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sabato 17 febbraio 2024

MAESTRO: L'INSONDABILE MISTERO DELL'UOMO DIETRO L'ARTISTA

Dopo aver lottato per anni contro la reputazione di attore più bello che talentuoso (perché purtroppo certi pregiudizi sono duri a morire anche nel terzo millennio), Bradley Cooper ha dimostrato nel 2018 con A Star is Born di poter destreggiarsi con ottimi risultati anche dietro la macchina da presa, tanto che nel 2023 eredita il testimone di nomi del calibro di Martin Scorsese e Steven Spielberg per la regia di Maestro. La pellicola, finanziata da Netflix con i due summenzionati cineasti nel ruolo di produttori, è attualmente candidata a ben sette Academy Awards, a conferma di un gradimento universale di critica e pubblico.


Il film racconta, in flashback, la relazione più che trentennale tra Leonard Bernstein (Bradley Cooper), compositore e direttore d'orchestra di enorme successo, e Felicia Montealegre (Carey Mulligan), attrice di Broadway che trova la sua fortuna nella nascente televisione. Tra i due nasce un'immediata complicità che li porta al matrimonio e dare vita a una famiglia numerosa, nonostante l'omosessualità del musicista, che la compagna conosce molto bene e asseconda, almeno fino a quando le innumerevoli relazioni extraconiugali cominciano a pesarle fin troppo.


Maestro fin dalla citazione dello stesso Bernstein dichiara programmaticamente di non voler fornire, come succede con i più classici biopic, delle risposte a chiunque nutra un certo interesse verso un personaggio storicamente rilevante, bensì intende mettere in scena domande e contraddizioni che scaturiscono dalla sua vita. L'unica vera certezza che permea il lungometraggio, difatti, è un senso di dualità costante, a partire chiaramente dalla sessualità del protagonista, la cui propensione per gli uomini viene espressa già dalla sequenza d'apertura, per poi venire problematizzata dalla successiva frequentazione con Felicia, che viene narrata con tutti gli strumenti del musical a tema amoroso. L'intesa che nasce tra i due non preclude mai l'attrazione del compositore per i tanti amanti con cui si intratteneva in precedenza, tra cui il clarinettista dal volto tristemente innamorato di Matt Bomer, ma al contempo Cooper non risolve mai questa singolare situazione in una banale dicotomia manichea tra affetto platonico verso la moglie e passione carnale nei confronti degli uomini. Le continui ellissi sul lato più erotico dell'amore, tanto da non mostrare mai Leonard alle prese con atti sessuali, conferma invece la volontà di non scadere in semplificazioni atte a dare risposte al pubblico, così da rendere giustizia a tutta la complessità insita nell'animo umano, specie in quello di figure pubbliche.
All'insegna della dualità è anche lo spazio narrativo riservato ai personaggi, i quanto Felicia è centrale per il racconto esattamente quanto il consorte, al punto da determinare i confini dello stesso sia nell'incipit che nella chiusura, così come il rapporto tra Bernstein e la fama, che ricerca ossessivamente per una sorta di fobia della solitudine ma che ne frena anche la vena creativa, con quel desiderio di comporre che finisce per scontrarsi prima con i pregiudizi del mondo accademico e poi con le richieste incessanti di esibizioni da parte del mercato.


