Dopo anni passati a recitare e scrivere tra il piccolo e il grande schermo, così come a teatro, il duo di amici di vecchia data Jeremy Dyson e Andy Nyman firmano nel 2017 il loro esordio alla regia di un lungometraggio: l'horror Ghost Stories, distribuito nelle sale inglesi e italiane nel 2018. Grazie anche al traino di attori sulla cresta dell'onda quali il giovane Alex Lawther (The End of the F***ing World, Jonathan Entwistle, 2017) e soprattutto Martin Freeman il film riesce a essere portato sul grande schermo anche nel Bel paese, a differenza della maggior parte delle pellicole di genere britanniche che solitamente vengono commercializzate in home video o su piattaforme on-demand, ottenendo buoni incassi e ottime recensioni, ben più entusiastiche della media dei prodotti dell'orrore hollywoodiani o comunque ad alto budget.
Protagonista del film in analisi è Phillip Goodman (Andy Nyman), ideatore e conduttore di un programma televisivo che smaschera sedicenti medium e tenta dunque di spiegare razionalmente presunti eventi soprannaturali. Una vera vocazione nata dall'estremo zelo religioso del padre, un ebreo praticamente che ne ha negativamente segnato infanzia e adolescenza. Il punto di riferimento dell'uomo nella sua crociata è rappresentato da Charles Cameron, un famoso investigatore del paranormale che negli anni '70 aveva svelato numerosi casi di truffe. Proprio quest'ultimo, creduto morto da anni, chiede un incontro al protagonista attraverso cui gli sottopone tre casi ritenuti da lui autenticamente soprannaturali. Sebbene stranito dall'accaduto Goodman accetta, convinto, a torto, di poter dimostrare come ha sempre fatto che non vi è nulla di misterioso o di trascendente nella vita umana.
L'incipit girato replicando il formato e la qualità visiva delle piccole cineprese da 8 millimetri, le ambientazioni e l'uso di cartelli dal sapore altrettanto retrò per introdurre ciascuno dei tre casi affidati al protagonista potrebbero far pensare allo spettatore di trovarsi dinanzi all'ennesimo prodotto intriso di quella nostalgia vintage che imperversa negli ultimi anni in tutti i campi artistici e che nel settore audiovisivo ha trovato la sua massima espressione in Stranger Things (Matt e Ross Duffer, 2016-) ma non è il caso di Ghost Stories. Certamente l'esordio alla regia della coppia Dyson-Nyman pesca a piene mani dalla storia dell'horror, sia letterario che cinematografico, ispirandosi in particolare alle atmosfere gotiche tipiche della Hammer e al film antologico portato alla ribalta da Racconti dalla tomba (Tales from the Crypt, Freddie Francis, 1972), a sua volta tratto dall'omonima serie di fumetti edita da EC Comics che ebbe un successo straordinario negli Stati Uniti prima che la lama della censura si abbattesse sulla nona arte oltreoceano, e dunque risulterebbe naturale inserire la pellicola all'interno di quel filone contemporaneo che recupera proprio quel particolare tipo di orrore e del quale possono essere considerati a titolo di esempio The Woman in Black (James Watkins, 2012) e in parte The Conjuring (James Wan, 2013). Potremmo affermare che la stessa sceneggiatura e la messa in scena tentino di suggerire allo spettatore di avere davanti uno spettacolo citazionista nel quale l'appassionato può trovarsi perfettamente a suo agio e persino divertirsi a rintracciare le strizzate d'occhio alle perle del genere, come la soggettiva demoniaca a velocità supersonica presente nel secondo "episodio" che richiama palesemente La casa (Evil Dead, 1981) di Sam Raimi, ma il proseguo, a partire dal terzo episodio, dimostra che in realtà questa iniziale confezione nasconde al suo interno la prima parte del meccanismo tipico del mind-game film, ossia di quei lungometraggi nei quali la narrazione depista volontariamente il pubblico per poi sorprenderlo con un colpo di scena finale che ribalta completamente le premesse del racconto. Proprio come accade in opere quali The Village (M. Night Shyamalan, 2004) o Apri gli occhi (Abre los ojos, Alejandro Amenabar, 1997), tutto ciò che lo spettatore aveva dato per scontato all'interno del narrato viene messo in discussione attraverso una discesa sul piano onirico sempre più potente fino ad arrivare a un finale che sconvolge tutto, sebbene come in ogni film di questo tipo gli indizi sul disvelamento dell'epilogo vengano disseminati per l'intero minutaggio della pellicola, e che dona all'impianto gotico un suo preciso significato espressivo, rintracciabile nella volontà degli autori di indagare il senso di colpa e il confine tra il mondo fenomenico e quello ben più esoterico che nasce dalla mente umana.
