giovedì 20 ottobre 2016

BED TIME: LA CRUDELTÀ COME MEDICINA PER LA SOLITUDINE

All'apice della propria notorietà Jaume Balaguerò (Fragile del 2005; REC del 2007) dirige nel 2011 il suo film più ambizioso e slegato alla sua vocazione per l'horror: Bed Time o meglio Mientras duermes. Accolta con grande entusiasmo dalla critica la pellicola non ha purtroppo avuto lo stesso successo commerciale dei due REC e non ha neanche assunto lo status di cult riservato dagli appassionati di cinema di genere ai mockumentary girati dall'autore spagnolo.

Protagonista delle vicende narrate in Sleep Tight (titolo statunitense) è il portiere César (magistralmente interpretato da Luis Tosar) il quale, dietro le sembianze di un solitario ma gentile e ordinario uomo di mezza età, nasconde una natura profondamente oscura: ogni notte si nasconde sotto il letto di Clara, una delle inquiline del condominio in cui lavora, la narcotizza e mette in pratica piani sempre più sinistri per renderle la vita un inferno. Il culmine delle crudeltà verso la donna viene raggiunto nel momento in cui subentra il fidanzato, il quale sospetta da subito delle vere intenzioni del protagonista.
Per chiunque sia avvezzo al cinema di Balaguerò risalta subito lo stile registico adottato in questa sua ottava fatica volutamente asciutto, privo delle sperimentazioni formali piuttosto ardite viste nei suoi lavori precedenti delle quali riprende solamente la predilezione per le ombre e le ambientazioni chiuse, più claustrofobiche possibile. Tornano alcuni suoi topoi come la radio e il condominio eppure uno spettatore accorto sente di trovarsi quasi di fronte a un regista del tutto nuovo.

L'essenzialità dello stile cela al suo interno una ricchezza narrativa ed emotiva estremamente notevole, come se volesse adattarsi alla figura di César, semplice all'apparenza ma carico di riflessioni al suo interno. La sequenza iniziale del lungometraggio risulta una vera e propria anticipazione di tutto quello che seguirà: una situazione di assoluta quotidianità ribaltata nel modo più inatteso dalle azioni del portiere, il tutto quasi sempre durante la notte, mentre il resto del mondo dorme e l'uomo vive al massimo la propria solitudine. Questa risulta essere la chiave di volta della narrativa, il tema prevalente, in quanto le azioni disumane svolte dall'uomo sono dettate dall'infelicità perenne causatagli proprio dalla solitudine e l'unico rimedio che riesce a trovare per non gettarsi nel vuoto per concludere una vita senza senso è quello di infliggere agli altri la stessa tristezza che prova, soprattutto a chi sembra essere capace di sorridere a qualunque avversità come Clara. Eccola, la medicina citata nel titolo dell'analisi in questione trova la sua forma più completa e come raramente capita nel cinema viene narrata dal punto di vista dello stalker, una delle figure più controverse e presenti nella giungla impazzita dell'occidente odierno, in primo luogo nelle vicende di cronaca nera decantate come un rito quotidiano dai media. La giovane donna diventa per il personaggio interpretato da Tosar più che un'ossessione, finisce per essere il suo unico amore e per questo inviarle inquietanti lettere anonime o sms non basta più innescando un vortice di abusi e violenze che trova il proprio abisso nella nascita di un bambino: il massimo dell'innocenza così come il simbolo di una vita che non potrà mai più essere la stessa per Clara.

Per quanto spietato e ingiustificabile sia il comportamento del portiere stalker la scelta del cineasta iberico di utilizzare il suo punto di vista per le vicende rappresentate fa in modo che lo spettatore si senta in qualche modo vicino all'uomo, quasi si identifichi con lui nonostante disprezzi la sua assenza di moralità. Una scelta già adottata nella saga dedicata al personaggio di Hannibal Lecter quindi non così innovativa certo ma che viene adottata per ben altri motivi: mentre il medico cannibale può essere considerato come una miscela delle più note figure di villain da film horror all'insegna della raffinatezza intellettuale César rappresenta l'estremo prodotto della solitudine causata dalle condizioni di vita nel mondo globalizzato, la stessa sensazione che colpisce in misure diverse tutti noi. In fondo tutti i personaggi messi in scena da Balaguerò sono soli (esemplare la sequenza in cui il protagonista sbatte in faccia a un'anziana inquilina la propria infelicità e le false attenzioni che riceve dagli altri) e provano risentimento verso gli altri, cosa che rende il perfido portiere una versione hitchcockiana e contemporanea del Travis Bickle di Taxi Driver (Martin Scorsese; 1976), una vittima prima che mostro.
Fatemi sapere se siete d'accordo con la mia analisi e magari anche con il forte paragone da me azzardato.

