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martedì 8 aprile 2025

WOLF MAN: LICANTROPIA NEL MONDO POST-COVID

Tra gli appassionati di settima arte non è certo passato inosservato lo strano caso dei classici mostri Universal, su cui la major statunitense sperava di poter imbastire un intero universo cinematografico, sul solco del MCU, a partire da La mummia (The Mummy, Alex Kurtzman) del 2017, che però si è rivelato un grosso fallimento, nonostante il coinvolgimento di star del calibro di Tom Cruise e Russell Crowe. Accantonato questo progetto i vertici della nota casa di produzione hanno deciso di virare verso lidi molto meno rischiosi economicamente e slegati drammaturgicamente, formando un sodalizio con una garanzia nella massimizzazione dei ricavi con budget irrisori come Blumhouse. Il primo risultato di tale strategia è stato l'eccezionale L'uomo invisibile (The Invisible Man), scritto e diretto da Leigh Whannell nel 2020, capace di generare grandi profitti, ma anche ottime recensioni, persino troppo poco lusinghiere a mio avviso. Visti i risultati Universal scrittura lo stesso autore di Upgrade (Leigh Whannell, 2018) per offrire una rivisitazione contemporanea anche dell'Uomo lupo, che arriva nelle sale di tutto il mondo nel corso di gennaio del 2025 con il titolo Wolf Man. Questa volta, purtroppo per il cineasta americano, il box office latita e la critica si divide tra detrattori e giudizi positivi ma mai vicini all'eccellenza.


Dopo un prologo ambientato negli anni Novanta, dove tra i boschi dell'Oregon un cacciatore (Sam Jaeger) si imbatte, insieme al figlio Blake (Zac Chandler), in una strana creatura feroce, il film si sposta nella San Francisco del presente, dove l'ormai adulto Blake (Christopher Abbott) vive insieme alla moglie giornalista Charlotte (Julia Garner) e la figlia Ginger (Matilda Firth). L'uomo, divenuto uno scrittore, vive un periodo di crisi lavorativa che affronta dedicandosi alle cure della piccola di casa, visti anche i numerosi impegni della consorte, che non sembra passare molto tempo con la famiglia. Proprio per rinsaldare il legame con l'amata, il protagonista coglie l'occasione della notizia del decesso del padre, con cui aveva interrotto ogni rapporto da anni, per organizzare un viaggio verso il piccolo paesino dell'infanzia con moglie e figlia, lontani dallo stress della vita quotidiana e immersi negli splendidi paesaggi del luogo.