Forte di un impianto di scrittura tanto sicuro e contemporaneo Ghost Stories si presenta dunque come un ottimo esordio per i suoi registi, capaci peraltro di sfruttare a pieno le interpretazioni di elevato spessore da parte del cast attorico, specialmente il mefistofelico Freeman, e di imporre una messa in scena molto elegante rispetto ai canoni del cinema di genere attuale, rinunciando all'abuso di camera in spalla ed esplosioni sonore tipico dell'horror del terzo millennio in luogo di carrellate orizzontali, piani sequenza e un grande equilibrio compositivo in ogni inquadratura, spesso prive di commento musicale, proprio come nel miglior cinema gotico anni '60 e '70, a conferma ulteriore della posizione liminare tra passato e presente del film.
Piccolo satellite orbitante attorno al pianeta Cinema ma con la forte attrazione anche per le altre arti e in particolare per quelle che più segnano la nostra contemporaneità: fumetto, videogame ecc. Fondamentale per me è che chi scriva qui abbia le competenze necessarie (io ad esempio possiedo una laurea triennale al DAMS e una magistrale in storia e critica dello spettacolo). Auguro buona lettura e buona riflessione a chiunque voglia fermarsi su questo sperduto satellite della settima arte.
Visualizzazione post con etichetta Stranger Things. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stranger Things. Mostra tutti i post
venerdì 7 settembre 2018
giovedì 26 luglio 2018
THE VOID: IL NEW HORROR AI TEMPI DEL CROWDFUNDING
Nel corso degli ultimi anni il fenomeno economico e mediale del "crowdfunding", ossia del finanziamento online di un dato progetto tramite offerte libere da parte degli utenti della rete, ha conosciuto un grande sviluppo rivelandosi un ottimo sistema produttivo per quei creativi indipendenti privi di qualsiasi produttore alle loro spalle. Molti videogame, album musicali o persino dispositivi di realtà virtuale hanno potuto vedere la luce attraverso le donazioni, in cambio di alcuni premi prefissati a seconda dell'entità della stessa, di fan o semplici curiosi attirati dalle idee messe in mostra dal richiedente. Tra i progetti andati fortunatamente in porto trova il suo posto d'onore anche The Void, pellicola horror il cui modestissimo budget è costituito per la maggior parte dal denaro raccolto attraverso il sistema appena citato e diretta dal duo di esperti di effetti speciali Jeremy Gillespie e Steven Kostanski. Nonostante il limitato capitale a disposizione, specie per un prodotto statunitense, il film riesce a essere distribuito in alcune sale americane e a raggiungere il resto del mondo in home video, riscontrando buoni risultati economici e ottime recensioni dalla critica di genere.
Al centro delle vicende narrate si trova un gruppo non esattamente affiatato di individui trovatisi loro malgrado a non poter abbandonare un poco attrezzato ospedale nella provincia americana: il vicesceriffo Daniel, sua moglie e infermiera Allison, il dottor Powell, la tirocinante Kim, una ragazza incinta di nome Maggie accompagnata dal nonno e James, un tossicodipendente soccorso dallo stesso Daniel e dunque causa della sua presenza nell'edificio. Senza alcun apparente motivo i presenti vengono costretti a non abbandonare l'ospedale da una folta e sinistra schiera di uomini incappucciati mentre altri dei presenti si tramutano in esseri mostruosi e assetati di sangue. L'improvviso irrompere nella struttura da parte di Vincent, un irruento uomo armato, e suo figlio muto Simon complicano ancora di più la convivenza all'interno del gruppo, mentre appare chiara la presenza di oscuri segreti all'interno dell'ospedale.
