Su come l'attentato dell'11 settembre 2001 abbia indelebilmente influenzato l'Occidente e, di conseguenza, il suo cinema ci sono centinaia di testi supportati da altrettanti esempi circa la presenza di questo evento devastante all'interno sia dell'estetica che della mitopoiesi contemporanea. Tra i film evidentemente legati all'immaginario nato da quel trauma in primis americano vi è, senza alcun dubbio, Boston- Caccia all'uomo (Patriots Day il ben più significativo titolo originale), diretto da Peter Berg nel 2016 nel tentativo di narrare in realtà un altro attentato, quello avvenuto nel 2013 durante la tradizionale maratona che si tiene ogni anno per i festeggiamenti del Patriots' Day. La pellicola, nonostante un risultato al box office tutt'altro che esaltante, ha saputo conquistare la critica americana e non e adesso proveremo a scoprire il perché.
Il lungometraggio ricostruisce, con notevole rispetto dei fatti reali, le ore che precedono l'attentato seguendo le vicende quotidiane di un nutrito gruppo di cittadini di Boston. tra i quali spiccano il sergente Tommy Saunders (Mark Wahlberg) e il nucleo familiare dei due attentatori, composto dai fratelli Tamerlan e Dzhokhar e dalla moglie del primo, Katherine (Melissa Benoist). Una volta esplose le bombe la narrazione segue la successiva elaborazione del lutto e soprattutto la caccia ai due terroristi, intenzionati a colpire ancora.
Gran parte della critica italiana, seppur concorde nel rilevarne la buona se non ottima fattura, insiste sul presunto carattere sfacciatamente patriottico e improntato all'esaltazione estrema dei tipici valori americani di questo Patriots Day (d'ora in poi ricorrerò sempre al titolo originale). Chiaramente è impossibile negare la presenza di un sentito omaggio al coraggio e alla resilienza del popolo statunitense, caratteri tipici della propaganda nazionalista made in USA, ma è importante notare come Peter Berg rivolga il suo sguardo soprattutto a Boston, una sola città e non una qualsiasi. Come già affermato a proposito di Gone Baby Gone (Ben Affleck, 2008), la capitale del Massachusetts costituisce un microcosmo ben definito, specialmente a livello cinematografico, da distinguere rispetto al resto degli States, come se fosse un piccolo stato indipendente all'interno di una nazione che è già di per sé l'aggregazione di più realtà autonome. Sicuramente influenzato proprio dall'immagine filmica della città creata da Scorsese e Affleck, l'autore di Lone Survivor (2013) decide di ricreare la realtà fattuale attraverso il filtro di una sorta di soggettiva di questa comunità, della quale i vari personaggi introdotti nelle ore precedenti all'attentato rappresentano parti di un tutto di hegeliana concezione. Il ricorso costante a diversi strumenti di ripresa e stili visuali come le telecamere di sorveglianza o la camera in spalla non acquisiscono dunque il solo scopo di conferire realismo alle vicende messe in scena, avvicinando la forma del film a quella del documentario di guerra, ma finisce per dimostrare come ognuna di quelle inquadrature rappresenti uno dei molteplici sguardi della città, trasformata in un unico organismo non solo pensante, bensì dotato di uno sguardo indagatore colmo di quei sentimenti di dolore e desiderio di rivalsa che sono stati scatenati dalla ferita subita. Attraverso questa lettura assume un senso ben più compito anche la scelta di abbandonare per gran parte della seconda parte della pellicola i civili feriti al centro della prima metà. Berg non dimentica neanche per un secondo il lato umano delle vicende che racconta e dunque in questo caso sembra voler mettere in scena la reazione, ben più emotiva che razionale, dell'organismo Boston nei confronti dell'attentato: come una leonessa che ha perso alcuni dei propri cuccioli, subito dopo aver messo al sicuro i sopravvissuti, la città si muove con ferocia contro il nemico, facendo della ricerca della giustizia il suo unico fine. Certo, può esserci un tutt'altro che velato intento vendicativo nell'accerchiamento degli attentatori, nell'accentuare la vacuità delle loro motivazioni o nella catarsi scaturita dall'arresto del più giovane dei fratelli ma sarebbe piuttosto utopico immaginare una reazione a una tragedia simile priva di un minimo sentimento di rabbia. Da questo punto di vista il cineasta newyorkese non si abbandona a idilli o facili buonismi e anzi, all'interno di un quadro evidentemente schierato a favore degli interessi americani, inserisce molti momenti, neanche troppo velati, di ambiguità nei riguardi di un'interpretazione dei fatti semplicisticamente pro USA. L'estraneità dell'FBI e in generale di tutte quelle autorità nazionali estranee a Boston, così come quell'interrogatorio a Katherine così sordido (non è neanche ben chiaro chi sia e quale istituzione rappresenti la donna che se ne occupa) mostrano in realtà che il cuore e l'approccio più sentimentale che razionale dell'autore sono dalla parte di questo straordinario microcosmo, anche a dispetto del resto del paese.
