Visualizzazione post con etichetta Margot Robbie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Margot Robbie. Mostra tutti i post

venerdì 15 settembre 2023

BARBIE: IN BILICO TRA DECOSTRUZIONE E IL PESO DEGLI STUDIOS

Chi avrebbe mai detto che il 2023 ci avrebbe consegnato persino un film sulla Barbie, simbolo per decenni di un certo status quo perbenista e sessista americano, scritto e diretto dalla coppia più indie del cinema USA? Eppure proprio Greta Gerwig, insieme al marito Noah Baumbach, dirige per la prima volta un blockbuster portando sul terreno del live action la popolarissima bambola di Mattel, che chiaramente finanzia il progetto insieme a Warner Bros, a proposito di colossi al centro di polemiche etiche. Ancor più incredibilmente, anche grazie a una campagna di marketing geniale, esaltata dal fenomeno dei meme Barbenheimer, Barbie è a oggi il più grande incasso dell'anno e con una schiera enorme di recensioni positive.


Ambientata in gran parte all'interno di Barbieland, il mondo in cui vivono le note bambole, la pellicola segue le disavventure di Barbie stereotipo (Margot Robbie), la quale, improvvisamente, inizia a perdere tutta la sua abituale perfezione a causa dei pensieri negativi di Gloria (America Ferrera), donna in carriera del mondo reale che influenza il giocattolo disegnandone versioni più cupe e problematiche. Su suggerimento di Barbie stramba (Kate McKinnon), anche lei divenuta "diversa" a causa delle azioni della sua umana, la protagonista si reca nell'altra dimensione, così da tornare priva di difetti ma con lei parte anche Ken (Ryan Gosling), il quale scopre durante questo viaggio il patriarcato (e i cavalli), decidendo di importarlo a Barbieland.


Dopo un esilarante ouverture che parodia 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey, Stanley Kubrick, 1968), Barbie mette subito in scena, tramite la sfavillante ricostruzione di una cittadina che sembra uscita direttamente dai sogni di ogni bambina cresciuta giocando con l'iconica bambola, un mondo alternativo che, a differenza di quello fin troppo simile al reale di The Lego Movie (Phil Lord, Christopher Miller, 2014), ribalta completamente la società odierna. Barbieland non è soltanto un compendio di tutto quanto creato da Mattel in decenni, compresi i modelli ritirati dal mercato, ma soprattutto un'oasi dove qualsivoglia tipo di potere pertiene unicamente alle donne, mentre gli uomini vivono solamente nella costante adorazione dell'altro sesso, come satelliti gravitanti intorno a un pianeta. Una sorta di repubblica delle donne aristofanea che da un lato abbatte del tutto le ingiustizie del patriarcato, dall'altro però ne replica le dinamiche tossiche e discriminanti semplicemente facendo del mondo maschile la minority oggettificata e del tutto privata di indipendenza, anche solo identitaria. Proprio in virtù di questa sagace operazione di what if che aggiorna intelligentemente il classico ribaltamento dei ruoli della commedia, il film per tre quarti della sua durata funziona come mai ci si potrebbe aspettare da una grande produzione odierna, mettendo in ridicolo qualsiasi estremismo ideologico e ingiustizia sociale e persino l'intera storia del marchio Mattel, che tramite un consiglio d'amministrazione fatto unicamente di WASP inetti e le critiche al vetriolo della teenager Sasha (Arian Greenblatt), viene demolito nella sua ipocrita pretesa di mostrarsi progressista solo nella superficie. 

Il costante umorismo, caricato dalle tantissime citazione cinematografiche disseminate ovunque e quasi sempre relative proprio a opere di lotta al sistema come Matrix (The Matrix, The Wachowskis, 1999), insieme alle performance quanto mai ispirate e autoreferenziali di Margot Robbie e Ryan Gosling, donano a un prodotto evidentemente ad alto budget quella freschezza sia visiva che narrativa tipica dei lavori più indipendenti del duo Gerwig-Baumbach, come se il peso delle ambizioni economiche della produzione non impattassero minimamente sulla libertà creativa degli stessi. Almeno fino al quarto finale del lungometraggio.


