domenica 1 novembre 2026

THE MYTH OF THE AMERICAN SLEEPOVER: UNA NOTTE PER DIVENTARE GRANDI

Nel 2014, ormai ben dodici anni fa, uno sconosciuto David Robert Mitchell sconvolge il panorama dell'horror americano (e non solo) con It Follows. Una piccola produzione da circa un milione di dollari che ne incassa quasi 24 nel mondo e che, soprattutto, consolida una tendenza nel genere, lontana dal gore del torture porn, così come dal proliferare di reboot di saghe storiche di inizio millennio, che successivamente verrà etichettata con il denigrante appellativo di "elevated horror". La pellicola con protagonista Maika Monroe però è solamente il secondo lungometraggio diretto dal cineasta del Michigan, poiché nel 2010 esordisce firmando The Myth of the American Sleepover. Realizzato con appena 50000 dollari, il film viene distribuito naturalmente senza il clamore di un blockbuster o del lavoro di un autore affermato, ciononostante viene accolto da recensioni in larga parte positive, aprendogli la strada verso progetti ancor più ambiziosi.


Ambientata nel corso dell'ultimo weekend di vacanze estive di un nutrito gruppo di adolescenti residenti a Detroit, la pellicola segue le (dis)avventure amorose che ruotano intorno a un pigiama party al femminile e a una festa con bagno notturno.


The Myth of the American Sleepover non è certo il primo teen movie a scegliere una narrazione collettiva, in cui si intrecciano multiple storyline che hanno come collante la medesima ambientazione, seguendo per certi versi le unità aristoteliche che hanno per secoli determinato la drammaturgia a teatro. Mitchell sembra caso mai giocare proprio con le conoscenze pregresse del pubblico, in primis per quanto concerne il genere, così da poter spaziare tra il rispetto di classici come The Breakfast Club (John Hughes, 1985) o Elephant (Gus Van Sant, 2003) e alcuni momenti che sovvertono quanto visto dagli spettatori in passato, a cominciare dall'età di gran parte dei personaggi. Mentre di solito i protagonisti di questo cinema hanno tra i 15 e i 17 anni, nel pieno del periodo della high school statunitense, l'autore di Under the Silver Lake (David Robert Mitchell, 2018) conferisce centralità perlopiù a ragazzi e ragazze che devono ancora iniziare il liceo. Una particolare altezza anagrafica sospesa tra il tramonto della fanciullezza e gli albori dell'adolescenza vera e propria, in cui convivono in egual misura il desiderio di vivere esperienze da "grandi", come i primi amori e incontri sessuali, e la paura di non esserne all'altezza, di provare sulla propria pelle qualcosa che è stato solamente sussurrato, intravisto attraverso parenti, amici più grandi o media, spesso fruiti di nascosto dai genitori.
A rendere ancora più interessante ed efficace questa scelta è la totale assenza di adulti, persino tra personaggi secondari o comparse; il mondo delineato dal cineasta americano appare come una bolla nello spaziotempo, un interregno tra l'estrema solarità estiva e il grigiore del ritorno a scuola in cui i ragazzi possono sentirsi finalmente liberi, complice anche l'oscurità notturna che li difende ulteriormente dal giudizio e dalle limitazioni imposte dagli adulti. Come in un sogno di una notte di fine estate, a differenza di quella di mezza resa immortale da Shakespeare, c'è una giovanissima ballerina che bacia per la prima volta un ragazzo e poi decide di rimandare quello con il bagnino di cui è innamorata per poterselo godere con più calma e senza pressioni; un coetaneo che, dopo aver cercato di rivedere per tutto il giorno una bionda incontrata al supermercato, resta deluso dalla sua leggerezza e abbandona l'idea di baciarla, aprendo nel frattempo gli occhi sull'amica che da tempo vorrebbe stare con lui; persino un universitario che torna a casa e cerca di guarire dalla fresca ferita amorosa rintracciando le due gemelle a cui è sempre piaciuto.


Proprio la linea narrativa di questi ultimi, gli unici maggiorenni con ruoli determinati per il racconto, risultano al contempo fuori posto e perfetti per conferire maggiore coerenza alla visione di Mitchell, che attraverso i rimpianti e l'evidente immaturità del personaggio interpretato da Brett Jacobsen offre al pubblico una sorta di punto di vista esterno sulle prime esperienze vissute da tredicenni e quattordicenni che popolano la pellicola. Il suo tentativo di riallacciare una relazione con una coppia di ragazze identiche, probabilmente entrambe interessate a lui, appare di primo acchito un modo di recuperare un passato idealizzato ormai sfuggito di mano, che poi assume finalmente contorni reali quando capisce che Ady e Anna Abbey (Nikita Ramsey, Jade Ramsey) non possono e non meritano di essere trattate come simboli di un desiderio di escapismo dalle responsabilità dell'età adulta, come quella di sopravvivere alle delusioni sentimentali. Solo quando arriva a questa consapevolezza capisce quale delle due vorrebbe davvero frequentare, non prima però di aver permesso al pubblico di prendere coscienza anche dei lati più oscuri di questo fugace sogno, perché è chiaro che la totale assenza di genitori, la desolazione in cui versano i luoghi che ospitano le vicende e, in parte, anche l'onnipresenza di alcol tra ragazzi così giovani squarciano il leggiadro velo di utopia giovanilistica, lasciando intravedere un'oscurità che prenderà la ribalta in It Follows. In fondo anche i pigiama party non sono altro che miti, storie che raccontano tanto di noi stessi ma che inevitabilmente trasfigurano e idealizzano una realtà ben più complessa e dura da affrontare.