Peter Berg da qualche anno a questa parte sta dimostrando di saper muoversi con grande forza estetica ed empatica all'interno del war movie e questo Patriots Day ne è l'ennesima conferma, perché quella che mette in scena è davvero una guerra; uno di quei conflitti contemporanei, privi di distinzioni tra soldati e civili, ripreso per questo attraverso gli stilemi e i mezzi più attuali delle immagini dal fronte.
Piccolo satellite orbitante attorno al pianeta Cinema ma con la forte attrazione anche per le altre arti e in particolare per quelle che più segnano la nostra contemporaneità: fumetto, videogame ecc. Fondamentale per me è che chi scriva qui abbia le competenze necessarie (io ad esempio possiedo una laurea triennale al DAMS e una magistrale in storia e critica dello spettacolo). Auguro buona lettura e buona riflessione a chiunque voglia fermarsi su questo sperduto satellite della settima arte.
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lunedì 13 maggio 2019
lunedì 13 agosto 2018
PAIN & GAIN: LA STUPIDA E INQUIETANTE AMERICA SECONDO MICHAEL BAY
Penso di poter affermare con pochissimi dubbi che tra i registi più odiati, soprattutto nella tipica ostentazione dei social network, al mondo abbia un ruolo di spicco Michael Bay, nonostante quasi tutti i suoi film abbiano sbancato il botteghino, alla faccia dei detrattori e di una larga porzione della critica che non lo hai mai visto di buon occhio. Dopo aver girato alcuni blockbuster dagli ottimi incassi negli anni '90 il cineasta statunitense lega il proprio nome al franchise miliardario di Transformers, eppure proprio tra un capitolo e l'altro della saga ispirata ai giocattoli Hasbro riesce a realizzare un progetto con budget più contenuto e maggiormente personale: Pain & Gain. La pellicola, distribuita nel 2013, ottiene un discreto riscontro commerciale, sebbene lontano anni luce da quelli a cui è abituato il regista, contornato da reazioni ben più lusinghiere da parte della critica rispetto alla maggior parte dei suoi lavori precedenti.
Il film, a ulteriore dimostrazione della sua divergenza con Transformers (2007) e seguiti, si ispira a fatti realmente accaduti e testimoniati da numerosi articoli di giornale del 1999 circa le incredibili avventure criminali di tre bodybuilder di Miami. Il trio, composto dal capo Daniel Lugo (Mark Whalberg), l'amico Noel Doorbal (Anthony Mackie) e l'ex detenuto ossessionato dalla fede Paul Doyle (Dwayne "The Rock" Johnson), tenta di svoltare da una vita economicamente tutt'altro che soddisfacente con il rapimento del ricco e odioso Victor Kershaw (Tony Shalhoub). Nonostante i continui passi falsi compiuti dai protagonisti questi riescono a farsi intestare l'intero patrimonio della vittima ma non a ucciderlo, firmando così la loro condanna, grazie anche all'intervento dell'ex detective privato ora in pensione Ed Du Bois III (Ed Harris).