Dopo pochi minuti dall'inizio di The Void appaiono piuttosto esplicitamente molti dei riferimenti che hanno accompagnato nella realizzazione dello stesso la coppia di registi. Se, come sbandierato da molte recensioni sia anglofone che italiane, il modello Carpenter guida i due specialmente per quanto concerne i tipi, i caratteri che formano il gruppo di protagonisti e la loro condizione di reclusi (in realtà tale espediente narratologico andrebbe ricondotto ad autori precedenti e ben noti al regista di Halloween del 1978 come David Wark Griffith o Howard Hawks) mi sembrano ben più forti le ispirazioni provenienti dalla mitologia di H. P. Lovecraft, da Hellraiser (Clive Barker, 1987) e Silent Hill, il videogioco prodotto da Konami nel 1999 e successivamente trasposto cinematograficamente da Christoph Gans. Queste tre fonti si rivelano delle vere e proprie guide, delle bussole alle quali i registi si affidano sia sul versante poetico che formale, come dimostra l'abbondante ricorso a effetti speciali completamente artigianali e privi di CGI per creare deformità e mostri estremamente carnali, fisici in grado di mutare nel corso della stessa inquadratura dando vita a immagini gore ricche di elementi fallici e altri riferimenti sessuali (si pensi alla costanza con la quale le uccisioni prevedano che i corpi vengano trapassati da coltelli, accette o aste metalliche), richiamando alla mente la patologica coesistenza di Eros e Thanatos alla base del lungometraggio su Pinhead. Della serie videoludica apparsa per la prima volta sulla prima Playstation Gillespei e Kostanski abbracciano la claustrofobia generata da stretti e tetri corridoi colorati solamente dal rosso ramato del sangue così come lo stesso setting ospedaliero e le sovrannaturali quanto improvvise mutazioni dell'ambiente in cui agiscono i protagonisti dimostrano l'ascendenza da tali videogame.
A questo punto potreste pensare che la pellicola in analisi rappresenti l'ennesimo prodotto dell'ondata di nostalgia verso gli anni '80 e '90 che ha sancito il successo di remake quali It (Andy Muschietti, 2017) o il serial televisivo Stranger Things (Matt e Ross Duffer, 2016-) ma il lavoro in questione si distingue per il sottile equilibrio con il quale da un lato evita di nascondere meschinamente i grossi debiti nei confronti di decenni di cinema di genere, soprattutto di quel new horror nato nel corso dell'esplosione del fenomeno Hollywood Reinassance grazie a registi come lo stesso John Carpenter,e dall'altro rielabora le lezioni impartite dai riferimenti appena evidenziati attraverso inquadrature molto ben costruite dal punto di vista della composizione, un montaggio molto più rapido e un ottima alternanza tra azione e sequenze oniriche che sfiorano sempre più il metafisico verso il finale.
Probabilmente con un budget più consistente e uno sceneggiatore più coraggioso The Void avrebbe potuto eccellere semplicemente donando maggiore rigore e spessore immaginifico ai suddetti momenti trascendenti, i quali, pur affascinando lo spettatore attraverso l'inquietudine provocata dall'onnipresente motivo geometrico del triangolo o dalle immobili figure incappucciate, appaiono non così potenti da sopperire attraverso le immagini alle ellissi su tematiche di sicuro interesse come le dialettiche vita-morte e genitori-figli. Nonostante ciò il film resta un prodotto consigliato senza remore e in grado di soddisfare i palati di ogni appassionato di cinema dell'orrore.
Al centro delle vicende narrate si trova un gruppo non esattamente affiatato di individui trovatisi loro malgrado a non poter abbandonare un poco attrezzato ospedale nella provincia americana: il vicesceriffo Daniel, sua moglie e infermiera Allison, il dottor Powell, la tirocinante Kim, una ragazza incinta di nome Maggie accompagnata dal nonno e James, un tossicodipendente soccorso dallo stesso Daniel e dunque causa della sua presenza nell'edificio. Senza alcun apparente motivo i presenti vengono costretti a non abbandonare l'ospedale da una folta e sinistra schiera di uomini incappucciati mentre altri dei presenti si tramutano in esseri mostruosi e assetati di sangue. L'improvviso irrompere nella struttura da parte di Vincent, un irruento uomo armato, e suo figlio muto Simon complicano ancora di più la convivenza all'interno del gruppo, mentre appare chiara la presenza di oscuri segreti all'interno dell'ospedale.
