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martedì 13 luglio 2021

BLACK WIDOW: DESTRUTTURAZIONE DEL MITO FAMILIARE

All'imbrunire di un periodo storico che definire crepuscolare sarebbe sin troppo poco esauriente, al netto delle problematiche di ogni sorta con cui lo stesso ha obbligato tutti noi a fare i conti, il Marvel Studios di disneyana proprietà è riuscito finalmente ad operare la distribuzione (anche) cinematografica del primo film della cosiddetta “Fase 4” del proprio progetto multi/transmediale MCU (Marvel cinematic Universe).

Black Widow, (Cate Shortland, 2021), rappresenta infatti il primo tassello di un più ampio quadro atto a riconquistare la dimensione che in tempi recenti ha permesso alla Disney di rinnovare il concetto di serialità, quella sala cinematografica che, proprio grazie alle numerose e variegate traduzioni filmiche delle epopee in singolo o in gruppo dei supereroi della Marvel Comics, ha incontrato una nuova fase “attrazionale” della propria storia.

Distribuito in sala e sulla piattaforma di proprietà, Disney +, quale primo lungometraggio successivo al campione di incassi vero e proprio turning point diegetico e produttivo Avengers: Endgame (Anthony & Joe Russo, 2019), in contingenza delle serie televisive WandaVison (Jac Schaffaer, 2021), The Falcon and The Winter Soldier (Malcolm Spellman, 2021) e Loki (Michel Waldron, 2021), Black Widow rappresenta anche l'esordio in solitaria dell'eroina Natasha Romaoff a cui presta il volto un'ultima volta la star Scarlett Johansson.

Co-protagonista di quasi tutte le pellicole corali legate al gruppo degli Avengers (senza comunque disdegnare incursioni più o meno significative anche in opere dedicate a singoli personaggi del MCU), la Johansson dà qui addio al suo alter-ego proprio al termine della prima e unica avventura totalmente dedicataria: Eros e Thanatos, principio e fine pertanto, in un susseguirsi di concetti archetipici su cui la pellicola non manca di fare solido affidamento.

Ambientata subito dopo gli eventi di Captain America: Civil War (Anthony & Joe Russo, 2016) l'avventura di Vedova Nera si pone pertanto quale prequel in merito alla narrazione orizzontale generale dell'universo Marvel, (al netto delle già citate serie tv più recenti), rendendo, conseguentemente, diegeticamente credibile e finanche fruibile lo svolgersi stesso degli eventi. Pandemia mondiale, nuclei ideali ancestrali e plausibili situazioni catartiche rappresentano pertanto un novero di identità formative indirizzanti della pellicola, sia per quanto concerne la vicenda produttivo-logistica che, ancor più, l'aspetto più prettamente tematico-narrativo.

Il succedersi degli eventi, muovendo le proprie leve, in medias res, subito dopo la fratricida guerra tra eroi che aveva visto la creazione di due fazioni contrapposte tra loro, ci immerge tra le conseguenze della scelte operata dalla Romanoff, ormai considerata una sorta di terrorista internazionale dalle autorità chiamate a vigilare sulla moralità delle azioni del gruppo dei “Vendicatori”. Tra le pieghe di un futuro sempre più incerto riemergono, come spesso capita, inesorabilmente elementi fondativi del passato, utili finalmente a fare maggiore luce sul background del personaggio della Johansson: infatti la pellicola ci mostra finalmente la “famiglia d'origine” della protagonista, rendendo manifesto allo spettatore alcune delle ragioni che ne hanno motivato le successive scelte. Quella che nei primi minuti sembra incarnare i clichè più classici della famiglia tradizionale delle cultura statunitense, col susseguirsi del racconto si rivela in realtà un bluff: il focolare d'infanzia di Vedova nera altri non è che un team sotto copertura, assemblato dalle autorità sovietiche quale modus operandi risolutivo all'infiltrazione in territorio nemico.

In ossequio alla tradizione in materia di narrazione identitaria di “origin story” riguardanti personaggi fumettistici e non, dopo un lavoro analettico atto appunto a chiarire alcuni particolari narrativi della vicenda, la Romanoff dovrà successivamente affrontare letteralmente i demoni provenienti dal proprio passato. Dovendo far fronte ad un climax crescente e trovandosi in virtù di ciò costretta, suo malgrado, a ricostituire il proprio mendacio nucleo familiare, Vedova Nera riuscirà finalmente a sconfiggere la propria nemesi Dreykov (la cui vicenda serve da collegamento atto a gettare nuova luce narrativa e concettuale al rapporto intercorso tra la protagonista e l'agente Clint Burton di Jeremy Renner), tornando a sperare in un futuro più roseo, esemplificando i primi seminali elementi della ricostituzione del gruppo dei Venditori che la crisi senza precedenti narrata in Avengers: Infinity War (Anthony & Joe Russo, 2018) renderà quanto mai necessaria.