giovedì 13 ottobre 2016

THE BOX: QUANDO STILE E POETICA SONO UNITI DAL CAOS


Al 2009 risale The Box, il terzo e finora ultimo lungometraggio di uno dei cineasti che potrebbe esemplificare al massimo il lato oscuro di Hollywood: l'ormai dimenticato autore di Donnie Darko (2001) Richard Kelly. Riassumendo in pochissime righe una vicenda che meriterebbe un approfondimento differente, l'autore in questione esordisce proprio con la pellicola oggi cult appena citata inizialmente però passando in sordina, anche a causa di tempistiche poco fortunate (il film esce nelle sale in una America ancora profondamente ferita dall'11 settembre). Soltanto con l'uscita in home video e la versione director's cut la pellicola avente per protagonista Jake Gyllenhaal ottiene il riconoscimento che merita, anzi probabilmente ne ottiene anche oltre i suoi meriti artistici effettivi portando a idolatrare il proprio autore quale nuovo enfant prodige del cinema statunitense. Come il passato insegna aspettative troppo alte e improvvise portano quasi sempre a una rovinosa caduta nel mondo della settima arte e Kelly purtroppo non fa eccezione; la sua seconda fatica, Southland Tales del 2006, fallisce nella corsa a Cannes e diventa un clamoroso flop di critica e pubblico.
Spese poche ma doverose parole sulla situazione che anticipa l'arrivo nelle sale di The Box appare evidente quanto esso rappresenti l'ultima possibilità da un punto di vista hollywoodiano per il cineasta di Newport News e, come da scontatissimo copione degno di una pessima soap opera, il lungometraggio viene aspramente criticato incassando anche pochissimo.
Lungi da me voler propagandare la mia opinione a chi leggerà questa breve analisi ma ho trovato fosse necessario informare sul contesto intriso di negatività che permea l'opera in oggetto. La trama trae ispirazione dal racconto Button, Button del noto autore di fantascienza Richard Matheson e dal suo adattamento televisivo per l'episodio omonimo appartenente alla seconda serie del famosissimo Ai confini della realtà (The Twilight Zone; 1985-1989). Protagonisti sono i due coniugi Norma (Cameron Diaz) e Arthur Lewis (James Mardsen), i quali, in un momento segnato da vari problemi economici, ricevono una strana scatola contenente un pulsante. L'uomo che gliela consegna (un conturbante Frank Langella) riferisce alla donna che in caso lei e suo marito decidano di premere il pulsante in questione riceveranno un milione di dollari, causando però la morte di una persona sconosciuta. Arthur, che lavora come ingegnere alla NASA, analizza il congegno e non riuscendo a capire come possa rendere possibile circostanze tanto tragiche ne sottovaluta le reali capacità, un atteggiamento che unito alle ansie della consorte portano quest'ultima a premere di getto il tasto. Questa scelta, già preceduta da alcuni eventi inquietanti, porterà a conseguenze ancora più nefaste e ai limiti della ragione.

Forse anche a causa di trailer fuorvianti o per la scelta di riprendere, almeno in parte, materiale già molto noto al pubblico molti hanno commesso l'errore di aspettarsi un thriller piuttosto convenzionale almeno dal punto di vista narrativo, basando tutta la narrazione sulla scelta di premere o meno il pulsante. In effetti Kelly avrebbe potuto scrivere e dirigere una pellicola claustrofobica e tesa di questo tipo mantenendosi oltretutto molto fedele al materiale di partenza ma il regista di Donnie Darko ha deciso di restare coerente con la propria poetica e con le sue ambizioni, cosa che lo ha portato a superare l'operato di Matheson per creare un prodotto personalissimo. The Box è un film di Richard Kelly in tutto e per tutto, una caratteristica non da poco a mio avviso, ed eccone i motivi. Da un punto di vista formale ritornano per l'intera durata della pellicola le immagini oniriche, bizzarre tipiche dello stile del cineasta che traggono ispirazione dalle fonti più disparate (dalla fantascienza anni 50 al misticismo sia occidentale che orientale). Il montaggio rifiuta la frenesia tipica del contemporaneo e persino gli effetti speciali spesso richiamano un immaginario di altri tempi, anche in omaggio a The Twilight Zone. Narrativamente, ma anche visivamente, il lungometraggio mescola numerosi generi, tra i quali spiccano thriller, fantascienza, spionaggio, horror paranoico in stile L'invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers; Don Siegel; 1956) e racconto morale. Esattamente tutto ciò che ha sbalordito il mondo di Donnie Darko e che forse è risultato eccessivo in Southland Tales e per di più rafforzato da ottime performance di Cameron Diaz e Frank Langella. Una riflessione che porta a considerare il vero punto focale del cinema dell'autore di Newport News il caos, sia nel linguaggio che nella poetica, in quanto unico comune denominatore dell'esistenza umana e dell'universo in generale. Persino la più insignificante scelta può portare alle più imponenti conseguenze, così come i più immani sforzi dell'uomo possono fallire miseramente di fronte a forze più grandi, come dimostra il finale di The Box.