Il licantropo, seppur con minore successo pop rispetto ad altre figure sovrannaturali come il vampiro o lo zombie, rappresenta un archetipo così radicato nell'immaginario collettivo da secoli, ben prima che George Waggner nel 1941 dirigesse il celeberrimo L'uomo lupo (The Wolf Man) con l'iconico Lon Chaney Jr., per cui ogni tipologia di società, distante l'una dall'altra nello spazio e nel tempo, ne ha dato una propria versione. Allo stesso modo sul grande schermo tanti autori hanno adattato tale mitologia alla propria personalità o poetica, dando vita al dolente gotico targato Hammer con L'implacabile condanna (The Curse of the Werewolf, Terence Fisher, 1961), così come alla rilettura postmoderna e femminista di Ginger Snaps (Licantropia Evolution, John Fawcett, 2000). Whannell opta per un'ulteriore versione rispetto alle succitate, ancor più strettamente connessa all'attualità e ad alcune tematiche che lo sceneggiatore di Saw - L'enigmista (Saw, James Wan, 2004) aveva già affrontato nei suoi lungometraggi da regista. A cominciare dalla sequenza d'apertura, appare evidente come il racconto voglia ancora una volta mettere in scena la disgregazione dei rapporti famigliari e l'incapacità di comunicare tra uomini, non limitandosi però all'ormai ben noto topos della dialettica tra civiltà e natura selvaggia, città e provincia, ma spostando il focus di questo tema su quanto questa atavica problematica si insinui anche nelle relazioni affettive più apparentemente progressiste. Blake, a differenza del violento e machista genitore, si occupa a tempo pieno della casa e della prole, lascia tranquillamente che sua figlia gli applichi il rossetto sulle labbra e cucina anche per la moglie, che sembra sostenere da sola da un punto di vista economico l'intero nucleo. Il ribaltamento degli stereotipi di genere potrebbe a prima vista espletare una sorta di sogno per qualunque semplicistica riduzione dell'American Dream 3.0, se solo no diventasse evidente, minuto dopo minuto, il disagio provato dal protagonista per una condizione che mette a dura prova quella mascolinità da lui ripudiata tagliando ogni cordone ombelicale con la figura paterna, ma che al contempo si insinua ancora oggi in ogni aspetto della società, fino a tramutarsi, letteralmente in un virus quando trascina i propri cari nel locus horribilis tipico della narrativa gotica in cui nasce l'idea della licantropia, solo che in questo caso non è una magione ottocentesca o medievale, bensì una foresta del tutto slegata dalle comodità e tecnologie moderne. Il posto ideale, insomma, dove la civiltà lascia il posto agli istinti repressi e, conseguentemente, le conquiste sociali di Blake finiscono in secondo piano rispetto all'istinto predatorio dell'uomo e a millenni di mascolinità tossica perpetrati dalle comunità umane. Simbolo, neanche troppo velato, di questo scontro è quello tutto fisico tra lo scrittore e l'ormai ex cacciatore nel momento in cui entrambi si trovano sotto gli effetti del morbo del lupo mannaro: facendo leva sugli ultimi bagliori di razionalità rimastigli, Blake uccide persino il padre, creduto già morto, pur di proteggere la sua famiglia, riuscendo in un solo colpo a recidere definitivamente ogni legame con il proprio passato, anche ovviamente da un punto di vista freudiano, e ad assumere quel ruolo di pater familias che finora aveva sempre relegato alla donna, con tutto ciò che comporta per un uomo cresciuto in un ambiente dal machismo conclamato.


La scelta di trasformare la licantropia in una sorta di infezione, metafora di quella insita in ogni maschio alla ricerca di un ruolo ben definito in una società sempre più liquida e (fortunatamente) lontana dagli schemi tradizionali, non si traduce in una manichea demonizzazione di Blake. Mantenendo quella tragicità tipica del lupo mannaro, molto vicina a quella degli eroi della tradizione teatrale greca dei vari Edipo, Oreste ecc., la macchina da presa non smette di provare empatia nei confronti del protagonista, che resta tale anche nel corso di una trasformazione che, invece di avvenire nel giro di pochi minuti o addirittura secondi, si rivela graduale e prolungata, facendo perdere progressivamente la ragione e il controllo di sé all'uomo a piccole dosi. Ecco dunque che il regista ci porta direttamente nei panni sempre più scomodi di Blake tramite sequenze soggettive in cui lo spettatore può provare quasi sulla propria pelle e con i propri occhi gli effetti di tale mutazione: udito sempre più sensibile, fame insaziabile, capacità di distinguere i colori sempre più animalesca e infine una totale incapacità di comunicare con gli umani. Quest'ultima caratteristica diventa centrale, poiché cos'è in fondo l'essere umano se non un animale sociale, in grado di condividere esperienze ed emozioni con i propri simili, specie quelli a cui tiene di più? La progressiva perdita di questa facoltà diventa il fulcro sentimentale della discesa negli inferi della famiglia Abbott, al punto in cui persino gli ottimi effetti speciali pratici che sottolineano il cambiamento in Blake impallidiscono dinanzi al dolore derivato dallo spezzarsi del profondo filo emozionale che connetteva l'uomo a Charlotte e ancor di più a Ginger, che a più riprese scherzava con il papà fingendo di saper leggere nella sua mente e nel suo cuore. Attraverso una narrazione estremamente asciutta, performance estremamente convincenti del cast e la vicinanza della mdp, che soltanto in rari casi si concede attimi di puro estetismo con alcuni campi lunghi di notevole gusto compositivo, la pellicola colpisce in pieno la componente più irrazionale dello spettatore, ricordandoci quanto orrore possa nascondersi in quelle condizioni fisiche che possono allontanarci dagli affetti a cui siamo più legati, tanto che lo stesso regista ha dichiarato di essersi ispirato a casi a lui vicini di malattie fortemente debilitanti come la SLA o l'Alzheimer.