Proprio nel momento della pars costruens del pamphlet satirico ecco che la magia svanisce e la sceneggiatura si perde uno scioglimento dell'intreccio all'insegna di tutto quanto è sempre stato assente nella filmografia dei due autori: la sagacia lascia spazio al didascalismo e a un monologo che rimette in gioco tutte le ingenuità da terza ondata femminista che nel 2023 sembravano essere state sostituite da una profondità di analisi e proposta politico-sociale ben diversa, il personaggio di Allan (Michael Cera) viene completamente dimenticato, lasciando l'amaro in bocca circa le possibili implicazioni anche su altre minoranze e all'autrice di Lady Bird (2017) scappa addirittura una battuta su un collega che si ricollega a vicende personali su cui ci sarebbe davvero poco da scherzare, specialmente in un film che tenta di dare voce anche agli istinti più autodistruttivi dell'essere umano.

Proprio in questo infausto finale, che proprio nella penultima sequenza assume le inquietanti vesti di uno spot apologetico scopiazzato dal ben più stratificato epilogo di Vanilla Sky (Cameron Crowe, 2001), sembra venire meno la forza creativa degli autori, schiacciati dalla potente influenza della macchina da blockbuster imbastita da Warner, dimostrando che davvero autori quali Spielberg o Nolan restano eccezioni più uniche che rare nell'imporre la propria visione anche all'interno dello studio system. Ciononostante Barbie resta una visione assolutamente consigliata e un esempio da seguire per dare vita a prodotti pop in cui divertimento e riflessioni vanno di pari passo.

sabato 11 marzo 2023

BABYLON: FOLLE E DISPERATO AMORE PER LA FABBRICA DEI SOGNI

Raramente nel panorama cinematografico si è parlato di enfant prodige come nel caso di Damien Chazelle, capace di trovare il successo planetario a soli ventinove anni con Whiplash (2014) e ottenere l'Oscar per la miglior regia a trentadue grazie a La La Land (2016). Una continua parabola ascendente che inizia a scricchiolare con First Man (2018), accolto benevolmente dalla critica ma con numeri al box office ben più bassi del previsto. Nonostante ciò il 2022 vede l'uscita della sua opera più ambiziosa, il period drama Babylon. Forte di un cast ricco di grandi nomi e un budget considerevole, il lungometraggio si rivela un enorme buco nell'acqua da un punto di vista commerciale e spacca nettamente i recensori, tra chi ne loda il coraggio e chi, invece, ne critica principalmente sceneggiatura e la libertà nel mostrato davanti alla cinepresa senza alcun pudore vomito, pissing e altri eccessi ancora poco tollerabili soprattutto in ambito americano.


Ambientata agli albori del cinema sonoro, la pellicola segue il travagliato percorso a Hollywood dei giovani Nellie LaRoy (Margot Robbie) e Manny Torres (Diego Calva), alla ricerca del proprio posto tra le star, come attrice lei, come produttore esecutivo lui, del musicista afroamericano Sydney Palmer (Jovan Adepo) e del più attempato divo Jack Conrad (Brad Pitt). Proprio la rivoluzione tecnica introdotta da Jazz Singer (Alan Crosland, 1927), segnerà il declino della carriera di tutti i personaggi, incapaci di restare al passo con i tempi e le rinnovate aspettative dell'industria.