Dalla doverosa messa in evidenza dei salienti avvenimenti che nutrono la linea narrativa, appare lampante il fatto che le contingenti tematiche principali trovano proficua ragion d'essere proprio nelle già citate concezioni ataviche di famiglia, della contrapposizione tra passato e presente (e le conseguenze dirette sul futuro) e la lotta tra le spinte vitalistiche e le derive mortuarie. L'intera linea narrativo-tematica di Black Widow ruota attorno a quel che può, a ragion veduta o meno, rappresentare un archetipo dell'idea di famiglia, la quale, durante il susseguirsi degli eventi, vive un susseguirsi di fasi identitarie spesso antitetiche.

Se infatti il primo flashback gioca volutamente con i codici congeniali del racconto borghese (con voluti e coerenti rimandi al dramma d'interni di derivazione teatrale), dipingendo, in un primo momento, un quadro d'insieme dove i rapporti tra i personaggi vivono di coppie speculari (sorella-sorella e padre-madre) e dove l'escalation negativa trova origine apparentemente proprio dalle azioni del patriarca, il twist narrativo che svela la natura ingannevole dell'architettura familiare descritta introduce gioco-forza l'iter de-strutturante di quanto avanzato in precedenza.

Il percorso di de-strutturazione delle dinamiche familiari della pellicola procede in realtà in maniera speculare e dicotomica con quelle che sono le peculiarità più salienti dello stesso personaggio di Natasha Romanoff: disillusione e assenza di empatia insiti in Vedova Nera conoscono adesso una nuova ragion d'essere che ne ricolloca i confini, affidando una nuova chiave di volta anche al concetto di catarsi.


La deriva catartica che conclude il susseguirsi narrativo e tematico di
Black Widow trova una propria dimensione solo in seguito alla convergenza tra passato (il dramma familiare), presente (la vicenda narrativa saliente della pellicola) e il futuro (il ricongiungimento auspicato degli Avengers in vista di crisi ben più probanti).

Natasha Romanoff trova pertanto la forza di ricostruire la propria identità e, conseguentemente, rinascere quale figura umana a 360 gradi, dotata di emozioni, al netto di virtù e debolezze come qualsivoglia persona comune, solo dopo aver affrontato una allegorica morte trascendente: solo l'accettazione di un passato ebbro di sofferenza e tragedia permette a Vedova Nera di carpire la portata della propria identità, consentendole in seguito di possedere quella maturità e quell'equilibrio interiore atto a permetterle di vivere il proprio sacrificio finale (Avengers: Endgame) quale più nobile e puro slancio vitalistico plausibile.


Al percorso introspettivo e personale di un personaggio fin qui relegato sempre al ruolo di comprimario, la regista australiana abbina un interessante riflessione sui rapporti di potere tra uomo e donna, sfruttando un villain quasi sempre avvolto nell'ombra come personificazione della sottomissione psicologica con cui spesso gli uomini riescono a limitare la libertà femminile. Un tema trattato con risultati altalenanti, specie se confrontato con quanto fatto nella serie Marvel
Jessica Jones (Melissa Rosenberg, 2015-2019), dove la narrazione riesce a mettere in scena con maggiore efficacia non solo gli strumenti di sopraffazione maschile, bensì anche gli effetti di tali pressioni psicologiche sulle vittime.

In un periodo storico tanto delicato come quello in cui Black Widow ha visto concretizzarsi il proprio progetto, le tematiche ataviche, concilianti e, in una certa misura, catartiche portate avanti dalla pellicola non possono che sposarsi a meraviglia con il contesto socio-culturale del pubblico generalista e pertanto, nonostante la componente registica non evidenzi particolarismi degni di nota, (affidando la magniloquenza visiva soprattutto alle fin troppo numerose sequenze d'azione), la pellicola porta in fin dei conti a termine in maniera dignitosa il proprio compito: l'avventura in solitaria di Vedova Nera rappresenta infatti, al contempo, una compiacente chiusura di un cerchio circonciso e, in contingenza, n un piccolo passo verso il proseguo della narrazione seriale cinematografica della casa di Topolino.

mercoledì 21 settembre 2016

LOST IN TRANSLATION: BENVENUTI NELL'ERA DELL'INCOMPRENSIONE

Reduce dall'ottimo riscontro critico ricevuto dall'opera prima The Virgin Suicides (1999) la figlia d'arte Sofia Coppola scrive, dirige e produce Lost In Translation, arrivato nelle sale nel 2003. La seconda prova della cineasta si rivela un successo strepitoso in tutti gli ambiti grazie a incassi superiori ai 100 milioni di dollari, recensioni entusiaste e addirittura la vittoria di numerosi premi, tra cui persino l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale e ben tre Golden Globe.