Dopo pochi minuti dall'inizio di The Void appaiono piuttosto esplicitamente molti dei riferimenti che hanno accompagnato nella realizzazione dello stesso la coppia di registi. Se, come sbandierato da molte recensioni sia anglofone che italiane, il modello Carpenter guida i due specialmente per quanto concerne i tipi, i caratteri che formano il gruppo di protagonisti e la loro condizione di reclusi (in realtà tale espediente narratologico andrebbe ricondotto ad autori precedenti e ben noti al regista di Halloween del 1978 come David Wark Griffith o Howard Hawks) mi sembrano ben più forti le ispirazioni provenienti dalla mitologia di H. P. Lovecraft, da Hellraiser (Clive Barker, 1987) e Silent Hill, il videogioco prodotto da Konami nel 1999 e successivamente trasposto cinematograficamente da Christoph Gans. Queste tre fonti si rivelano delle vere e proprie guide, delle bussole alle quali i registi si affidano sia sul versante poetico che formale, come dimostra l'abbondante ricorso a effetti speciali completamente artigianali e privi di CGI per creare deformità e mostri estremamente carnali, fisici in grado di mutare nel corso della stessa inquadratura dando vita a immagini gore ricche di elementi fallici e altri riferimenti sessuali (si pensi alla costanza con la quale le uccisioni prevedano che i corpi vengano trapassati da coltelli, accette o aste metalliche), richiamando alla mente la patologica coesistenza di Eros e Thanatos alla base del lungometraggio su Pinhead. Della serie videoludica apparsa per la prima volta sulla prima Playstation Gillespei e Kostanski abbracciano la claustrofobia generata da stretti e tetri corridoi colorati solamente dal rosso ramato del sangue così come lo stesso setting ospedaliero e le sovrannaturali quanto improvvise mutazioni dell'ambiente in cui agiscono i protagonisti dimostrano l'ascendenza da tali videogame.
A questo punto potreste pensare che la pellicola in analisi rappresenti l'ennesimo prodotto dell'ondata di nostalgia verso gli anni '80 e '90 che ha sancito il successo di remake quali It (Andy Muschietti, 2017) o il serial televisivo Stranger Things (Matt e Ross Duffer, 2016-) ma il lavoro in questione si distingue per il sottile equilibrio con il quale da un lato evita di nascondere meschinamente i grossi debiti nei confronti di decenni di cinema di genere, soprattutto di quel new horror nato nel corso dell'esplosione del fenomeno Hollywood Reinassance grazie a registi come lo stesso John Carpenter,e dall'altro rielabora le lezioni impartite dai riferimenti appena evidenziati attraverso inquadrature molto ben costruite dal punto di vista della composizione, un montaggio molto più rapido e un ottima alternanza tra azione e sequenze oniriche che sfiorano sempre più il metafisico verso il finale.
Probabilmente con un budget più consistente e uno sceneggiatore più coraggioso The Void avrebbe potuto eccellere semplicemente donando maggiore rigore e spessore immaginifico ai suddetti momenti trascendenti, i quali, pur affascinando lo spettatore attraverso l'inquietudine provocata dall'onnipresente motivo geometrico del triangolo o dalle immobili figure incappucciate, appaiono non così potenti da sopperire attraverso le immagini alle ellissi su tematiche di sicuro interesse come le dialettiche vita-morte e genitori-figli. Nonostante ciò il film resta un prodotto consigliato senza remore e in grado di soddisfare i palati di ogni appassionato di cinema dell'orrore.
martedì 24 ottobre 2017
IT: IL BILDUNGSROMAN AI TEMPI DELL'HORROR CONTEMPORANEO
Se esiste una parola davvero pericolosa e malvista negli ultimi anni questa è sicuramente "remake". Questa pratica, antica sostanzialmente quanto l'arte e la rappresentazione di sé, ha accompagnato tutto lo sviluppo del cinema mondiale, sia americano che europeo o asiatico, eppure a partire dal terzo millennio è diventata sinonimo di becera operazione commerciale, riciclo senza alcuna qualità e sintomo della presunta mancanza di idee attuale. Certamente i rifacimenti di pellicole precedenti non sono mancati a Hollywood da qualche anno a questa parte, solo che in realtà questa tendenza non costituisce né una novità e né un qualcosa di negativo a prescindere, come dimostrano i moltissimi capolavori che si rifanno a opere precedenti (The Thing diretto da John Carpenter nel 1982 basti come esempio). Un preambolo piccolo ma doveroso per rendere l'idea del clima nel quale è stato girato ed è arrivato nelle sale quest'anno It, secondo lungometraggio di Andy (o Andrès) Muschietti e adattamento di uno dei romanzi più celebri di Stephen King. Se già portare sullo schermo un'opera letteraria di grande fama porta inevitabilmente al confronto spietato da parte dei fan con il materiale originario in questo caso si aggiunge anche la schiera di nostalgici nei confronti della famosissima miniserie televisiva omonima andata in onda nel 1990, il cui fantasma purtroppo è finito per aleggiare sull'obbiettività nei giudizi sul film in analisi. Nonostante tante spade di Damocle alla fine il regista argentino è stato premiato da recensioni più che positive in tutto il mondo e soprattutto da incassi record, tali da renderlo il maggiore successo horror della storia al botteghino.