In conclusione voglio ribadire come non sia mia intenzione difendere un film, un regista o inculcare ai lettori le mie personali opinioni ma ho trovato interessante e coraggioso il tentativo di Richard Kelly di imporre a tutti i costi la propria visione della settima arte e della vita persino nell'opera che ne può decidere la carriera e per questo ho condiviso con coi un'analisi più lontana possibile dal contesto emotivo che ha condizionato i giudizi sul film alla sua uscita. Fatemi sapere cosa ne pensate.

martedì 11 ottobre 2016

THE CELL: L'IMMAGINIFICO VIAGGIO NEL SUBCONSCIO

Nell'ormai lontano anno 2000 trova un non indifferente spazio nella programmazione delle sale mondiali il debutto alla regia nel mondo del cinema di Tarsem Singh (The Fall, 2006; Immortals, 2011), precedentemente noto per aver diretto l'acclamato videoclip di Losing My Religion dei R.E.M. Il lungometraggio che lo introduce alla settima arte si intitola The Cell, in apparenza un thriller facente parte di quel filone inaugurato da Seven (David Fincher; 1995) ma che in realtà si presenta come una commistione di più generi al servizio dell'impressionante gusto visuale di Tarsem. La pellicola ottiene un riscontro di pubblico notevole ma divide la critica, la quale, soprattutto negli Stati Uniti, resta affascinata dalla regia e dallo stile visivo generale dell'opera ma ne lamenta al contempo la banalità per quanto concerne la sceneggiatura.

La tanto bistrattata trama di The Cell ruota attorno a due poli narrativi che verso la metà della sua durata si incontrano: da un lato viene presentata la macchina sperimentale che permette all'assistente sociale Catherine (Jennifer Lopez) di entrare nel subconscio di un bambino ridotto in uno stato catatonico a causa di una forma rarissima di schizofrenia, dall'altra parte invece la caccia al serial killer Carl Stargher (un Vincent D'Onofrio particolarmente ispirato) operata dagli agenti federali Peter Novak (il Vince Vaughn che più spesso ogni cinefilo vorrebbe ritrovare) e Ramsey (Jake Weber). Queste due linee narrative apparentemente agli antipodi anche dal punto di vista visivo (le esplorazioni di Jennifer Lopez nella mente altrui vengono rese su schermo attraverso fantastici scenari ricchi di colori, mentre il thriller con protagonista Vince Vaughn risulta molto più legato ai capisaldi del genere con i suoi ambienti bui e sporchi) si intrecciano nel momento in cui il killer viene finalmente acciuffato ma risulta trovarsi in uno stato di incoscienza simile a quello del bambino affidato a Catherine così, essendo l'uomo l'unico a sapere dove si trova l'ultima ragazza da lui rapita, gli uomini dell'FBI si affidano proprio alla tecnologia da lei usata per poter carpire l'informazione.

Persino da questa breve sinossi appare chiaro quanto sia superficiale ridurre la pellicola diretta dal cineasta indiano a una copia sbiadita del già citato Seven o Il silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs; Jonathan Demme; 1991). La ricerca di un serial killer sulla base del suo profilo psicologico risulta soltanto una minuscola componente del film, quasi uno specchietto per le allodole in modo da poter aumentare il bacino di utenza da un punto di vista economico e un pretesto per poter arrivare al cuore reale dell'opera: il viaggio nei meandri della psiche di uno psicopatico. La seconda metà della pellicola si svolge per la maggior parte del tempo nel subconscio di Stargher permettendo al director indiano di dare libero sfogo al suo sconfinato gusto per l'estetica. Ogni passo dell'assistente sociale interpretata dalla Lopez nella mente altrui la trasporta in mondi diversi che si adattano al carattere del "proprietario", cosa che porta l'esplorazione dell'inconscio del serial killer a diventare un vero e proprio tour dell'orrore ricco di riferimenti religiosi e artistici intervallati dai ricordi dell'infanzia tormentata dell'uomo. La ricostruzione dei traumi subiti dal personaggio portato sullo schermo da Vincent D'Onofrio appare tutt'altro che banalmente stereotipata grazie alla ricchezza di dettagli che richiamano l'immaginario ebraico-cristiano così come l'apparato immaginifico del mostro che infesta la sua mente si può dire degno dei peggiori incubi (anche qui i riferimenti all'arte figurativa così come al cinema horror sono finissimi).