Il vero punto di forza dietro questa precisa scelta registica di Cooper risiede però nella forma, che, come nel grande cinema, esprime in primo luogo quanto appena sottolineato senza dover ricorrere costantemente alle parole. La prima parte del film, infatti, viene girata in un bianco e nero sognante, dove spesso la realtà e i mondi immaginari partoriti dalla musica del protagonista si fondono attraverso soluzioni illuministiche e compositive felliniane. Questo idillio iniziale viene progressivamente a incrinarsi con l'avvicendarsi degli anni di matrimonio, come evidenzia l'aspect ratio quadrangolare che ingabbia i personaggi esattamente come le finzioni che tengono insieme la loro relazione, mentre anche il bianco e nero cede il passo ai colori, che segnano la cesura definitiva al sogno perfetto in cui si erano incontrati Leonard e Felicia. In un'opera all'insegna dei non detti, di silenzi riempiti spesso solamente dalle note di un pianoforte o di un'orchestra che prevalgono su qualsiasi spiegazione a parole, il cineasta del Pennysilvania dimostra di aver appreso la lezione dei suoi maestri accreditati come produttori, lasciando che siano le immagini e tutte le infinite possibilità espressive offerte dalla grammatica filmica a comunicare con gli spettatori, allo stesso modo in cui Bernstein comunica tutto il suo, seppur discontinuo e complesso, amore alla consorte in una potentissima esibizione dal vivo, che suggella anche il profondo lavoro di Cooper nel calarsi nei panni del direttore d'orchestra di origini ebraiche.


A Star is Born aveva acceso la luce su una promettente carriera da regista dell'ormai ex stella di Una notte da leoni (The Hangover, Todd Phillips, 2009) ma Maestro è la conferma di trovarsi dinanzi a un nuovo autore tra le grandi produzioni hollywoodiane.

lunedì 8 maggio 2023

GUARDIANI DELLA GALASSIA VOL. 3: QUANDO LA FAMIGLIA VA BEN OLTRE IL SANGUE

Parlare di fase calante per l'imponente Marvel Cinematic Universe risulta un eufemismo, specie dopo che, chiusa l'altalenante Fase 4, l'attuale nuovo ciclo narrativo si è aperto con il flop commerciale e critico di Ant-Man and the Wasp: Quantumania (Peyton Reed, 2023), eppure qualcuno sembra riuscire ogni volta a estraniarsi da qualsiasi fenomeno attraversi il più vasto universo gestito da Kevin Feige: mi riferisco a James Gunn e ai suoi film, che hanno sempre vissuto in perfetto equilibrio tra i poli di autorialità e adesione ai canoni imposti dall'alto. Nelle sale di tutto il mondo è appena arrivato Guardiani della Galassia Vol. 3 (Guardians of the Galaxy Vol. 3, James Gunn, 2023), che, dato anche il passaggio del regista al ruolo di presidente della concorrente divisione cinematografica della DC Comics, segna la conclusione di una trilogia unica all'interno del panorama MCU e, non a caso, sia la stampa che il pubblico stanno premiando all'unanimità la pellicola, dimostrando per l'ennesima volta che ad attentare alla vita dei cinecomic non è il genere in sé, bensì la forzata omologazione che tarpa le ali al suo maggior pregio, la sterminata varietà di interpretazioni che permette.

Ambientato almeno inizialmente nella nuova base dei Guardiani, chiamata Ovunque, il lungometraggio segue il disperato tentativo da parte di Peter (Chris Pratt) e dei suoi compagni di salvare la vita di Rocket (Bradley Cooper), gravemente ferito in seguito a uno scontro con il potentissimo essere artificiale Adam Warlock (Will Poulter). Mentre i protagonisti lottano per trovare un dispositivo che salvi la vita all'amico risalendo al luogo in cui è nato, si alternano flashback sul passato dello stesso procione, che mostrano quanto abbia dovuto soffrire sia fisicamente che emotivamente prima di conoscere Groot (Vin Diesel) e gli altri.