Wolf Man in definitiva non raggiunge probabilmente gli straordinari risultati poetici, estetici e narrativi di L'uomo invisibile, eppure resta una visione così passionale e intima rispetto a tanto cinema americano, di genere e non, da non lasciare indifferenti, in special misura chiunque abbia avuto la sfortuna di vivere sulla propria pelle l'esperienza del decadimento fisico e psicologico di una persona amata, proprio come dovrebbe fare un buon esempio di cinema a tema licantropi nella nostra contemporaneità.

giovedì 7 luglio 2022

MISSION: IMPOSSIBLE 2: WOO TRA BLOCKBUSTER D'AUTORE E MITOPOIESI CLASSICA

Nel corso dell'articolo dedicato a Mission: Impossible - Fallout (Christoper McQuarrie, 2019) avevo sottolineato come il regista avesse impresso una svolta fortemente serializzata al franchise, legando in maniera inscindibile narrazione e stile dei capitoli da lui firmati in maniera non dissimile da quanto accade con il Marvel Cinematic Universe. Una vera rivoluzione se si torna alle origini della saga, in particolare ai primi tre capitoli, tutti diretti da artisti diversi come veri e propri standalone sequel a là 007 senza rinunciare minimamente alla propria individualità. Tra questi spicca il primo sequel, Mission: Impossible 2, diretto nel 2000 da John Woo, reduce dal suo primo successo negli States con il capolavoro Face/Off (1997). Un incredibile successo commerciale, tanto da divenire il miglior incasso dell'anno al box office mondiale, ma con una folta schiera di detrattori, specie tra i recensori dell'epoca.

Come accennato nel finale del predecessore (Mission: Impossible, Brian De Palma, 1996) Ethan Hunt (Tom Cruise) torna a lavorare per l'IMF, questa volta con il compito di recuperare una pericolosissima arma biologica nota come Chimera, rubata dal suo ex collega Sean Ambrose (Dougray Scott) nel corso di un dirottamento aereo. L'unico modo per poter avvicinare l'uomo è quello di sfruttare il suo punto debole, l'amore per la ladra professionista Nyah (Thandiwe Newton). Durante il reclutamento però quest'ultima e il protagonista finiscono per innamorarsi, aumentando a dismisura il coinvolgimento emotivo della missione.

Come accennato in precedenza Mission: Impossible 2 si limita a riproporre solamente alcuni dei cardini narrativi del primo capitolo, con un unico personaggio a tornare in azione oltre all'eroe (Luther, interpretato ancora una volta da Ving Rhames), proprio alla stregua di quanto occorso per decenni con le imprese di James Bond. La discontinuità è dunque la parola chiave per questo sequel, dove la riconoscibilissima mano di De Palma viene sostituita dall'altrettanto unica firma di John Woo, alla quale si adatta perfettamente la sceneggiatura del veterano Robert Towne. L'evidente tributo nei confronti di Notorious (Alfred Hitchcock, 1946) oltre a confermare l'amore del cineasta asiatico verso il maestro del brivido già esplorato in Once a Thief (John Woo, 1991) rivela quanto al centro del racconto vi sia soprattutto la love story tra i due protagonisti, nel pieno rispetto della propensione del regista a nascondere tra le maglie di tutti i suoi action più celebri una vena melò fondamentale per comprendere la sua visione della settima arte. Paradigmatico in tal senso non è soltanto la lunga sequenza di corteggiamento automobilistica tra i due amanti, in cui la instancabile cinepresa dell'autore di Hard Boiled (John Woo, 1992) trasforma un pirotecnico inseguimento ad altissima velocità in una danza paragonabile a un tango, ma soprattutto la puntualità nel far sì che ogni singolo momento di reale suspense sia legata alla compromissione tra dovere e interessi personali, ragione e sentimento, come nella magistrale scena all'ippodromo e il suo efficace ricorso sistematico al montaggio alternato. Sebbene al triangolo amoroso manchi la beffarda introspezione riservata al villain vista nel classico hitchcockiano, Woo riesce a limare la manichea contrapposizione tra il buono Ethan e il perfido Sean mettendo in risalto tutto ciò che invece li accomuna. Le straordinarie capacità dei due, l'appartenenza per molti anni alla medesima agenzia governativa e, soprattutto, i continui scambi d'identità resi possibili dalle maschere già utilizzate da De Palma riportano alla mente il tema del doppio e del conflitto interiore stevensoniano di Face/Off, sfumando così confini altrimenti piuttosto netti in sede di sceneggiatura.