Per i pochi ormai che non avessero letto il capolavoro di King o visto i due episodi tv i protagonisti delle vicende narrate sono un gruppo di preadolescenti di una cittadina del Maine, tra i quali spicca soprattutto Bill a causa della perdita del fratellino minore Georgie. Il gruppo di amici, autodefinitisi "club dei perdenti" a causa delle persecuzioni da parte dei bulli di paese e dei loro difficili rapporti con gli altri, scoprirà suo malgrado che dietro la scia di morte che sconvolge ogni 27 anni la comunità in cui vivono è una creatura che si mostra loro quasi specialmente con le sembianze di Pennywise, un terrificante clown.
Il primo topic da chiarire immediatamente è che fare comparazioni tra le tre versioni delle disavventure dei perdenti è un'operazione inutile e svilente per il lavoro di tutti gli autori chiamati in causa: se è evidente che cinema e letteratura sono forme di espressione completamente diverse ebbene questo vale anche nei confronti del mezzo televisivo, il quale segue regole formali, tecnologiche e narrative in parte simili ma in gran parte divergenti dalla settima arte. Per questo è anche piuttosto controverso, se non improprio, definire questo It un remake e se anche lo fosse la sua natura di rifacimento non costituirebbe nessuna sorta di zavorra che ne affossa qualsivoglia velleità qualitativa.
Chiusa la piccola parentesi sulla spinosa questione "remake sì o no? Non importa" ciò che emerge immediatamente dalla prima visione è la scelta coraggiosa e coerente con la propria opera precedente, lo splendido La madre del 2013, di optare per un approccio ibrido, memore della lezione del cinema di genere, soprattutto gli stilemi degli horror diretti da James Wan e Scott Derrickson, ma capace di superare le sue barriere per aprirsi verso il romanzo di formazione e uno stile maggiormente europeo. Una mescolanza che risulta vincente a 360 gradi, poiché rende l'adattamento molto vicino alla poetica del romanziere del Maine (bisogna pur accontentare un po' gli oltranzisti della fedeltà a tutti costi) e soprattutto utilizza il meglio dell'orrore attuale da un punto di vista formale (l'importanza del sound design, la valorizzazione degli spazi chiusi e claustrofobici, l'uso della profondità di campo per spaventare ecc.) per conferire fisicità ai traumi che i ragazzi devono affrontare per poter crescere. L'horror assume il ruolo di veicolo attraverso il quale raccontare una delle fasi più delicate della vita umana, il congedo dall'infanzia, e diventa metafora, come accade in tutti i migliori prodotti di questo singolare genere. Sarebbe però poco conforme all'esperienza di tutti i giorni mostrare solo il male e il dolore che tutti noi affrontiamo durante la crescita; vorrebbe dire negare anche quei momenti, spesso anche piccoli in fondo, di spensieratezza e di ingenua gioia legata ai primi amori, le amicizie che sembrano non dover terminare mai e quelle avventure che restano impresse per sempre nella memoria. Per raccontare anche questo lato della prima adolescenza il cineasta argentino sceglie saggiamente il registro della commedia indipendente americana, inserito senza mai cozzare con i momenti più truculenti o di suspense e aiutato anche dalle interpretazioni estremamente empatiche del giovane cast.
Spicca infine proprio il gusto visivo di Muschietti, il quale conferma la propria capacità nel creare inquadrature fortemente pittoriche sia con gli interni che in esterni e si permette addirittura momenti di grande virtuosismo con la cinepresa, come nella magnifica sequenza del bagno insanguinato a casa di Beverly o con la soggettiva impossibile (oppure no?) dell'inquietante figura femminile del ritratto in stile Modigliani che tormenta Stan.