In un film, specialmente all'interno del panorama contemporaneo, l'importanza della sequenza d'apertura va spesso ben oltre il semplice tentativo di catturare nell'immediato l'attenzione dello spettatore, così da convincerlo a proseguire la visione, bensì forma una sorta di ouverture che anticipa e al tempo stesso riassume in sé le principali coordinate dell'opera. In questo senso l'opening di Guardiani della Galassia vol. 3 funziona in maniera quasi esemplare: riprende la tradizionale struttura da videoclip con un brano molto noto di musica pop preesistente ma con una notevole variazione rispetto ai precedenti capitoli: alle scanzonate danze e note viste in passato si sostituisce il vagare malinconico di Rocket accompagnato da una versione acustica di Creep dei Radiohead. Un brano simbolo per chiunque si sia sentito almeno una volta nella vita fuori posto, "a weirdo" come cantato da Thom Yorke, che si intona alla perfezione con i sentimenti provati per una vita intera da tutti i membri della sgangherata squadra assemblata da Gunn, ma in particolare per lo scontroso procione dalla voce di Bradley Cooper, messo per la prima volta a nudo in tutta la sua fragilità di esperimento di eugenetica che ha sperimentato qualsiasi forma di dolore prima di scoprire nuovamente la forza dei legami attraverso l'amicizia. Dopo averlo lasciato serpeggiare in maniera velata, il cineasta americano rivela una volta per tutti una netta preferenza per questo personaggio dalle sembianze perennemente in bilico tra umano e animale, rendendolo l'ideale rappresentazione di una mancanza di certezze che colpisce fin troppi di noi in una società che cerca di far sentire fuori posto chiunque non si incaselli facilmente nelle categorie imposteci. Persino le battute tutt'altro che politicamente corrette dei prequel assumono alla luce di quanto mostrato nel corso del film una dimensione estremamente tragica, non però fine a se stessa; anzi la vera forza del racconto, scritto dallo stesso Gunn, a sottolineare il suo status di autore quanto mai libero per gli standard Marvel, si situa in realtà nel dare vita alla più naturale evoluzione e conclusione al percorso iniziato nel 2014: non solo viene finalmente rivelato il trauma che ha reso un reietto anche Rocket ma soprattutto i Guardiani assumono definitivamente il ruolo di grande famiglia interstellare pronta ad abbracciare qualunque freak cerchi un proprio posto. Dall'eterno insicuro Kraglin (Sean Gunn) fino al potentissimo ma spaesato Warlock, tutti trovano comprensione, fratellanza e unione di intenti nella squadra formata da Peter Quill, che da bravo leader e padre putativo capisce bene quando è tempo di lasciare che i suoi figli spicchino il volo senza la sua ingombrante ala protettrice, potendo di conseguenza dedicarsi ai propri traumi rimasti in sospeso.

A una narrazione davvero all'altezza della chiusura di una trilogia di rara coerenza per il genere in questione corrisponde un altrettanto efficace comparto estetico, nel quale spicca una connivenza tra effetti pratici e digitali che tradiscono l'amore dell'autore di Slither (James Gunn, 2006) per Star Wars ma, prima di tutto, rendono ben più vivi e tangibili gli strambi personaggi che popolano le avventure intergalattiche che porta su schermo, mentre un virtuoso piano sequenza con repentini cambi di ritmo in stile Zack Snyder appagano anche l'occhio dei fan dall'azione pura. In attesa di scoprire se lo strampalato stile che contraddistingue il cinema di Gunn possa adattarsi anche alla magniloquenza di Superman, Guardiani della Galassia vol. 3 chiude perfettamente un cerchio e ci ricorda ancora una volta quanto i supereroi abbiano ancora da dire al cinema, specialmente in sala.

giovedì 31 gennaio 2019

A STAR IS BORN: IL LABILE CONFINE TRA DIEGESI E VITA REALE

Tra i film attualmente candidati agli Academy Awards spicca, forte di ben otto candidature, un'opera prima, peraltro un remake, avente come protagonista una pop star al suo primo rilevante ruolo cinematografico (i piccoli ruoli in Sin City: A Dame to Kill For, diretto da Robert Rodriguez e Frank Miller nel 2014 e Machete Kills, sempre firmato Rodriguez l'anno precedente, si fermavano a poco più che divertissement): A Star Is Born (2018). Insomma non si può negare che l'esordio dietro la macchina da presa di Bradley Cooper, con al centro il personaggio interpretato da Lady Gaga, avesse tutte le carte per rivelarsi un disastro e invece è uno dei film con le migliori recensioni dell'anno e anche un enorme successo commerciale, tanto da aver sfiorato il mezzo miliardo di dollari al botteghino. Un fenomeno che merita di essere approfondito.