Come mai resta comunque, al netto della dialettica Hunt/Ambrose, una contrapposizione così decisa tra bene e male? La ragione risiede nel comune amore di screenwriter e director per la mitopoiesi classica e dunque per il fortissimo senso morale che permea il lungometraggio. La scelta di mettere al centro dell'intrigo internazionale virus e relativo antidoto dai nomi riecheggianti la mitologia greca non resta al livello di semplice strizzatina d'occhio, bensì evidenzia da subito come la narratologia più pura e arcaica sia il modello perseguito. A seguito di tale dichiarazione d'intenti Tom Cruise, simbolo a sua volta dell'eroismo contemporaneo rappresentato dal divismo hollywoodiano, assume i panni del semidio Bellerofonte, mentre la sua nemesi quelli del mostro Chimera, destinati, come puntualmente accade nel finale, a uno scontro in singolar tenzone, in pieno stile omerico, per decidere chi avrà la meglio tra la luce e le tenebre, tra giustizia e vigliacco egoismo. Ethan, plasmato dall'occhio di Woo, incorpora una caratterizzazione non così distante dai precedenti protagonisti della filmografia del creatore dell'heroic bloodshed: per la prima volta lo si vede ricorrere senza troppi problemi alle armi da fuoco e, soprattutto nel corso dello shootout a Sydney, imbraccia la coppia di pistole rese iconiche da Chow Yun-fat, affronta in pieno volto lo schieramento nemico come un fiero guerriero da wuxia dando il via a una danza ritmata da una tempesta di pallottole al ralenti.

Accusato al momento della distribuzione di puro calligrafismo a discapito di qualsivoglia sostanza, Mission: Impossible 2 rappresenta a mio avviso un capitolo essenziale nell'opera di uno dei più grandi autori del genere, in cui peraltro per la prima volta dona anche a un personaggio femminile la stessa gravitas eroica solitamente riservata in passato agli uomini, confermando ulteriormente l'ispirazione ai modelli greci. Se a questo si aggiunge la pressoché totale o quasi scomparsa dal panorama attuale di film ad alto budget girati con una tale personalità non vi resta che riscoprire questa perla inaugurale del terzo millennio.

giovedì 3 ottobre 2019

MISSION: IMPOSSIBLE - FALLOUT: SERIALIZZAZIONE COMPLETA DI UN FRANCHISE ATIPICO

Tra le tante saghe cinematografiche comparse nel corso dei decenni quella di Mission: Impossible si è distinta principalmente per il ricorso a un diverso regista, tutti peraltro considerati in tutto e per tutto degli auteur, per ogni capitolo, rendendo dunque solamente Tom Cruise e la sua squadra dell'IMF i veri elementi di serialità all'interno del franchise. Tutto cambia nel 2018 con l'arrivo nelle sale dell'ultimo episodio, Mission: Impossible - Fallout, che viene diretto da Christopher McQuarrie, lo stesso director del precedente Mission: Impossible - Rogue Nation (2015). Per la prima volta la saga si gioca dunque la carta della serialità forte tramite un sequel diretto e i risultati finiscono per premiare in toto la scelta: la pellicola batte gli incassi di tutti i prequel e viene accolta dal plauso unanime della critica mondiale, al punto da essere inserita in numerose classifiche dei migliori film dell'anno o addirittura dei migliori action di sempre.