In conclusione It conferma in pieno il talento del proprio autore e non solo non vive di luce riflessa rispetto alle proprie fonti, bensì si dimostra un indimenticabile Bildungsroman e un altrettanto spaventoso horror contemporaneo, agrodolce e metaforico.
Per i pochi ormai che non avessero letto il capolavoro di King o visto i due episodi tv i protagonisti delle vicende narrate sono un gruppo di preadolescenti di una cittadina del Maine, tra i quali spicca soprattutto Bill a causa della perdita del fratellino minore Georgie. Il gruppo di amici, autodefinitisi "club dei perdenti" a causa delle persecuzioni da parte dei bulli di paese e dei loro difficili rapporti con gli altri, scoprirà suo malgrado che dietro la scia di morte che sconvolge ogni 27 anni la comunità in cui vivono è una creatura che si mostra loro quasi specialmente con le sembianze di Pennywise, un terrificante clown.
Il primo topic da chiarire immediatamente è che fare comparazioni tra le tre versioni delle disavventure dei perdenti è un'operazione inutile e svilente per il lavoro di tutti gli autori chiamati in causa: se è evidente che cinema e letteratura sono forme di espressione completamente diverse ebbene questo vale anche nei confronti del mezzo televisivo, il quale segue regole formali, tecnologiche e narrative in parte simili ma in gran parte divergenti dalla settima arte. Per questo è anche piuttosto controverso, se non improprio, definire questo It un remake e se anche lo fosse la sua natura di rifacimento non costituirebbe nessuna sorta di zavorra che ne affossa qualsivoglia velleità qualitativa.
Chiusa la piccola parentesi sulla spinosa questione "remake sì o no? Non importa" ciò che emerge immediatamente dalla prima visione è la scelta coraggiosa e coerente con la propria opera precedente, lo splendido La madre del 2013, di optare per un approccio ibrido, memore della lezione del cinema di genere, soprattutto gli stilemi degli horror diretti da James Wan e Scott Derrickson, ma capace di superare le sue barriere per aprirsi verso il romanzo di formazione e uno stile maggiormente europeo. Una mescolanza che risulta vincente a 360 gradi, poiché rende l'adattamento molto vicino alla poetica del romanziere del Maine (bisogna pur accontentare un po' gli oltranzisti della fedeltà a tutti costi) e soprattutto utilizza il meglio dell'orrore attuale da un punto di vista formale (l'importanza del sound design, la valorizzazione degli spazi chiusi e claustrofobici, l'uso della profondità di campo per spaventare ecc.) per conferire fisicità ai traumi che i ragazzi devono affrontare per poter crescere. L'horror assume il ruolo di veicolo attraverso il quale raccontare una delle fasi più delicate della vita umana, il congedo dall'infanzia, e diventa metafora, come accade in tutti i migliori prodotti di questo singolare genere. Sarebbe però poco conforme all'esperienza di tutti i giorni mostrare solo il male e il dolore che tutti noi affrontiamo durante la crescita; vorrebbe dire negare anche quei momenti, spesso anche piccoli in fondo, di spensieratezza e di ingenua gioia legata ai primi amori, le amicizie che sembrano non dover terminare mai e quelle avventure che restano impresse per sempre nella memoria. Per raccontare anche questo lato della prima adolescenza il cineasta argentino sceglie saggiamente il registro della commedia indipendente americana, inserito senza mai cozzare con i momenti più truculenti o di suspense e aiutato anche dalle interpretazioni estremamente empatiche del giovane cast.
Spicca infine proprio il gusto visivo di Muschietti, il quale conferma la propria capacità nel creare inquadrature fortemente pittoriche sia con gli interni che in esterni e si permette addirittura momenti di grande virtuosismo con la cinepresa, come nella magnifica sequenza del bagno insanguinato a casa di Beverly o con la soggettiva impossibile (oppure no?) dell'inquietante figura femminile del ritratto in stile Modigliani che tormenta Stan.
In conclusione It conferma in pieno il talento del proprio autore e non solo non vive di luce riflessa rispetto alle proprie fonti, bensì si dimostra un indimenticabile Bildungsroman e un altrettanto spaventoso horror contemporaneo, agrodolce e metaforico.
Iscriviti a:
Post (Atom)