In conclusione ciò che rende una visione realmente valida The Cell è l'unione di un patrimonio visuale tanto raffinato quanto conturbante a una attenzione per i meandri più nascosti della mente umana, senza pregiudizi morali o stereotipi psicologici da cinema classico. Con le sue sperimentazioni visive e sulle codifiche dei generi la pellicola di Tarsem Singh può essere considerata un'esponente assolutamente interessante dell'utilizzo del noir da parte del cinema contemporaneo come linguaggio per analizzare la complessità del vissuto attuale.

mercoledì 28 settembre 2016

CRIMSON PEAK: IL PESO DEL PASSATO

Nel 2015 il celebre cineasta Guillermo del Toro, accantonando per il momento le sue produzioni più marcatamente hollywoodiane come i due Hellboy (2004; 2008) e Pacific Rim (2013), dirige e co-scrive Crimson Peak, un ritorno al suo lato maggiormente "autoriale" (a mio parere le barriere tra cinema autoriale e commerciale oggi sono labili come non mai, basti pensare ai lavori dal grande successo economico di autori in tutto e per tutto come Christopher Nolan, James Cameron o lo stesso del Toro)  mostrato con Il labirinto del fauno (El labirinto del fauno) e La spina del diavolo (El espinazo del diablo; 2001). In realtà l'ultima fatica del regista messicano presenta punti in comune con entrambi i rami della sua filmografia ma al contempo se ne distacca per intraprendere un percorso altro.

Durante le quasi due ore di durata della pellicola lo spettatore segue le vicende, ambientate nei decenni finali del diciannovesimo secolo, di Edith Cushing (un cognome denso di significati), una giovane aspirante scrittrice e figlia di un ricco uomo d'affari (interpretata da Mia Wasikowska) con il dono di poter vedere i fantasmi. Un giorno incontra il misterioso quanto affascinante baronetto Sir Thomas Sharpe (un Tom Hiddleston perfettamente calato nel ruolo), il quale prima fallisce nel convincere il padre della ragazza a finanziare un suo progetto ma in seguito riesce a rubare il cuore della stessa. Contrario alla relazione il genitore della protagonista scopre, grazie a un investigatore, dei torbidi segreti che riguardano il passato del nobile e della sua inseparabile sorella (la sempre impeccabile Jessica Chastain) e quindi decide di pagarli per farli tornare in Inghilterra dopo aver spezzato il cuore di Edith. Thomas accetta controvoglia ma in seguito all'uccisione del suo detrattore si nega la partenza e racconta tutto alla giovane, la quale lo perdona e lo sposa. In seguito al matrimonio i novelli sposi vanno a vivere nelle proprietà inglesi del baronetto, che nascondono però segreti agghiaccianti.
Fin dalle prime inquadrature risulta palese la volontà dell'autore di Blade 2 (2002) di abbandonare sia il linguaggio del kolossal contemporaneo, sia quello dei film horror a basso budget che tanto successo stanno incontrando negli ultimi anni (si pensi alle decine di mockumentary che ogni anno arrivano in sala o in dvd) in favore di un ritorno al genere dell'orrore gotico, il cui attore feticcio fu Peter Cushing (ecco la citazione a cui mi riferivo in precedenza) e che venne portato all'apice dai lavori di Mario Bava (La maschera del demonio del 1960; I tre volti della paura del 1963) e Roger Corman (House of Usher del 1960; Tales of Terror del 1962). Oltre a questo momento storico del cinema di genere del Toro riprende i colori forti e la violenza grafica di Dario Argento (a sua volta in parte debitore di Bava) ma a anche tanti spunti lovecraftiani (un topos nella filmografia del regista messicano).

Le numerosi citazioni presenti in Crimson Peak non vogliono creare nessun gioco cinefilo con lo spettatore, o almeno solo in minima parte, come nelle pellicole post-moderne tarantiniane ma hanno uno scopo poetico bene preciso: ricordare l'importanza del passato nella vita umana, così grande da diventare a un certo punto persino una zavorra, un fantasma da cui non si riesce a scappare. Ecco la parola chiave del film, fantasma. La prima cosa che lo spettatore apprende su Edith è la sua capacità di vedere gli spettri, il periodo messo in scena è lo stesso in cui raggiunsero l'apice il romanzo gotico, lo spiritismo e l'occultismo, persino uno dei personaggi più importanti e moralmente positivi del lungometraggio (il dottore interpretato da Charlie Hunnam) si scopre essere appassionato di fotografia spiritica. A questi riferimenti espliciti si aggiunge una scenografia incredibilmente adatta e soprattutto un castello, quello di proprietà dei fratelli Sharpe, che si rivela essere esso stesso un fantasma vero e proprio.