Seguendo di pochi anni le vicende di Rogue Nation il lungometraggio vede la squadra di Ethan Hunt (Tom Cruise), supportata a pieno questa volta dall'ex CIA Alan Hunley (Alec Baldwin), alle prese con la minaccia globale portata dagli Apostoli, gruppo terroristico internazionale nato dalle ceneri del Sindacato di Solomon Lane (Sean Harris) intenzionato a seminare il panico nel mondo tramite tre ordigni nucleari. Il primo tentativo di sventare la minaccia dell'IMF fallisce a causa della scelta di cuore del protagonista, che sceglie di salvare la vita dell'amico Luther (Ving Rhames) a discapito della missione, così la direttrice della CIA Erica Sloane (Angela Bassett) impone alla squadra la presenza di un suo uomo di fiducia, August Walker (Henry Cavill).

Se esiste una saga in cui il protagonista unico rappresenta la vera e propria stella polare dell'intera operazione è sicuramente Mission: Impossible, sia per quella atipica serialità alla quale accennavo pocanzi che per la costanza con cui in ogni nuovo capitolo Cruise mette a dura prova le proprie possibilità fisiche e quelle di stunt quasi del tutto privi di CGI in un cinema in cui la tecnologia digitale invade ogni singolo frame. Nel caso di questo Fallout però, come in parte già anticipato, la serializzazione assume caratteri ben più corposi: oltre alle presenza costante del trio Hunt - Luther - Benji (Simon Pegg) ritornano altri personaggi più o meno importanti sia del prequel diretto che dei precedenti capitoli, così come la missione attuale si rivela nel corso della pellicola come il vero epilogo di quella affrontata durante Rogue Nation. Questa impronta fortemente seriale permette a McQuarrie, autore anche della sceneggiatura, di poter lavorare non solo sui collegamenti o le citazioni dei predecessori (in particolare il capostipite firmato Brian De Palma del 1996) ma, soprattutto, sullo sviluppo del lato prettamente umano di Ethan. Se in questa sesta missione impossibile l'agente dell'agenzia supersegreta statunitense mantiene la sua proverbiale capacità di risolvere qualunque situazione mortale, di lanciarsi nel vuoto, correre tra i tetti o infiltrarsi all'interno di pericolosissime organizzazioni criminali, l'uomo dietro l'eroe rivela tutta la propria fragilità. Il personaggio che da più di vent'anni segue il corso della carriera di Cruise condivide con il proprio interprete proprio quell'aura di invincibilità che però inizia a mostrare tutti gli scricchiolii dettati dal passare del tempo. Il leader dell'IMF appare mai come prima indebolito nel fisica dall'età che avanza, rallentato nelle proprie imprese ai limiti dell'umano da un fisico che inevitabilmente non è più quello di un giovane uomo, proprio come il divo hollywoodiano che non può più fregiarsi del titolo di sex symbol per eccellenza dello star system. Si crea dunque un corto circuito metacinematografico, tra personaggio di finzione e il suo interprete, che porta su un piano nuovo per la saga l'aspetto empatico, grazie anche all'evoluzione psicologica ed emotiva che accompagna quella fisica del protagonista.
L'incubo che funge da prologo all'intera pellicola mette in chiaro subito la volontà del regista e sceneggiatore americano di indagare anche attraverso la scrittura il percorso interiore di Hunt, le conseguenze di anni passati sempre sul filo del rasoio, costretto a fare sacrifici enormi (in particolare l'allontanamento dell'ex moglie), a perdere amici o compagni pur di servire un paese che più di una volta ne ha messo in discussione etica e modus operandi. Un uomo portato inevitabilmente alla solitudine e al rimpianto nei confronti di ciò che sarebbe potuta essere la sua vita se avesse scelto di lavorare come postino o semplice impiegato.
Per la prima volta Hunt/Cruise, grazie alle possibilità offerte da una serializzazione totale e dalla penna di McQuarrie, riflette sul tema della senilità per gli uomini d'azione e sugli effetti dell'eroe sull'uomo che si nasconde al suo interno con una consapevolezza e un'efficacia mai raggiunte da altre pellicole come I mercenari (The Expendables, Sylvester Stallone, 2010) o Red (Robert Schwentke, 2010).

