Se Takeshi Kitano è considerato tra i maestri del cinema (asiatico e non) contemporaneo lo si deve in primis al Leone d'oro vinto da Hana-bi (Hana-bi - Fiori di fuoco, 1997) ma il suo primo vero exploit al di fuori della terra d'origine, dove peraltro i suoi primi lungometraggi erano stati tutt'altro che campioni d'incassi, è in realtà costituito dal precedente Sonatine, scritto, diretto, interpretato e montato dall'autore di Violent Cop (1989) nel 1993. Presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard, il film ha lentamente ma inesorabilmente conquistato i palati prima europei e poi statunitensi, complice anche l'assenza di quel pregiudizio diffuso in Giappone verso il regista causato dal suo passato da attore e autore di programmi televisivi comici.
Al centro delle vicende raccontate all'interno della pellicola vi è lo yakuza Murakawa (Tskeshi Kitano), stanco e disilluso dopo una vita in cui ha scalato le gerarchie di una delle bande che domina Tokyo e dunque intenzionato a ritirarsi dalle attività illecite. Prima che possa abbandonare la criminalità il boss gli chiede, come ultimo lavoro, di recarsi a Okinawa per risolvere la contesa tra due bande in affari con la loro. Nonostante i numerosi e accesi dubbi sulla missione Murakawa obbedisce ma, arrivato alla meta insieme ai suoi uomini di fiducia, scopre, come temuto, di essere stato attirato in una trappola.
Definire Sonatine un tipico yakuza movie sarebbe una semplificazione estrema, per non dire addirittura un errore. Analizzando il versante prettamente narrativo dell'opera in questione si potrebbe definirla tripartita, più come una sinfonia in tre movimenti che non come la tipologia di composizione musicale richiamata dal titolo. Il primo movimento è quello che può essere, pur con le sue unicità, ricondotto agli stilemi del genere yakuza, i seguenti cambiano notevolmente registro: un adagio per la sezione centrale e un malinconico epilogo folgorato da alcuni lampi di violenza cruda, spiazzante e assolutamente lontana dalle estetizzazioni dei coevi lavori tarantiniani. Al centro, non a caso, c'è però quel segmento riconducibile, volendo mantenere la metafora musicale, a un adagio che è il cuore pulsante della pellicola e l'esplosione compiuta della poetica e dello stile di Kitano. Costretto a rifugiarsi con i pochi sottoposti sopravvissuti all'attentato nemico in una piccola casa abbandonata sulla spiaggia, il protagonista ammazza il tempo inventando giochi in cui si mescolano, in maniera sempre più perturbante, trivialità e bestialità, infantilità e violenza. Esemplare di questo meccanismo è certamente la sequenza con la roulette russa, capace di esplicitare in pochi minuti l'intera Weltanschauung kitaniana, dominata dalla consapevolezza dell'onnipresenza della morte all'interno della vita di ogni uomo e delle scelte che compie. La vita come un lungo percorso in cui tutto accade in funzione della fine, della meta. Una visione del mondo estremamente nichilista che rende evidente i motivi per cui il cineasta nipponico resti così affascinato dai mafiosi, personaggi costantemente appesi al filo che lega vita e morte, ma che trova una luce all'interno dell'oscurità nella meraviglia della natura, o meglio in parte di essa: il mare. Costantemente nel cinema di Kitano il mare diventa una sorta di luogo in cui la spirale di violenza e morte si arresta; un limbo, una terra di mezzo tra questi due estremi che regolano la vita degli yakuza (e non solo) che dunque assume i caratteri di una paradiso sulla Terra.
La parte centrale del film ambientata in spiaggia segna, come già anticipato, non solo la prima e matura enunciazione dei temi cari all'autore di Violent Cop ma anche la piena realizzazione di un percorso stilistico che porta il regista ad affrancarsi pienamente dai cardini del genere per giungere a uno stile personale e riconoscibile. Dopo la prima parte ancora legata al gangster movie in versione nipponica Kitano abbandona il ritmo sostenuto nel montaggio e le inquadrature strette dilatando enormemente i tempi, allargando il quadro. In questo modo si crea una distensione spazio-temporale di carattere chiaramente contemplativo, adatto in tutto e per tutto a quella sorta di momentanea pausa dagli oneri dell'esistenza di un criminale. Il gangster movie si colora dei tempi, delle attese e del rigore stilistico di maestri del passato come Ozu o Antonioni, rievocato da Beat Takeshi in particolare con l'attenzione rivolta verso il vento, protagonista assoluto di pellicole come L'avventura (1960) o L'eclisse (1962).
Sonatine può essere dunque definito uno yakuza movie? Forse sì ma uno yakuza movie dotato di un lirismo tanto inatteso quanto sconfinato. Un lirismo che ha aperto le porte del mondo al signor Kitano e che ha permesso al mondo di conoscere il complesso e affascinante universo di un ex comico che riflette costantemente sulla morte.