Riprendendo una famosa definizione applicata all'industria cinematografica losangelina, Babylon tiene fede al proprio titolo mettendo in scena uno spettacolo strabordante, barocco (nell'accezione più filologica del termine) e completamente scevro di limiti per rappresentare al meglio quell'incredibile crogiolo di aspettative, speranze e talenti più o meno inquadrabili su cui si fonda Hollywood. Proprio come nei precedenti film, Chazelle, sfruttando anche il suo passato da musicista, imbastisce uno spartito privo di pause, del quale l'iniziale scena orgiastica, girata attraverso una serie di complessi long take che ne esaltano il dinamismo, diventa metonimia. Nellie, in particolare, sembra trascinare tutto il mondo che le ruota attorno, cinepresa compresa, in un vortice vitalistico quanto mai assimilabile all'adolescenza, in cui ogni emozione viene vissuta con un impeto estremo tipico di chi non vede alcun possibile traguardo alla propria corsa, se non il puro gusto di assaporare tutto l'assaporabile. Almeno fino a quando non sopraggiunge la maturità e con essa le responsabilità, il lavoro, i doveri di qualunque cittadino e così via, fino ad arrivare alla prospettiva che un giorno, senza alcun preavviso, potrebbe sopraggiungere la morte. Spartiacque tra la giovinezza e la vita adulta sembra essere per il cineasta statunitense il passaggio dal muto al sonoro: un enorme passo in avanti per le possibilità sensoriali della Settima arte ma che, al tempo stesso, in questa visione umanistica della storia riduce la libertà e la pura creatività di tutto l'ecosistema che gravita intorno alla più celebre collina al mondo, per catapultarlo in una nuova realtà all'insegna di perbenismo, pseudo intellettualismo e calcoli economici. Di colpo i pionieri del cinema, dopo aver vissuto al massimo, fino a godere di qualsivoglia eccesso edonistico, il lato più positivo del sogno americano si trovano a dover fare i conti con quello più mercantilista e oscuro, con conseguenze anche letali per chi è sempre stato abituato a sentire fino all'estremo, come dei novelli Werther.

Pur facendo riferimento a moltissimi personaggi o eventi realmente accaduti, con una notevole dovizia di particolari tipicamente cinefila, é chiaro come a Chazelle non interessi una ricostruzione filologica e storiograficamente fedele della fine degli Anni Trenta, bensì dare vita a un passato fortemente influenzato dall'io dell'artista. Hollywood diventa in tal senso un luogo del sentire prima che un luogo fisico e reale, simbolo di uno smisurato amore nei confronti dell'arte in ogni sua sfumatura, persino quando arriva a essere doloroso al punto da piangere lacrime amare tra centinaia di persona in una sala buia. La sequenza finale, con una carrellata, in ordine cronologico, di pellicole che hanno segnato la centenaria storia del cinema conclusa dal sorriso di Manny, rappresenta proprio il sentimento smodato, esasperato e disperato che il regista prova per quel magico telo bianco, proprio come altrettanto folle risulta Babylon.


mercoledì 8 settembre 2021

THE SUICIDE SQUAD: EXPENDABLES ALL'ASSALTO DELL'UNIVERSO CINECOMIC

Dopo aver navigato per anni tra i bizzarri territori dei b-movie e delle produzioni di genere indipendenti, James Gunn ha incontrato il meritato riconoscimento di massa solamente attraverso Guardiani della Galassia (Guardians of the Galaxy, 2014), una delle pellicole più irriverenti e singolari all'interno dello standardizzato franchise Marvel. Ciononostante è evidente come in quest'opera e relativo seguito la fantasia e l'ironia politicamente scorretta del regista siano frenati dalle esigenze commerciali di questi blockbuster. Una condizione che non si ripresenta nella sua prima collaborazione con la casa rivale per eccellenza, DC Comics, per la cui divisione cinematografica l'autore di Slither (2006) realizza The Suicide Squad (2021). Al netto di un budget da quasi duecento milioni di dollari e degli ormai ben noti travagli produttivi in seno al DC Extended Universe, il film viene affidato completamente alle mani di Gunn, senza alcun vincolo creativo. Una scelta premiata quasi all'unanimità dalla critica ma non dal botteghino, certamente influenzato sia dalla preferenza popolare verso gli schemi narrativi del MCU che dalla contemporanea distribuzione dell'opera anche su HBO Max, piattaforma di streaming di proprietà Warner.