Senza rinunciare ai topoi della saga alla quale pertiene Mission: Impossible - Fallout si pone come capitolo capace di introdurre un modello narratologico prettamente seriale, concludere un percorso umano e narrativo iniziato negli anni Novanta, dando un degno epilogo anche alla serie nella serie composta dal dittico con il precedente Rogue Nation e al contempo mantenere altissimo il livello visivo e spettacolare del franchise. Al netto di ogni riflessione su personaggi e scrittura niente appaga e contiene cinema quanto sequenze esteticamente eccezionali come l'inseguimento in elicottero.

martedì 19 marzo 2019

BARRY SEAL - UNA STORIA AMERICANA: LA DEFLAGRAZIONE GROTTESCA DELL'AMERICAN DREAM

Benché molti "cinefili" da web 2.0 possano storcere il naso, proprio il famigerato Michael Bay con il suo Pain & Gain (Pain & Gain - Muscoli e denaro) ha aperto la strada nel 2013 a un certo filone filmico in cui storie reali di criminalità statunitense, capaci di mettere in grave imbarazzo i principi cardine del moralismo che sbandiera ormai da decenni, vengono rilette attraverso toni da commedia algida e grottesca, in bilico perenne tra farsa e tragedia. Nel solo anno appena citato hanno raggiunto le sale mondiali infatti anche American Hustle (American Hustle - L'apparenza inganna, David O. Russell), candidato a ben undici Academy Awards, e The Wolf of Wall Street di Scorsese, probabilmente il punto più alto di questa sorta di sottogenere e la pellicola che ha maggiormente ispirato le opere successive, data anche la tutt'altro che velata influenza su questo tipo di lavori da parte di un altro capolavoro scorsesiano quale Quei bravi ragazzi (Goodfellas, 1990). Oggi ho scelto di porre alla vostra attenzione Barry Seal - Un storia americana (American Made in originale), regia di Doug Liman risalente al 2017 che si inserisce a pieno in questo trend puramente americano. Sebbene il film possa contare su una star del calibro di Tom Cruise non si può certo definirlo un blockbuster, sia per dimensioni produttive che per marketing, eppure nonostante ciò è riuscito a ottenere incassi notevoli e recensioni molto positive che ne sanciscono una piena riuscita su tutti i fronti.

Il lungometraggio racconta, con grandi licenze ammesse a più riprese da produzione e regista, le assurde ma reali disavventure vissute da Barry Seal (Tom Cruise), pilota di aerei civili che verso la fine degli anni Settanta viene contattato dalla CIA per trasportare armi ai ribelli del Nicaragua che lottano contro il neonato regime comunista. Durante la missione top secret l'uomo viene avvicinato da un trio di potenti narcotrafficanti colombiani che lo convincono ad aiutarli a trasportare centinaia di chili di cocaina negli States. Per quanto incredibile possa sembrare il protagonista si trova a contribuire alla nascita del cartello colombiano guidato da Pablo Escobar e ad alimentare le azioni di guerriglia dei contras nei confronti del governo sandinista mentre accumula ricchezze sempre più incommensurabili. Ovviamente però la carriera criminale dell'ex pilota della TWA non può durare a lungo senza intoppi.