Piccolo satellite orbitante attorno al pianeta Cinema ma con la forte attrazione anche per le altre arti e in particolare per quelle che più segnano la nostra contemporaneità: fumetto, videogame ecc. Fondamentale per me è che chi scriva qui abbia le competenze necessarie (io ad esempio possiedo una laurea triennale al DAMS e una magistrale in storia e critica dello spettacolo). Auguro buona lettura e buona riflessione a chiunque voglia fermarsi su questo sperduto satellite della settima arte.
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mercoledì 13 novembre 2019
mercoledì 8 febbraio 2017
HANA-BI: RINASCERE DALLE PROPRIE CENERI, DALLA MORTE
Nell'ormai lontano 1997 (incredibile ma vero ben venti anni fa) l'ex comico televisivo Takeshi Kitano, conosciuto anche con il nome d'arte Beat Takeshi con cui si firma nella veste di attore, dirige, scrive e monta quello che è considerato ancora oggi il suo magnum opus: Hana-bi, conosciuto in Italia come Hana-bi - Fiori di fuoco. La pellicola viene presentata in anteprima al Festival di Venezia dove si aggiudica il Leone d'Oro, premio che funge da preludio all'enorme successo critico ricevuto in seguito, tale da lanciare definitivamente il suo autore nell'Olimpo del cinema autoriale mondiale.
Protagonista del film è lo stesso Kitano, il quale interpreta un ex poliziotto violento e indebitato con la yakuza distrutto dalla leucemia incurabile della moglie. Durante una visita all'ospedale un poliziotto viene ucciso durante un agguato, mentre l'altro suo collega Horibe resta paralizzato e viene abbandonato da moglie e figlia. A questo punto le vite dei due intraprendono due strade separate per poter affrontare le proprie sconfitte: Nishi (Beat Takeshi) compie una rapina per poter fare un'ultima vacanza con la moglie, risarcire la famiglia del poliziotto morto e donare tutto l'occorrente per dipingere a Horibe; quest'ultimo inizialmente tenta il suicido ma in seguito si dedica interamente all'arte.
All'apparenza il settimo lungometraggio del regista di Sonatine (1993) potrebbe rientrare all'interno del genere yakuza movie, lo stesso con cui aveva esordito il suo autore, eppure risulta fin troppo chiaro quanto le regole del genere gli stiano strette, quanto esse siano soltanto un tassello di un mosaico ben più complesso. Da un punto di vista squisitamente narrativo non mancano richiami ai topoi dell'action giapponese, come gli scontri tra forze dell'ordine e malavita, l'ambiente urbano o la violenza grafica per niente edulcorata ma ognuno di essi viene stravolto e accostato a elementi in grande contrasto, tra cui spiccano le lunghe digressioni intimiste, i giochi tra il protagonista e sua moglie e la passione per la pittura sviluppata dal poliziotto paralizzato. Il fulcro dell'intera vicenda narrata diventa insomma non l'azione, come dovrebbe essere in un vero yakuza movie, bensì la ricerca di riscatto nei confronti della depressione, addirittura della morte. I due personaggi principali si trovano entrambi nel punto più misero e oscuro della propria vita, durante il quale anelano una liberatoria cessazione della vita poiché non può definirsi tale un'esistenza in cui si viene privati dell'unico elemento di distinguo tra gli esseri umani e le bestie (simboleggiate dagli anonimi e stupidi sgherri della malavita), ovvero l'amore. La risposta alla depressione in cui cadono i due non si rivela essere la stessa e a differenza di molti altri Kitano non privilegia nessuna delle due, anzi le rende entrambe romantiche e condivisibili allo stesso modo attraverso la poesia delle immagini.
Eccoci dunque all'aspetto che innalza a livelli assoluti la pellicola in analisi, ossia quello visivo. Mai come in questa occasione la macchina da presa del cineasta giapponese evita il più possibile movimenti esasperati preferendo dei long take fissi, rigidi e stretti nella morsa di quel male oscuro che pervade i personaggi inquadrati. All'immobilità della mdp risponde un montaggio estremamente prezioso, il cui alternare le vicende di Nishi a quelle di Horibe crea dei forti legami tra le emozioni dei due uomini, così come l'alternanza tra paesaggi reali e dipinti offre non solo delle suggestioni visive di fascino indiscusso (si pensi agli alberi di ciliegio e al relativo quadro) ma anche un impatto emotivo puramente lirico, come dimostrano le numerosi inquadrature del mare.
A rendere maggiormente incisivo il carattere poetico del lavoro del regista sono le strepitose musiche di Joe Hisaishi, vere e proprie trasposizioni in note delle suggestioni visive, e l'interpretazione proprio del director, il quale rende palese la natura fortemente autobiografica del lungometraggio attraverso i suoi silenzi, i gesti, i piccoli momenti di intimità emotiva con la consorte. Persino la fissità nel volto dell'artista, che diventa una vera e propria maschera, non solo rispecchia quel mistero del cinema che si fa vita (parte della faccia di Beat Takeshi è rimasta immobilizzata in seguito a un grave incidente, lo stesso che lo ha portato a un lungo periodo di depressione dal quale è uscito soltanto grazie alla pittura) ma risulta quanto mai consona a un uomo che ormai sa di essere arrivato all'ultimo gradino del proprio percorso.