La trama della pellicola è molto semplice e scevra di veri e propri avvenimenti. Protagonisti sono due americani che si ritrovano per motivi diversi per alcuni giorni a Tokyo: Bob Harris (un Bill Murray che, complice una certa dose di somiglianza con il personaggio interpretato, regala una performance straordinaria) è un attore di mezza età che si ricicla pubblicizzando una marca di whisky, mentre Charlotte (una Scarlett Johansson agli esordi eppure assolutamente adatta al ruolo) è una ragazza laureata in filosofia e sposata da due anni con un fotografo, preso più dal suo lavoro che dalla moglie, che ha ricevuto proposte di lavoro in Giappone. Due persone agli antipodi vengono accomunate dalla stessa crisi esistenziale e dallo stesso hotel, tanto da farli avvicinare nonostante il pochissimo tempo trascorso insieme.
Con una sinossi simile Lost In Translation potrebbe apparire una tipica commedia romantica hollywoodiana ma basta la prima inquadratura a catapultare lo spettatore in un prodotto di ben altra levatura; sia la regia che la penna di Sofia Coppola sono subito riconoscibili per intimità ed eleganza nel tratteggiare un amore completamente diverso da quello del cinema classico. La più grossolana ma non per questo meno importante cesura nei confronti della tradizione è l'assenza dell'immancabile scena di sesso tra i due innamorati, che di solito arriva a suggellare il sentimento sviluppatosi fra di essi: Bob e Charlotte non solo non hanno mai rapporti fisici (al massimo si scambiano un commovente bacio nel finale) ma limitano al massimo qualsiasi contatto fisico stando al contempo sempre molto vicini l'uno all'altro.

Perché i personaggi principali sentono questo grande bisogno di vicinanza priva di sessualità? Il motivo risiede in quella sensazione che pervade tutto il film e che ho citato nel titolo della analisi in atto, ovvero l'incomprensione, avvertita a livelli diversi ma aventi la stessa importanza. Il primo livello risulta essere chiaramente di tipo linguistico/ambientale visto che nessuno dei due parla o capisce bene la lingua del paese in cui si trovano e si sentono spaesati da una cultura che non conoscono, aliena a livelli stratosferici. La Tokyo immortalata dalla figlia di Francis Ford Coppola appare una giungla urbana sempre in movimento, piena di colori abbaglianti e popolata di figure estranee e dai comportamenti imprevedibili. Charlotte sembra all'apparenza districarsi con una certa disinvoltura in questa realtà (è sempre lei a far conoscere nuovi posti e nuove persone all'amico interpretato da Bill Murray) eppure non riesce mai a trovarsi a suo agio, appena può cerca sempre l'evasione e non riesce a comunicare davvero con nessuno, soprattutto con suo marito. Bob d'altro canto arriva nel paese nipponico controvoglia (emblematica la sequenza in cui dice di trovarsi a far una pubblicità per due milioni di dollari quando avrebbe potuto essere su un qualche set a recitare) e si ritrova circondato da persone che o non parlano la sua lingua oppure lo fanno in modo sbrigativo e claudicante in una città agli antipodi del suo carattere pacato, quasi citazionista dei divi del cinema classico americano (non possono essere casuali i numerosi riferimenti a grandi star quando cerca l'espressione giusta per il fotografo della pubblicità). La frenesia e la freddezza della capitale giapponese non fanno che aumentare il senso di solitudine provato dai protagonisti, i quali per questo si rifugiano sempre nella calma intima dell'hotel, veicolando così una non troppo velata critica allo stile di vita asettico del mondo contemporaneo.

Tutto ciò porta finalmente a riflettere sul livello di incomprensione che maggiormente accomuna Bob e Charlotte, ossia quello più legato alla sfera sentimentale ed emozionale. I due americani, nonostante la differenza d'eta e di stili di vita, si trovano in una profonda crisi interiore dovuta all'impossibilità di realizzare le proprie aspirazioni e soprattutto di comunicare i propri stati d'animo alle persone che dovrebbero essere più vicine, i rispettivi coniugi. Questa condizione simile viene quasi fiutata dai due nel momento in cui si trovano nello stesso luogo e li porta ad avvicinarsi delicatamente, quasi come se fossero due adolescenti alle prese con tutti i timori tipici del primo amore. Proprio come tra due quattordicenni il sentimento, inizialmente nato come amicizia, si rafforza in un lasso di tempo di pochi giorni fino a diventare amore ma sempre in maniera delicata, da un lato per il desiderio di mantenere una certa rispettabilità (in fondo sia Bob che Charlotte sono sposati) ma dall'altro anche per la paura ad aprirsi con gli altri maturata appunto dalla freddezza mostratagli dai compagni. A rendere veramente credibile il flebile crescendo di un amore così anomalo è, oltre alla recitazione ben al di sopra della media dei due attori protagonisti, la regia della Coppola, leggiadra quasi ai limiti del glaciale ma anche abbagliante quando ritrae le luci sfolgoranti della Tokyo odierna.

A concludere la parabola emotiva di Lost In Translation e anche questa riflessione si trova inevitabilmente il mistero legato a ciò che Bill Murray bisbiglia a Scarlett Johansson nel loro ultimo incontro e che porta i due a sorridere nonostante la separazione imminente; probabilmente l'uomo, oltre a confessare il suo amore per la ragazza, le promette un futuro prossimo insieme ma questa è soltanto un'ipotesi, persino la cineasta è rimasta allo scuro delle parole pronunciate sottovoce in questa sequenza!
Siate liberi di condividere qui le vostre ipotesi sul finale e le eventuali riflessioni scaturite da questo post.