Che American Made sia tutt'altro che uno di quei biopic portatori di grandi messaggi etici da Academy risulta scontato fin dal titolo (purtroppo la scelta della localizzazione italiana annulla l'effetto sarcastico del titolo originale), così come nella scelta di affidare la regia a Liman, capace sì di adattarsi a produzioni molto eterogenee nel corso della sua carriera ma indubbiamente più a suo agio con la commedia caustica. Proprio come nella precedente collaborazione con Tom Cruise (Edge of Tomorrow, 2014), anche in questo suo ultimo lavoro l'autore di The Bourne Identity (2002) rilegge un genere solitamente votato alla serietà (in questo caso il biopic e il crime movie) con una vena ironica che non risparmia colpi bassi e frecciate ben evidenti al militarismo statunitense e alla sua facciata da difensore della democrazia. Certo in questo caso, come già affermato in precedenza, il cineasta newyorkese non inventa poi molto e anzi esibisce in maniera esplicita i numerosi riferimenti al cinema di Scorsese, a cominciare dalla scelta di rendere il protagonista anche narratore del film, come in Quei bravi ragazzi, passando per il periodo storico individuabile negli anni Ottanta reaganiani fino ai colori acidi della fotografia di César Charlone che richiamano, oltre a Traffic (2000) di Soderbergh (non a caso altra opera incentrata sul contrabbando di stupefacenti), il precedentemente menzionato The Wolf of Wall Street. Dunque chi è alla ricerca di chissà quale innovazione folgorante potrebbe restare deluso ma tutti gli altri si troveranno dinanzi a una pellicola dotata di una messinscena molto singolare per l'ambito americano, ricca di passaggi repentini da materiale found footage a ritmate sequenze caratterizzate da un uso preminente di giallo e verde estremamente saturi, passando per le riprese che lo stesso Barry realizza con una telecamera amatoriale, guardando dritto in macchina per poter imprimere su nastro la propria storia. Ecco il vero punto di forza, centro di gravità permanente del lungometraggio: il protagonista. Grazie a una prova eccelsa per autoironia e riflessione sul proprio passato divistico Cruise dona a una figura tutt'altro che moralmente eccepibile quella simpatia da mascalzone adorabile che porta il pubblico a patteggiare sempre per lui e, con una grande intuizione metacinematografica, persino gli altri personaggi, a cominciare dal trio colombiano guidato da Pablo Escobar. Lo stesso Seal più volte resta sorpreso di come ogni situazione finisca sempre per risolversi in un'opportunità per arricchirsi, persino le più tragiche e pericolose, proprio come potrebbe accadere solamente al tipico eroe classico americano, quello che tra anni Ottanta (gli stessi del film) e Novanta l'attore di Syracuse interpretava a ripetizione e che da almeno un decennio invece tende a sbeffeggiare tramite personaggi più ironici (uno su tutti l'esilarante Grossman in Tropic Thunder, girato da Ben Stiller nel 2008).

Insomma in questo Barry Seal è difficile non lasciarsi trasportare dalla crescente assurdità delle disavventure del suo protagonista ma, allo stesso tempo, non si può restare indifferenti a come Liman utilizzi questa figura di criminale per sbaglio alla stregua di un Forrest Gump realmente esistito, capace di avere un ruolo fondamentale nel suo "piccolo" all'interno della grande storia degli USA. Quella Storia con la esse maiuscola in cui però il gigante americano mostra tutta l'ambiguità della sua politica sia interna che esterna, specie nel momento in cui alla presidenza arriva l'ormai famigerato Ronald Reagan. Dietro la sua facciata rassicurante l'ex cowboy si è reso motore di un periodo storico dominato da un liberismo estremo colpevole di una escalation dell'ossessione del cittadino nei riguardi del denaro e del potere, l'unica meta da raggiungere a discapito di ogni remora etica. Allo stesso modo gli Stati Uniti durante gli anni Ottanta, nonostante le scorie della tragedia vietnamita, si sono resi complici di gravi atti di prevaricazione del diritto internazionale in Nicaragua e in Iran e la pellicola in analisi non lesina nel mettere sul banco degli imputati questa orrenda deformazione dell'american dream e dei principi morali alla base della storia della "terra delle opportunità". Come dimostra millenni fa Aristofane non vi è arma più tagliente per criticare i vizi della società in cui si vive della commedia e anche in questo American Made non delude.