Rifacendosi ai tre precedenti È nata una stella o A Star Is Born in originale (tra i quali spicca il musical diretto nel 1954 da George Cukor) ma con ampie libertà creative in fase di sceneggiatura, la pellicola mostra l'incontro fortuito tra l'affermata rockstar Jackson Maine (Bradley Cooper) e la cameriera aspirante cantautrice Ally Campana (Lady Gaga). Lui, in preda a un alcolismo che lo attanaglia da anni, incontra lei dopo un concerto, all'interno di un bar dove la giovane si esibisce come unica artista femminile all'interno di serate dedicate alle drag queen, grazie soprattutto alle sue eccezionali doti canore. Jackson resta ammaliato dalla performance, dalla personalità unica e dal talento di Ally e così passa l'intera notte con lei a parlare. Il giorno successivo riesce a convincerla a seguire un suo concerto dal backstage quando improvvisamente le chiede di cantare con lui un pezzo scritto dalla stessa e che aveva canticchiato all'uomo durante la nottata trascorsa insieme. Superando l'imbarazzo per una esibizione davanti a migliaia di persone la ragazza canta e incanta il mondo intero nel duetto, aprendosi le porte per una insperata carriera da popstar ma anche una travagliata storia d'amore con il turbolento rocker.

La prima cosa che mi preme sottolineare, così da eliminare l'equivoco in cui molti, anche critici, sono caduti dinanzi alla visione e al commento di A Star Is Born è che non ci troviamo dinanzi a un musical. Come ogni genere hollywoodiano il musical, appunto, possiede regole e canoni ben codificati, probabilmente i più rigidi all'interno dell'universo dei generi stessi e dunque scevro dai costanti mutamenti che invece hanno coinvolto l'horror e la fantascienza, dalla comparsa della New Hollywood fino agli sconvolgimenti postmoderni e contemporanei, rendendo ben più semplice delineare ciò che rientra all'interno di determinati paletti e il film in questione reca una minima traccia di essi solamente per quanto concerne i lontani retaggi dei precedenti adattamenti. L'opera prima di Bradley Cooper non utilizza in alcun istante la musica come strumento narratologico e in realtà, a differenza di quanto avviene solitamente nel cinema americano classico, rinuncia persino a una colonna musica che agisca da commento emotivo a ciò che accade su schermo, limitandone la presenza solamente ai momenti di apparizione di musiche diegetiche, come durante i concerti o l'esibizione ai Grammy Awards della superband nella quale Jackson suona la chitarra solista. L'unica eccezione a tale, coraggiosa scelta di regia di rinunciare al commento avviene solamente con la sequenza finale, nella quale la diegetica performance della protagonista in onore del marito prende lentamente la forma di un videoclip di fortissimo impatto emozionale, culminante in una sovrapposizione sia visiva che uditiva di presente e passato che dimostra una notevole capacità di manipolazione del mezzo cinematografico da parte del regista. Proprio la visione di Cooper, la personalità con cui mette in scena quella che solamente in superficie resta una tradizionale love story sorprende fin dalle prime sequenze, dominate da long take in cui l'uso della camera in spalla non pregiudica la compostezza dell'inquadratura e anzi amplifica l'impatto estetico ed emozionale della visione, creando un legame empatico immediato con una figura tutt'altro che eroica come la rockstar interpretata dallo stesso cineasta. Si notano in maniera piuttosto lampante i maggiori riferimenti formali di Cooper per il suo esordio, in particolare il tragico classicismo di Clint Eastwood e la shaky camera di David O. Russell (entrami registi con cui ha collaborato precedentemente), ma il mix di questi stili molto diversi da questi calibrato risulta fresco e assolutamente adatto a sorreggere i due personaggi, grandiosi e quotidiani insieme, che dominano il lungometraggio.