Nel corso della sua ormai ventennale carriera cinematografica Michael Bay è stato additato soprattutto di proporre uno stile estetico esagerato e ipercinetico abbinato a sceneggiature poco intelligenti e ricche di coordinate morali conservatrici. Ebbene Pain & Gain, che ci crediate o meno (a mio modesto parere una sola visione basta per rendersene conto), ribalta completamente questo stereotipo sfruttandolo a vantaggio della riuscita del film e della sua natura satirica. Ripescando una vena ironica dissacrante intravista precedentemente solo in The Rock (1996) il regista californiano realizza una dark comedy sfrontata sotto ogni punto di vista, dall'umorismo nero lontano anni luce dal politically correct del quale l'autore è stato spesso accusato alla violenza quasi mai censurata dalla cinepresa, e il cuore pulsante della stessa risulta proprio quella stupidità rimproveratagli dai suoi numerosi detrattori. Il trio di improvvisati criminali e in primis il leader Daniel credono di poter imitare l'ascesa di quei self made men resi iconici dalla cultura americana come Tony Montana o Rocky Balboa senza rendersi conto però di non avere un briciolo delle capacità dei loro idoli e di essere dei completi idioti, privi di istruzione e talmente goffi da non riuscire neanche a uccidere un uomo dopo averlo fatto schiantare in auto, bruciato vivo e investito due volte in una delle sequenze più esilaranti del film. Il ricorso al registro della farsa e del grottesco non si traduce mai in una completa empatia verso i protagonisti, così come neanche le loro vittime vengono dipinte come innocenti oggetti di aggressioni, rendendo in tale senso ogni personaggio su schermo estremamente ambiguo sul versante morale. Persino le "ignare" compagne di Doorbal e Doyle vengono poste sul banco degli imputati (prima metaforicamente e poi fisicamente nel finale) se non per aver contribuito ai reati dei loro uomini quanto meno per quello della stupidità, in questo caso per non essersi rese conto di ciò che accadeva davanti ai loro occhi. La suddetta stupidità trova la sua origine in un contesto culturale prettamente americano impregnato dal già citato mito del successo individuale a tutti i costi, un ideale che nel corso dei decenni ha finito per corrompere le menti degli statunitensi spingendolo a rinunciare a ogni remora etica e a delinquere pur inseguire questo ideale di soddisfazione economica del singolo. Proprio come da me evidenziato a proposito di The Social Network il sogno americano pare aver assunto forme sempre più devianti, conturbanti e inquietanti e sebbene il film di Bay sia ambientato negli anni '90 pare evidente come i suoi attacchi siano prettamente attuali.
Quale registro formale sarebbe stato più adatto a una storia su un trio di criminali stupidi se non quello etichettato come altrettanto stupido ricco di iperboli cinetiche, continui movimenti di macchina e ralenti tipico dello stesso autore di Bad Boys (1995)? Con una inaspettata quanto arguta scelta stilistica Bay mette in mostra la sua spesso messa in dubbio natura autoriale utilizzando metacinematograficamente quelli da sempre definiti come suoi difetti congeniti per attaccare quell'America conservatrice e amorale da molti considerata parte integrante dei suoi spettatori e, allo stesso tempo, la critica e detrattori convinti che non vi sia alcuna corrispondenza poetica alla forma delle pellicole da lui girate. Trovano dunque una loro ragion d'essere le soggettive impossibili di oggetti inanimati o il piano sequenza con la cinepresa che attraversa digitalmente la gabbia di ferro di un ventilatore, la cui chiara ispirazione al celeberrimo long take di Professione reporter (The Passenger, Michelangelo Antonioni, 1975) senza però alcuna affinità poetica si conforma ai difetti dei tre rapitori improvvisati.
Pain & Gain risulta alla luce di quanto evidenziato il film che potrebbe far cambiare opinione ai detrattori più accorti e aperti intellettualmente di Bay, dimostrandone almeno una maturazione rispetto al passato che trova il suo apice nel disilluso finale, capace di confermare ancora una volta l'inguaribile ingenuità del culturista interpretato con perizia da Mark Wahlberg ma anche una certa empatia verso lo stesso, certamente colpevole per tutto il male che ha causato ma anche vittima di una disumana rincorsa a un determinato status sociale dettata dalla cultura nel quale è nato e cresciuto.
Il film, a ulteriore dimostrazione della sua divergenza con Transformers (2007) e seguiti, si ispira a fatti realmente accaduti e testimoniati da numerosi articoli di giornale del 1999 circa le incredibili avventure criminali di tre bodybuilder di Miami. Il trio, composto dal capo Daniel Lugo (Mark Whalberg), l'amico Noel Doorbal (Anthony Mackie) e l'ex detenuto ossessionato dalla fede Paul Doyle (Dwayne "The Rock" Johnson), tenta di svoltare da una vita economicamente tutt'altro che soddisfacente con il rapimento del ricco e odioso Victor Kershaw (Tony Shalhoub). Nonostante i continui passi falsi compiuti dai protagonisti questi riescono a farsi intestare l'intero patrimonio della vittima ma non a ucciderlo, firmando così la loro condanna, grazie anche all'intervento dell'ex detective privato ora in pensione Ed Du Bois III (Ed Harris).