In conclusione Hana-bi potrebbe risultare per alcuni di voi una visione non così semplice visti si suoi ritmi e l'ampio utilizzo di figure retoriche molto sottili, eppure trovo che difficilmente riuscirete a non emozionarvi di fronte a tanta bellezza e tanta vita reale in un'unica poesia multimediale.
Protagonista del film è lo stesso Kitano, il quale interpreta un ex poliziotto violento e indebitato con la yakuza distrutto dalla leucemia incurabile della moglie. Durante una visita all'ospedale un poliziotto viene ucciso durante un agguato, mentre l'altro suo collega Horibe resta paralizzato e viene abbandonato da moglie e figlia. A questo punto le vite dei due intraprendono due strade separate per poter affrontare le proprie sconfitte: Nishi (Beat Takeshi) compie una rapina per poter fare un'ultima vacanza con la moglie, risarcire la famiglia del poliziotto morto e donare tutto l'occorrente per dipingere a Horibe; quest'ultimo inizialmente tenta il suicido ma in seguito si dedica interamente all'arte.
All'apparenza il settimo lungometraggio del regista di Sonatine (1993) potrebbe rientrare all'interno del genere yakuza movie, lo stesso con cui aveva esordito il suo autore, eppure risulta fin troppo chiaro quanto le regole del genere gli stiano strette, quanto esse siano soltanto un tassello di un mosaico ben più complesso. Da un punto di vista squisitamente narrativo non mancano richiami ai topoi dell'action giapponese, come gli scontri tra forze dell'ordine e malavita, l'ambiente urbano o la violenza grafica per niente edulcorata ma ognuno di essi viene stravolto e accostato a elementi in grande contrasto, tra cui spiccano le lunghe digressioni intimiste, i giochi tra il protagonista e sua moglie e la passione per la pittura sviluppata dal poliziotto paralizzato. Il fulcro dell'intera vicenda narrata diventa insomma non l'azione, come dovrebbe essere in un vero yakuza movie, bensì la ricerca di riscatto nei confronti della depressione, addirittura della morte. I due personaggi principali si trovano entrambi nel punto più misero e oscuro della propria vita, durante il quale anelano una liberatoria cessazione della vita poiché non può definirsi tale un'esistenza in cui si viene privati dell'unico elemento di distinguo tra gli esseri umani e le bestie (simboleggiate dagli anonimi e stupidi sgherri della malavita), ovvero l'amore. La risposta alla depressione in cui cadono i due non si rivela essere la stessa e a differenza di molti altri Kitano non privilegia nessuna delle due, anzi le rende entrambe romantiche e condivisibili allo stesso modo attraverso la poesia delle immagini.
Eccoci dunque all'aspetto che innalza a livelli assoluti la pellicola in analisi, ossia quello visivo. Mai come in questa occasione la macchina da presa del cineasta giapponese evita il più possibile movimenti esasperati preferendo dei long take fissi, rigidi e stretti nella morsa di quel male oscuro che pervade i personaggi inquadrati. All'immobilità della mdp risponde un montaggio estremamente prezioso, il cui alternare le vicende di Nishi a quelle di Horibe crea dei forti legami tra le emozioni dei due uomini, così come l'alternanza tra paesaggi reali e dipinti offre non solo delle suggestioni visive di fascino indiscusso (si pensi agli alberi di ciliegio e al relativo quadro) ma anche un impatto emotivo puramente lirico, come dimostrano le numerosi inquadrature del mare.
A rendere maggiormente incisivo il carattere poetico del lavoro del regista sono le strepitose musiche di Joe Hisaishi, vere e proprie trasposizioni in note delle suggestioni visive, e l'interpretazione proprio del director, il quale rende palese la natura fortemente autobiografica del lungometraggio attraverso i suoi silenzi, i gesti, i piccoli momenti di intimità emotiva con la consorte. Persino la fissità nel volto dell'artista, che diventa una vera e propria maschera, non solo rispecchia quel mistero del cinema che si fa vita (parte della faccia di Beat Takeshi è rimasta immobilizzata in seguito a un grave incidente, lo stesso che lo ha portato a un lungo periodo di depressione dal quale è uscito soltanto grazie alla pittura) ma risulta quanto mai consona a un uomo che ormai sa di essere arrivato all'ultimo gradino del proprio percorso.
In conclusione Hana-bi potrebbe risultare per alcuni di voi una visione non così semplice visti si suoi ritmi e l'ampio utilizzo di figure retoriche molto sottili, eppure trovo che difficilmente riuscirete a non emozionarvi di fronte a tanta bellezza e tanta vita reale in un'unica poesia multimediale.
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