Parlare di A Star Is Born senza menzionare la prova attoriale di Lady Gaga supererebbe di molto il limite dell'inconcludente, non solo per le non scontate doti recitative della cantante di origini italiane ma soprattutto perché si trova una fetta non indifferente della sua stessa vita all'interno del film. Certamente la relazione ricca di alti e bassi tra Ally e Jackson occupa il centro della narrazione ma la stessa love story vive continuamente all'interno di una riflessione sempre attuale circa i sacrifici che occorrono per poter raggiungere la fama. La protagonista conquista immediatamente le attenzioni e il cuore della celebre rockstar dell'Arizona non solo per la straordinaria capacità vocale ma soprattutto per il carisma con cui calca il palco, la facilità con cui compone brani che mettono a nudo tutta la propria intima essenza e un viso non da modella, non da star system ma da artista. Le lunghe disquisizioni e battute sul naso pronunciato della donna mettono in risalto quell'umanità abbagliante e semplice al tempo stesso che letteralmente aprono il cuore logoro, colmo di alcol e insoddisfazione di Jackson, il quale trova in lei un vero e proprio contraltare allo squallore disumanizzante dello stardom e della vita in genere. Grazie all'amore l'uomo inizia anche a rinunciare gradualmente all'appoggio costante della bottiglia ma, non a caso, ripiomba pesantemente nella depressione e nel vizio non appena si rende conto della mutazione occorsa alla consorte. Ally viene difatti letteralmente trasformata dalle pretese di commerciabilità del suo manager, il quale la porta a una metamorfosi fisica e artistica che non può non riportare alla mente la carriera proprio di Lady Gaga, arrivata alla ribalta internazionale dopo anni di gavetta con un album, The Fame (2008), che fin dal titolo e dal look glamour esibito dalla cantante sulla copertina tradisce la svolta d'immagine e musicale alla quale l'artista è dovuta ricorrere per potersi finalmente prendere il proprio spazio all'interno delle classifiche. Proprio come il suo personaggio l'interprete ha dovuto letteralmente abbandonare il pianoforte in favore delle ballerine per poter debuttare con una grande etichetta discografica, rinunciando probabilmente a un pezzo fondamentale del proprio io ritrovato solamente in una fase successiva della propria parabola privata e artistica (nel finale del film per quanto riguarda Ally e con l'album Born This Way del 2011 per la sua controparte reale).

A Star Is Born si rivela dunque non solo un esordio capace di portare su schermo una coppia di protagonisti che entrano immediatamente nel cuore del pubblico ma anche un ottimo biglietto da visita per le abilità registiche di Bradley Cooper e un emozionante, sottile riflessione sul confine sottile che divide la realtà dallo spettacolo, il mondo concreto e quello dei sogni di cui vive il cinema.

giovedì 13 settembre 2018

DOWNRANGE: L'IMPORTANZA DELLO STILE

Arrivato da pochi mesi sul mercato italiano attraverso l'ormai sempre più florido home video, specie per gli appassionati di cinema di genere, Downgrade (2017) rappresenta attualmente l'ultima fatica del cineasta nipponico Ryuhei Kitamura, autore sempre ben riconoscibile e perennemente impegnato sia con produzioni autoctone che con altre completamente o quasi statunitensi, proprio come quella in analisi. Dopo aver girato alcuni horror a medio budget negli USA come Prossima fermata: l'inferno (The Midnight Meat Train, 2008) e No One Lives (2009), due pellicole accomunate peraltro dalla presenza di due star nei ruoli principiali (Bradley Cooper nel primo e Luke Evans nel secondo), l'eclettico regista torna con questo lungometraggio a un progetto del tutto indipendente e dunque svincolato dal circuito della distribuzione di massa nelle sale ma nonostante ciò capace di conquistare numerosi consensi ai festival internazionali.