Nel corso della sua ormai ventennale carriera cinematografica Michael Bay è stato additato soprattutto di proporre uno stile estetico esagerato e ipercinetico abbinato a sceneggiature poco intelligenti e ricche di coordinate morali conservatrici. Ebbene Pain & Gain, che ci crediate o meno (a mio modesto parere una sola visione basta per rendersene conto), ribalta completamente questo stereotipo sfruttandolo a vantaggio della riuscita del film e della sua natura satirica. Ripescando una vena ironica dissacrante intravista precedentemente solo in The Rock (1996) il regista californiano realizza una dark comedy sfrontata sotto ogni punto di vista, dall'umorismo nero lontano anni luce dal politically correct del quale l'autore è stato spesso accusato alla violenza quasi mai censurata dalla cinepresa, e il cuore pulsante della stessa risulta proprio quella stupidità rimproveratagli dai suoi numerosi detrattori. Il trio di improvvisati criminali e in primis il leader Daniel credono di poter imitare l'ascesa di quei self made men resi iconici dalla cultura americana come Tony Montana o Rocky Balboa senza rendersi conto però di non avere un briciolo delle capacità dei loro idoli e di essere dei completi idioti, privi di istruzione e talmente goffi da non riuscire neanche a uccidere un uomo dopo averlo fatto schiantare in auto, bruciato vivo e investito due volte in una delle sequenze più esilaranti del film. Il ricorso al registro della farsa e del grottesco non si traduce mai in una completa empatia verso i protagonisti, così come neanche le loro vittime vengono dipinte come innocenti oggetti di aggressioni, rendendo in tale senso ogni personaggio su schermo estremamente ambiguo sul versante morale. Persino le "ignare" compagne di Doorbal e Doyle vengono poste sul banco degli imputati (prima metaforicamente e poi fisicamente nel finale) se non per aver contribuito ai reati dei loro uomini quanto meno per quello della stupidità, in questo caso per non essersi rese conto di ciò che accadeva davanti ai loro occhi. La suddetta stupidità trova la sua origine in un contesto culturale prettamente americano impregnato dal già citato mito del successo individuale a tutti i costi, un ideale che nel corso dei decenni ha finito per corrompere le menti degli statunitensi spingendolo a rinunciare a ogni remora etica e a delinquere pur inseguire questo ideale di soddisfazione economica del singolo. Proprio come da me evidenziato a proposito di The Social Network il sogno americano pare aver assunto forme sempre più devianti, conturbanti e inquietanti e sebbene il film di Bay sia ambientato negli anni '90 pare evidente come i suoi attacchi siano prettamente attuali.
Quale registro formale sarebbe stato più adatto a una storia su un trio di criminali stupidi se non quello etichettato come altrettanto stupido ricco di iperboli cinetiche, continui movimenti di macchina e ralenti tipico dello stesso autore di Bad Boys (1995)? Con una inaspettata quanto arguta scelta stilistica Bay mette in mostra la sua spesso messa in dubbio natura autoriale utilizzando metacinematograficamente quelli da sempre definiti come suoi difetti congeniti per attaccare quell'America conservatrice e amorale da molti considerata parte integrante dei suoi spettatori e, allo stesso tempo, la critica e detrattori convinti che non vi sia alcuna corrispondenza poetica alla forma delle pellicole da lui girate. Trovano dunque una loro ragion d'essere le soggettive impossibili di oggetti inanimati o il piano sequenza con la cinepresa che attraversa digitalmente la gabbia di ferro di un ventilatore, la cui chiara ispirazione al celeberrimo long take di Professione reporter (The Passenger, Michelangelo Antonioni, 1975) senza però alcuna affinità poetica si conforma ai difetti dei tre rapitori improvvisati.
Pain & Gain risulta alla luce di quanto evidenziato il film che potrebbe far cambiare opinione ai detrattori più accorti e aperti intellettualmente di Bay, dimostrandone almeno una maturazione rispetto al passato che trova il suo apice nel disilluso finale, capace di confermare ancora una volta l'inguaribile ingenuità del culturista interpretato con perizia da Mark Wahlberg ma anche una certa empatia verso lo stesso, certamente colpevole per tutto il male che ha causato ma anche vittima di una disumana rincorsa a un determinato status sociale dettata dalla cultura nel quale è nato e cresciuto.
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