La protagonista, nel momento in cui parla del proprio romanzo, offre una sua personale chiave di lettura sulla natura degli spettri, li definisce metafore ed è questo che sono nel film, un simbolo di tutto ciò che appartiene al passato, come conferma nel finale con il suo monologo fuori campo. Solo una volta compresa questa verità la pellicola rivela tutta la coerenza immaginifica che molti critici non hanno individuato, poiché la scelta di Guillermo del Toro di citare epoche ormai spente sia dal punto di vista narrativo che stilistico servono unicamente a rafforzare la poetica dell'opera, il cui tema primario risulta essere la potenza del passato, che però l'uomo deve essere in grado di arginare per non farsi incatenare dal passato stesso, altrimenti perderebbe la propria natura umana per diventare un mostro, come la Lucille impersonata da Jessica Chastain.
Spero che questa breve analisi possa accendere in voi interessanti riflessioni e magari riaccendere qualche riflettore su un film a mio avviso molto sottovalutato.

venerdì 23 settembre 2016

UNFRIENDED: L'ERA DEL CYBER-EGOISMO

Presentato con grandi risultati al Fantasia Festival del 2014 (ancora con il titolo provvisorio di Cybernatural) ma arrivato nelle sale l'anno successivo, Unfriended è un atipico film horror diretto da Levan Gabriadze e prodotto dal cineasta kazako Timur Bekmambetov, autore di prodotti celebri come I guardiani della notte (Nochoy dozor; 2004) e Wanted (2008). La pellicola in questione è rapidamente divenuta un enorme successo economico, soprattutto a fronte del budget di produzione esiguo, ma ha anche ricevuto una buona accoglienza critica, specie per gli standard del cinema dell'orrore.

La trama riprende molti topoi dei cosiddetti teen horror che tanta fortuna ebbero verso la fine degli anni 90 (purtroppo tutti abbiamo visto I Know What You Did Last Summer diretto da Jim Gillespie nel 1997 e i suoi "agghiaccianti" seguiti) aggiornandoli però alla contemporaneità, un'era dominata dal web 2.0, i Macbook e soprattutto il cyberbullismo. La protagonista attraverso i cui occhi si svolge la narrazione è Blair (Shelley Hennig), la quale inizia una conversazione su Skype attraverso il suo portatile con il fidanzato Mitch per poi allargarla ad alcuni amici: Jess, la migliore amica, Adam, il (passatemi il termine ma è un ruolo archetipico del genere) "cazzone" figlio di papà del gruppo, Ken, il nerd esperto di informatica, e Val, la bella ma anche la più spietata con il prossimo. La loro conversazione è interrotta da un utente sconosciuto che vi si inserisce e il cui profilo sembra essere quello di Laura Barns, la ragazza suicida del video che si vede all'inizio del film e che è stata vittima di pesantissimi atti di cyberbullismo proprio a causa del suddetto video caricato su Youtube. Lo sconosciuto inizialmente sembrerebbe un troll (qualcuno che si diverte a provocare le persone in rete) che è riuscito a inserirsi nella chiamata del gruppo e cerca di far litigare i suoi componenti ma quando Val si suicida in diretta webcam allora i ragazzi si rendono conto di trovarsi al cospetto di una vendetta soprannaturale.

Se, come detto in precedenza, lo schema narrativo di Unfriended è tutt'altro che originale a renderlo una novità nel panorama cinematografico è la forma, in quanto la pellicola si rivela essere uno pseudo piano sequenza in soggettiva (la macchina da presa riprende ciò che vede Blair) girato in tempo reale di una videochiamata. Ciò che la mdp inquadra è soltanto (ad eccezione del concitato finale) lo schermo del pc della ragazza e quindi il regista decide di utilizzare, con una notevole efficacia, i nuovi mezzi di comunicazione per poter traghettare sullo schermo una narrazione priva di lacune; a tal fine utilizza i video su Youtube per creare i flashback, le playlist di Spotify come colonna musica e le webcam per poter inquadrare tutti i personaggi senza ricorrere al montaggio. L'effetto finale dello stile scelto da Gabriadze si rivela rispettoso della tradizione del racconto filmico classico ma al contempo pregna della tecnologia attuale e delle nuove forme di intrattenimento (si pensi alle web series o ai video dei cosiddetti youtubers), creando così una sorta di mockumentary 2.0.
Molti spettatori potrebbero però chiedersi se in fondo il film non sia soltanto un esperimento formale privo di sostanza e molti sono stati anche i critici che hanno lamentato una tale mancanza. Non a mio modesto parere. Probabilmente per comprendere il messaggio veicolato dal lungometraggio in analisi è necessario vivere in prima persona l'ambiente culturale in cui agiscono i protagonisti e quindi per una questione o anagrafica o di altezzosità snob di certa classe "intellettuale" molti riferimenti e situazioni tendono a sfuggire. Il fraintendimenti principale che ha colpito Unfriended credo che sia la questione del bullismo: senza dubbio è la molla che fa scattare l'intera vicenda e a livello superficiale permea l'intero lungometraggio, il quale però non è assolutamente un insipido saggio sull'argomento come in tanti (ribadisco soprattutto chi anagraficamente si trova troppo lontano dall'ambiente rappresentato) hanno pensato. Il vero tema che permea i personaggi, le azioni, insomma l'ecosistema intero mostrato sullo schermo è l'egoismo, la mancanza di rispetto nei confronti della dignità altrui a fronte dell'esasperata cura del proprio interesse personale. Uno a uno, specie nel momento in cui inizia il gioco "io non ho mai", tutti i personaggi rivelano le menzogne che tengono in piedi i loro rapporti interpersonali, le azioni poco edificanti che hanno compiuto alle spalle degli "amici" per un proprio tornaconto, talvolta anche misero. Su tutti in questo girone infernale (in realtà la vita di tutti i giorni) spicca proprio Blair, la quale inizialmente riveste il ruolo di protagonista vergine da slasher (sembrerebbe esserlo anche letteralmente e inoltre Mitch insiste sul fatto che ella non menta mai) ma con l'avanzare del minutaggio si rivela essere fedifraga, menzognera e persino l'artefice materiale del video che ha portato la sua ex amica Laura al suicidio (per non parlare delle decisioni volontarie di provocare la morte sia di Adam che del suo ragazzo. Quali certezza restano all'uomo contemporaneo se persino la sacralità della vergine lascia spazio all'abilità nel manipolare il prossimo?