Il narrato, nato da un soggetto originale dello stesso Kitamura, propone al pubblico le disavventure di un gruppo di ragazzi, conosciutisi attraverso una app che permette di trovare un passaggio in auto a pagamento, il cui tranquillo percorso viene interrotto in una desolata strada dello sterminato continente americano dal fuoco sparato, senza alcun apparente motivo, da un cecchino nascosto tra i rami di un albero. Tra l'infallibile tiratore e i giovani si instaura così un crudele gioco al gatto e al topo nel quale l'unica speranza di salvezza per questi sembra essere la presenza di Keren, le cui inaspettate conoscenze del mondo della caccia e delle armi aiuta Jodi, Todd ed Eric a resistere.

Come hanno dimostrato i più rigorosi e mentalmente elastici studi sul cinema di genere questo tipo di pellicole si basano su precisi schemi narrativi che i registi più abili riescono a rinfrescare con piccole novità ma che restano in definitiva fedeli a determinate radici. Dovendo dunque mantenere inalterato il cuore di questi topoi nella costruzione del racconto il vero banco di prova per un autore di horror diventa il versante formale e questo Downgrade non solo conferma tale "regola" ma anzi potrebbe divenire un vero e proprio exemplum per chiunque voglia comprendere i meccanismi di questa porzione della settima arte. Kitamura, produttore, autore del soggetto e regista dell'opera, a sottolineare la natura prettamente personale del progetto, dirige un film che supera appena l'ora e mezza di durata, che inizia in medias res e che non si sogna neanche per un attimo di soffermarsi su riflessioni sottese o sulla costruzione psicologica ed etica dei personaggi, con l'unica eccezione di Todd, l'unico che nel corso dell'azione fuoriesce dal tipo dello stupidotto fidanzato con la bella biondina per dimostrarsi un uomo vero, con un passato, delle emozioni palpabili e una maturazione evidente con il passare dei minuti. Tutti gli altri caratteri non fanno altro che mantenere inalterati i ruoli archetipici del new-horror inaugurato da Tobe Hooper e John Carpenter, persino quando la sceneggiatura si diverte a sorprendere lo spettatore appassionato con improvvisi colpi di coda, uno su tutti la morte di Keren e la trasformazione della fragile Jodi in quella che sembrerebbe essere una final girl in piena regola. Senza rivelare nulla sull'ironico quanto nichilista finale appare evidente quanto a livello puramente narrativo il cineasta giapponese si concentri solamente su qualche variazione su tema rispetto ai canoni dello slasher e dei film d'assedio (si pensi a The Night of the Living Dead di Romero del 1968 o ad Assault on Precinct 13 del già citato Carpenter), come per esempio l'ambientazione in esterni, mentre tutta la sua attenzione si focalizzi sul versante estetico e formale. La pellicola fin dall'incipit si rivela un susseguirsi di inquadrature sempre diverse, una giostra che mette in mostra la spropositata inventiva del regista attraverso soggettive impossibili (da quella di uno pneumatico a quella dei proiettili), piani sequenza esasperati o movimenti di macchina che ribaltano con ardita eleganza il punto di vista della cinepresa. Certamente in alcuni frangenti tutte queste meraviglie visive restano delle finezze per il palato prive di qualunque significante ma è innegabile come riescano a stupire qualsiasi tipo di spettatore e al contempo anche a mantenere alta la tensione di un sadico gioco di sopravvivenza nel quale un minimo passo falso può costare la vita.