Il lungometraggio, ambientato in un indefinito periodo successivo all'impresa narrata nel primo Suicide Squad (David Ayer, 2016), vede la gelida Amanda Waller (Viola Davis) assemblare una nuova Task Force X con l'obiettivo di fermare delle presunte armi di origini aliene sviluppate sull'isola di Corto Maltese, alle prese con un colpo di stato avverso dagli Stati Uniti. A guidare le operazioni è il killer su commissione Bloodsport (Idris Elba), insieme ad alcuni membri già visti nel prequel, tra cui Harley Quinn (Margot Robbie) e Rick Flag (Joel Kinnaman), e nuove leve come Peacemaker (John Cena). Dopo uno sbarco in cui perde la vita metà del team, i superstiti si ritrovano invischiati in una serie di terribili intrighi di potere e crimini di guerra, fino a scoprire che la loro missione reale è tutt'altro che nobile come preventivato inizialmente.

L'ambiguità morale non può certo essere considerata una novità per un avventura della squadra suicida e già nel piuttosto edulcorato predecessore aveva una sua centralità, ma The Suicide Squad getta via ogni remora legata all'etica tradizionale americana e rivela il lato più selvaggiamente ironico del proprio autore. Il team assemblato da Gunn, seppur decimato dopo pochi minuti, mostra una galleria di outsider completamente fuori da ogni logica superomistica, tra squali antropomorfi e domatrici di topi, accomunati da due caratteri antitetici soltanto in apparenza: violenza e solitudine. Attraverso una rara capacità di modulare ironia volgare e scorretta con momenti di notevole introspezione, il regista di Saint Louis dona il necessario spazio a ogni personaggio affinché possa entrare in risonanza empatica con il pubblico, piazzando dietro ogni battuta intrisa di black humour una nota agrodolce di incapacità nel rapportarsi con il prossimo. King Shark (doppiato da Sylvester Stallone) spesso appare come macchietta comica a causa del contrasto tra la sua intelligenza da neonato e l'istinto da cannibale, eppure condivide con la giovane Ratcatcher (Daniela Melchior) alcuni momenti di insperata dolcezza. Con l'esclusione dello spietato Peacemaker, chiaro contraltare violento e fascista di Captain America, ogni singolo membro della Task Force porta con sé le cicatrici di un abbandono, di una persona cara morta troppo presto o di una difficile situazione familiare, rendendoli round character raramente riscontrabili nei cast corali di film ad alto budget. 

Tutto ciò non significa che la pellicola viva sulla medesima lunghezza d'onda a basse di gravitas e conflitti interiori delle trilogie DC firmate da Christopher Nolan o Zack Snyder, anzi l'ironia greve tipica di Gun stempera costantemente il clima di violenza che permea la stessa, con dei picchi di nonsense che strizzano l'occhio alla gavetta del regista in casa Troma. Una vera rarità all'interni del panorama dei blockbuster hollywoodiani, specialmente se si considera che, rispetto alle battute dissacranti tipiche di Deadpool (Tim Miller, 2016), l'autore di Super (2010) riesce a innestare anche una disincantata critica nei confronti della politica estera americana, ancora oggi fin troppo abituata a mantenere l'egemonia planetaria con metodi eticamente molto discutibili, nascosti dietro l'odiosa menzogna dell'esportazione della democrazia. Ovviamente anche da questo punto di vista il director non si prende mai troppo sul serio, consapevole di aver trasformato i tipici soldati tragicamente sacrificabili di una certa tipologia di war movie in antieroi costantemente oltre il limite dell'assurdo, restando così fedele alla propria visione di cinema. Una rarità per un genere in cui a latitare è quasi sempre la personalità.