In conclusione Unfriended pur con le sue ingenuità e senza aspirazioni autoriali di sorta pone numerosi quesiti e genera riflessioni non indifferenti nello spettatore, sul piano formale con il suo utilizzo delle attuali tecnologie informatiche e comunicative, sul piano narrativo con un ammodernamento del genere teen horror e persino sul piano etico.
Fatemi sapere cosa ne pensate.

mercoledì 21 settembre 2016

LOST IN TRANSLATION: BENVENUTI NELL'ERA DELL'INCOMPRENSIONE

Reduce dall'ottimo riscontro critico ricevuto dall'opera prima The Virgin Suicides (1999) la figlia d'arte Sofia Coppola scrive, dirige e produce Lost In Translation, arrivato nelle sale nel 2003. La seconda prova della cineasta si rivela un successo strepitoso in tutti gli ambiti grazie a incassi superiori ai 100 milioni di dollari, recensioni entusiaste e addirittura la vittoria di numerosi premi, tra cui persino l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale e ben tre Golden Globe.

La trama della pellicola è molto semplice e scevra di veri e propri avvenimenti. Protagonisti sono due americani che si ritrovano per motivi diversi per alcuni giorni a Tokyo: Bob Harris (un Bill Murray che, complice una certa dose di somiglianza con il personaggio interpretato, regala una performance straordinaria) è un attore di mezza età che si ricicla pubblicizzando una marca di whisky, mentre Charlotte (una Scarlett Johansson agli esordi eppure assolutamente adatta al ruolo) è una ragazza laureata in filosofia e sposata da due anni con un fotografo, preso più dal suo lavoro che dalla moglie, che ha ricevuto proposte di lavoro in Giappone. Due persone agli antipodi vengono accomunate dalla stessa crisi esistenziale e dallo stesso hotel, tanto da farli avvicinare nonostante il pochissimo tempo trascorso insieme.
Con una sinossi simile Lost In Translation potrebbe apparire una tipica commedia romantica hollywoodiana ma basta la prima inquadratura a catapultare lo spettatore in un prodotto di ben altra levatura; sia la regia che la penna di Sofia Coppola sono subito riconoscibili per intimità ed eleganza nel tratteggiare un amore completamente diverso da quello del cinema classico. La più grossolana ma non per questo meno importante cesura nei confronti della tradizione è l'assenza dell'immancabile scena di sesso tra i due innamorati, che di solito arriva a suggellare il sentimento sviluppatosi fra di essi: Bob e Charlotte non solo non hanno mai rapporti fisici (al massimo si scambiano un commovente bacio nel finale) ma limitano al massimo qualsiasi contatto fisico stando al contempo sempre molto vicini l'uno all'altro.