Downgrade si rivela in conclusione un efferato prodotto di ludico orrore, un sadico divertissement perfettamente aderente a quello messo in piedi dal cecchino con i giovani protagonisti. Un campionario delle abilità visuali di Kitamura nel quale forma e contenuto tendono a sovrapporsi attraverso il filtro della tensione come disimpegno.

martedì 11 luglio 2017

COME UN TUONO: TRAGEDIA ATTICA AL TEMPO DELLA PICCOLA PROVINCIA AMERICANA

Reduce dal fortunatissimo Blue Valentine (2010) Derek Cianfrance scrive e dirige due anni dopo The Place Beyond the Pines, o in Italia Come un tuono, un vero e proprio banco di prova per la sua carriera. Nonostante le reazioni non siano state universalmente entusiastiche come per il precedente lavoro il film ha ricevuto il plauso della critica e i favori del pubblico, specie per l'interpretazione di Ryan Gosling.

L'arco narrativo può essere suddiviso in tre atti, quasi autoportanti come veri e propri mediometraggi all'interno di una trilogia. Il primo ha per protagonista proprio il personaggio interpretato da Gosling, un motociclista chiamato Luke che si esibisce in una sorta di circo itinerante come stuntman. Una sera dopo lo spettacolo scopre di avere un figlio con una sua precedente amante (Eva Mendes), così abbandona la carriera per stabilirsi nella cittadina in cui vivono i due e trova lavoro come meccanico. Non riuscendo a guadagnare abbastanza da mantenere quella che vorrebbe far diventare una vera e propria famiglia inizia a darsi alle rapine in banca. Il secondo atto inizia nel momento in cui il destino del bel motocilista si incrocia con quello di Avery Cross (Bradley Cooper), poliziotto con poca esperienza ma grande ambizione, il quale eredita i panni del protagonista e di eroe del proprio distretto, un luogo in cui la corruzione dilaga a sua insaputa. Infine l'ultimo atto, del quale non rivelo i protagonisti causa spoiler, chiude il cerchio.

Fin dal breve sunto della trama appare chiara l'ambizione insita in questa terza fatica del giovane cineasta statunitense e la marcata ispirazione al teatro tragico attico, un mondo in cui nessuno è prettamente buono o solamente cattivo e nel quale l'unica legge vigente è quella del fato, monarca assoluto che punisce senza pietà chiunque abbia peccato. Non importa quanto un uomo cerchi di rimediare alla sua colpa, nella visione tragica della vita questi non potrà sottrarsi al castigo divino. Non c'è alcuna traccia di libero arbitrio o redenzione in Come un tuono, chi sbaglia paga e non solo lui ma persino le generazioni successive ne ereditano il peccato originale (unico principio cristiano presente nell'opera) senza però poter annullarlo attraverso il rito del battesimo.

Una mancanza, quella della libertà dell'individuo, sottolineata a più riprese dalla macchina da presa di Cianfrance, come sottolinea il meraviglioso quanto conturbante (in senso freudiano) piano sequenza iniziale, durante il quale la camera segue da una distanza così ravvicinata Luke da sembrare quasi uno spettro alle sue costole e lo stunt all'interno di una sfera metallica sembra essere il simbolo dell'intera vicenda narrata: una storia di uomini in gabbia, schiavi di dinamiche ben più grandi di loro. Certo all'interno di questa cella il giovane corre e si diletta con il proprio talento ma finisce per schiantarsi irrimediabilmente, proprio come un tuono. Sintomi e prove di questa chiave di lettura dell'epica costruita dall'autore di Blue Valentine sono anche le numerose trasgressione che si concede rispetto ai codici dei generi americani che, soprattutto nel western e nell'action, privilegiano figure di uomini-titani capaci di ergersi contro una sorte avversa risultandone vincitori, in pieno rispetto del sogno americano del self-made man. Non in questo caso.

In conclusione consiglio la visione di The Place Beyond the Pines non solo a chi era rimasto folgorato dalla precedente pellicola del suo regista ma a chiunque abbia l'ostinazione di cimentarsi con un'opera tanto amara quanto elegantemente realizzata, capace di rendersi memorabile grazie proprio ai suoi azzardi.