio/maestro-allievo in cerca di redenzione che in Creed era costituito proprio dal personaggio di Michael B. Jordan e Rocky.
Evidentemente questa era la ventata di giovinezza voluta da Stallone al momento di affidare la regia a un autore praticamente coetaneo di Adonis, una scommessa vinta e stravinta dal cineasta sotto ogni punto di vista, come testimoniano il virtuoso piano sequenza che introduce nel film Balboa o il ritmo selvaggio con cui si alternano riprese in spalla a soggettive frontali durante gli incontri di pugilato.
Creed II è insomma una pellicola che colpisce forte e in pieno petto ogni fan dell'epopea di Rocky ma soprattutto un'opera girata con cuore e notevole abilità formali. Due presupposti indispensabili per l'ascensione alla dimensione mitica di quello che non è più solamente il figlio di Apollo Creed.
Il secondo lungometraggio dedicato all'ascesa del giovane Adonis Creed (Michael B. Jordan) vede il protagonista diventare finalmente campione dei pesi massimi grazie agli allenamenti di Rocky (Sylvester Stallone) e alla serenità sentimentale raggiunta con la fidanzata Bianca (Tessa Thompson). Proprio quando il pugile chiede all'amata di sposarlo riceve un notizia che sconvolge: un noto organizzatore di eventi ha preparato una massiccia campagna multimediale per convincerlo ad affrontare in un incontro valido per la cintura di campione Viktor Drago (Florian Monteanu), atleta figlio proprio di quell'Ivan Drago (Dolph Lundgren) che trent'anni prima aveva involontariamente ucciso suo padre Apollo sul ring. Nonostante le perplessità del proprio coach e anche della famiglia, Adonis accetta la sfida che gli cambierà la vita.
A una occhiata superficiale o magari soltanto alla luce dei trailer Creed II potrebbe sembrare un furbo tentativo di lucrare sulla nostalgia dei fan nei confronti di Rocky IV (Sylvester Stallone, 1985), l'episodio forse più conosciuto della saga e al quale il film in analisi si ricollega direttamente a livello diegetico e anche con numerose strizzate d'occhio ma la realtà è che questo nuovo episodio del franchise non chiude solamente il cerchio della rivalità della famiglia allargata costituita da i Balboa e i Creed con Ivan Drago, bensì costituisce un vero e proprio commiato di un eroe e della sua generazione per lasciare spazio al suo successore, al campione del terzo millennio. Con quella sensibilità che gli è propria e che purtroppo è stata spesso ignorata dalla critica Stallone, autore del soggetto e co-sceneggiatore, non si limita a creare una sorta di remake che aggiornasse il canovaccio del suo precedente lungometraggio e invece decide di proseguire quel passaggio di testimone propiziato nel prequel diretto Coogler mettendo ancor più in secondo piano il suo personaggio rispetto alla crescita agonistica e umana di Adonis, ancora alle prese con il peso dell'eredità paterna ma soprattutto con il difficile passaggio da giovane a uomo, da nuova promessa della boxe a campione capace di emozionare il pubblico, da ventenne rabbioso e sarcastico a maturo padre di famiglia. Coadiuvato dall'intensità dello sguardo, della mimica nei primi piani di Michael B. Jordan, lo sceneggiatore tratteggia un eroe capace di unire l'enorme bagaglio etico del suo mentore con le sfide ancora aperte del mondo contemporaneo, tutt'altro che una blanda fotocopia di ciò che è stato e sempre sarà Rocky, il quale con saggezza si defila dal centro della scena per muoversi nei dettagli, sullo sfondo fino però a regalare agli appassionati un saluto finale che potrebbe commuovere anche il cuore di ghiaccio del più intransigente dei critici. La vera grande sorpresa del film viene però, a mio avviso, costituita dalla regia del quasi esordiente Steven Caple Jr.: il giovane cineasta afroamericano dimostra una dose non banale di personalità nel mettere in secondo piano le sequenze di lotta rispetto all'esplorazione dei drammi interiori dei personaggi, nel cambiare radicalmente registro formale rispetto a Coogler e soprattutto un lirismo da veterano nel tratteggiare due personaggi nuovi a tutti gli effetti quali Ivan e Viktor Drago. Nel già citato quarto episodio della saga inaugurata nel 1976 da John G. Avildsen il possente pugile russo era un vero e proprio flat character, ossia un personaggio monodimensionale, utilizzato per lo più come simbolo di quella guerra fredda improvvisamente ritornata in auge durante la presidenza Reagan. L'autore di The Land (2016) al contrario riesce tramite la forza delle immagini a scavalcare persino la sceneggiatura ricevuta pur di donare delle psicologie vere, palpabili a questa coppia padre-figlio nella quale la comunicazione pare affidata solamente ai silenzi e agli estenuanti allenamenti, in un clima emotivo dominato dalla vergogna per la sconfitta e il senso di abbandono dovuto all'assenza di Ludmilla, ex moglie di Ivan e madre di Viktor. Con una mossa piuttosto imprevedibile la pellicola non si apre con il trionfo di Adonis, bensì con una sequenza completamente o quasi priva di dialoghi nella quale la macchina da presa segue alle spalle gli allenamenti del talentuoso pugile ucraino fino a illustrare in pochi minuti tutto il desiderio di riscatto e il dolore che lega i due "villain". Caple Jr. dunque realizza un ribaltamento dei ruoli ottenuto solamente attraverso la forza delle immagini cinematografiche; senza bisogno di parole trasforma Ivan e suo figlio nel duo genitore-figlio/maestro-allievo in cerca di redenzione che in Creed era costituito proprio dal personaggio di Michael B. Jordan e Rocky.
Evidentemente questa era la ventata di giovinezza voluta da Stallone al momento di affidare la regia a un autore praticamente coetaneo di Adonis, una scommessa vinta e stravinta dal cineasta sotto ogni punto di vista, come testimoniano il virtuoso piano sequenza che introduce nel film Balboa o il ritmo selvaggio con cui si alternano riprese in spalla a soggettive frontali durante gli incontri di pugilato.
Creed II è insomma una pellicola che colpisce forte e in pieno petto ogni fan dell'epopea di Rocky ma soprattutto un'opera girata con cuore e notevole abilità formali. Due presupposti indispensabili per l'ascensione alla dimensione mitica di quello che non è più solamente il figlio di Apollo Creed.
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