Perché i personaggi principali sentono questo grande bisogno di vicinanza priva di sessualità? Il motivo risiede in quella sensazione che pervade tutto il film e che ho citato nel titolo della analisi in atto, ovvero l'incomprensione, avvertita a livelli diversi ma aventi la stessa importanza. Il primo livello risulta essere chiaramente di tipo linguistico/ambientale visto che nessuno dei due parla o capisce bene la lingua del paese in cui si trovano e si sentono spaesati da una cultura che non conoscono, aliena a livelli stratosferici. La Tokyo immortalata dalla figlia di Francis Ford Coppola appare una giungla urbana sempre in movimento, piena di colori abbaglianti e popolata di figure estranee e dai comportamenti imprevedibili. Charlotte sembra all'apparenza districarsi con una certa disinvoltura in questa realtà (è sempre lei a far conoscere nuovi posti e nuove persone all'amico interpretato da Bill Murray) eppure non riesce mai a trovarsi a suo agio, appena può cerca sempre l'evasione e non riesce a comunicare davvero con nessuno, soprattutto con suo marito. Bob d'altro canto arriva nel paese nipponico controvoglia (emblematica la sequenza in cui dice di trovarsi a far una pubblicità per due milioni di dollari quando avrebbe potuto essere su un qualche set a recitare) e si ritrova circondato da persone che o non parlano la sua lingua oppure lo fanno in modo sbrigativo e claudicante in una città agli antipodi del suo carattere pacato, quasi citazionista dei divi del cinema classico americano (non possono essere casuali i numerosi riferimenti a grandi star quando cerca l'espressione giusta per il fotografo della pubblicità). La frenesia e la freddezza della capitale giapponese non fanno che aumentare il senso di solitudine provato dai protagonisti, i quali per questo si rifugiano sempre nella calma intima dell'hotel, veicolando così una non troppo velata critica allo stile di vita asettico del mondo contemporaneo.

Tutto ciò porta finalmente a riflettere sul livello di incomprensione che maggiormente accomuna Bob e Charlotte, ossia quello più legato alla sfera sentimentale ed emozionale. I due americani, nonostante la differenza d'eta e di stili di vita, si trovano in una profonda crisi interiore dovuta all'impossibilità di realizzare le proprie aspirazioni e soprattutto di comunicare i propri stati d'animo alle persone che dovrebbero essere più vicine, i rispettivi coniugi. Questa condizione simile viene quasi fiutata dai due nel momento in cui si trovano nello stesso luogo e li porta ad avvicinarsi delicatamente, quasi come se fossero due adolescenti alle prese con tutti i timori tipici del primo amore. Proprio come tra due quattordicenni il sentimento, inizialmente nato come amicizia, si rafforza in un lasso di tempo di pochi giorni fino a diventare amore ma sempre in maniera delicata, da un lato per il desiderio di mantenere una certa rispettabilità (in fondo sia Bob che Charlotte sono sposati) ma dall'altro anche per la paura ad aprirsi con gli altri maturata appunto dalla freddezza mostratagli dai compagni. A rendere veramente credibile il flebile crescendo di un amore così anomalo è, oltre alla recitazione ben al di sopra della media dei due attori protagonisti, la regia della Coppola, leggiadra quasi ai limiti del glaciale ma anche abbagliante quando ritrae le luci sfolgoranti della Tokyo odierna.

A concludere la parabola emotiva di Lost In Translation e anche questa riflessione si trova inevitabilmente il mistero legato a ciò che Bill Murray bisbiglia a Scarlett Johansson nel loro ultimo incontro e che porta i due a sorridere nonostante la separazione imminente; probabilmente l'uomo, oltre a confessare il suo amore per la ragazza, le promette un futuro prossimo insieme ma questa è soltanto un'ipotesi, persino la cineasta è rimasta allo scuro delle parole pronunciate sottovoce in questa sequenza!
Siate liberi di condividere qui le vostre ipotesi sul finale e le eventuali riflessioni scaturite da questo post.

giovedì 11 agosto 2016

LIBERACI DAL MALE: LA COMMISTIONE DI GENERI NELL'HORROR POSTMODERNO


Nel 2014, reduce dal grande successo di pubblico e critica di Sinister (sì sono un po' fissato scusate) Scott Derrickson dirige e scrive insieme a Paul Harris Boardman Liberaci Dal Male (Deliver Us From Evil). Questa nuova prova del cineasta di Denver non può più puntare a essere una rivelazione come la precedente perché le aspettative nei suoi riguardi sono diventate molto (probabilmente anche troppo) alte da parte sia degli appassionati di cinema dell'orrore che della critica, alla stregua di ciò che accade a ogni nuova fatica di James Wan (Saw, 2004; Insidious, 2010; Furious 7; 2015), cosa che ha portato una buona parte sia dell'utenza a bocciare il lungometraggio nonostante alcuni spunti interessanti ed elementi ricorrenti della filmografia del regista.
Protagonista di Deliver Us From Evil è il poliziotto newyorkese Ralph Sarchie, interpretato da un ex beniamino di Hollywood come Eric Bana (Black Hawk Down di Ridley Scott, 2001; Hulk di Ang Lee, 2003; Troy di Wolfgang Petersen, 2004), un uomo che credeva di aver assistito a qualsiasi forma di espressione del male ma che suo malgrado si ritrova invischiato in una serie di casi collegati dalla figura inquietante e diabolica dell'ex marine Santino (Sean Harris). La disillusione e la perdita di fede dell'agente di origine italiana lo portano a negare la natura ultraterrena del nemico che deve affrontare ma in suo soccorso irrompe nella sua vita un prete tutt'altro che esemplare (Padre Mendoza, interpretato dall'ottimo Edgar Ramirez).

La premessa che apre il film è una di quelle più abusate dl genere horror degli ultimi decenni, ovvero l'ispirazione a fatti realmente accaduti, che però in questo caso risulta molto meno pretestuosa del solito visto che la fonte per il soggetto è il libro del vero Ralph Sarchie, Beware The Nights, in cui descrive le sue indagini ricche di elementi paranormali. Derrickson decide in realtà di creare una storia solo ispirata al libro e questo non può che farci capire quanto la lente d'ingrandimento del regista si focalizzi su ben altri aspetti rispetto alla veridicità o altre velleità tipiche della settima arte.
Scorrendo a ritroso la sua filmografia è impossibile non carpire la presenza fissa del tema della difficoltà odierna nel credere in Dio, credere nel suo amore quando si è circondati da tanta sofferenza e tanta brutalità. Sarchie dice esplicitamente di essere cattolico ("sono di origine italiana") ma dopo aver visto ogni notte le peggiori depravazioni che l'uomo possa compiere e soprattutto dopo il caso di un assassino di bambini da lui pestato fino alla morte smette di frequentare la Chiesa, nonostante moglie e figlia vadano a messa ogni domenica, e abbandona l'idea che l'amore del Signore possa essere presente sul pianeta. Gli orrori vissuti in prima persona ogni singola notte dall'uomo lo rendono anche distante dai suoi cari nel tentativo di proteggerli da questo stesso inconfessabile male. Persino la figura campione di moralità per eccellenza, il prete, è impersonata da un ispanico dal passato tormentato, fumatore e bevitore accanito e che proprio a causa degli errori compiuti tempo addietro rischia di soccombere agli inganni del demone all'interno di Santino.
Avrete capito quanto sia oscura la New York portata sugli schermi dalla pellicola e a sottolinearlo troviamo anche la fotografia e le musiche tetre del maestro Christopher Young. Proprio fotografia e colonna musica possono essere usati come esempi dell'elemento di maggior fascino e al contempo di rimpianto del film: la coesistenza al suo interno di elementi di generi diversi. Liberaci Dal Male inizia con una sequenza ambientata in Iraq che passa con disinvoltura dal war movie all'horror nel momento in cui le inquadrature da oggettive diventano soggettive del cinereporter del gruppo di marines. Una volta terminato l'incipit lo spettatore viene catapultato in un contesto completamente diverso, la metropoli notturna, bagnata dalla pioggia fitta e teatro del ritrovamento del cadavere di una bambina da parte del protagonista. Chiunque abbia una certa dimestichezza con il cinema soprattutto americano capisce di trovarsi in un contesto tipicamente thriller, o forse sarebbe quasi meglio definirlo neo-noir (pensate anche solo a Seven). La splendida fotografia sottolinea con i suoi toni oscuri questa vena del film eppure man mano che la figura di Santino si insinua nelle indagini di Sarchie le atmosfere diventano sempre più orrorifiche, con grande merito della colonna musica, fino a sfociare definitivamente nel filone demoniaco con il rito finale.

Come se non bastasse si possono chiaramente trovare elementi tipici di generi ancora diversi, come il rapporto tra il protagonista e il suo partner spaccone che ricordano molto i cosiddetti buddy movie in stile Arma Letale (Lethal Weapon; Richard Donner; 1987).

Purtroppo questo calderone allestito dal regista dell'imminente Doctor Strange non sempre è ben bilanciato e come hanno riscontrato molti critici la sezione thriller risulta più interessante e scevra di banalità rispetto a quella demoniaca (non si può certo dire che l'esorcismo a basa di latino sia una grossa novità in sala) ma rende il lungometraggio una di quelle gemme grezze che con affascinano pur con le loro imperfezioni.
In conclusione non potevo non citare uno degli elementi più misteriosi e gustosi allo stesso tempo di Deliver Us From Evil: l'uso delle canzoni dei Doors sia a livello diegetico che extra. Coloro che sono posseduti da Santino citano nei loro deliri versi scritti da Jim Morrison e anche il protagonista, dotato di un dono che gli permette di captare il male, spesso sente risuonare nella propria testa i brani della celeberrima band. Nessuna vera spiegazione viene fornita e quindi le teorie a tal proposito possono essere tante.
Fatemi sapere cosa ne pensate.