Quando si parla di cinema di genere italiano o, ancor più nello specifico, di giallo i primi nomi che vengono in mente sono sempre Argento, Bava e Fulci. Nello stesso periodo, però, l'industria nostrana, vista anche la volontà di cavalcare l'onda dello strepitoso successo commerciale, almeno tra 1971 e 1974, del filone, ha dato modo a molti altri registi di girare opere analoghe, molte delle quali di valore non inferiore ai lavori dei succitati maestri. Tra questi cineasti meno noti al grande pubblico, così come agli appassionati di horror e thriller, vi è Antonio Bido, che nel genere ha girato solamente due pellicole, entrambe però di una qualità nettamente superiore alla quantità. Il secondo giallo da lui diretto è Solamente nero, distribuito nel 1978, in un momento storico in cui il filone era già in grande flessione, e forse anche per questo necessita di un'operazione di riscoperta, al netto delle plurime edizioni in blu-ray realizzate all'estero, dove il nostro cinema di genere è ancora oggi molto più apprezzato e valorizzato.
Il lungometraggio vede il ritorno a Venezia di Stefano (Lino Capolicchio), professore universitario reduce da una grave crisi psicologica, oltre che da una lunga assenza dalla città d'origine. Qui ritrova il fratello prete Paolo (Craig Hill), che lo accoglie amorevolmente, salvo però illustrargli una situazione nel vicinato ben peggiore rispetto a quando il docente ha lasciato la laguna. Proprio in corrispondenza al suo arrivo in città una serie di omicidi, accompagnati da lettere minatorie rivolte a Don Paolo, coinvolgono il protagonista, il quale, a causa di alcuni vaghi ricordi del passato che gli fanno visita in sogno, sente di dover risolvere, trovando in Sandra (Stefania Casini), giovane artista, una complice per le indagini e una compagna nella vita sentimentale.
Già dalla prima apparizione del protagonista, immerso peraltro in una nebbia spettrale degna di un passo dei Canti di Ossian, Solamente nero non nasconde una certa filiazione dal ramo più tardo del giallo all'italiana, quello ben ancorato nella provincia e nei suoi meandri più oscuri, esploso grazie a Pupi Avati e al suo La casa dalle finestre che ridono (1976), ribattezzato da molti con il suggestivo appellativo di "gotico padano". Bido, vista anche la formazione giovanile tra cinema sperimentale e documentario, non è in realtà nuovo a questo approccio al filone, dato che già il precedente Il gatto dagli occhi di giada (1977) poneva la seconda parte del racconto nel centro storico di una Padova tanto plumbea quanto sinistra. Di quel primo tentativo il successivo thriller recupera la dimensione più vernacolare del milieu veneto, privilegiando l'uso del dialetto o dell'italiano dialettale, una variegata stratificazione sociale dei personaggi in scena, che vanno da anziani nobili fino a semplici manovali, a discapito della più tipica immagine di Venezia come città d'arte invasa da turisti provenienti da ogni angolo del mondo. La Serenissima agli occhi di Bido somiglia molto di più a un qualunque borgo della provincia centrosettentrionale, con la quale condivide non soltanto uno stile di vita che sembra fermo agli anni precedenti al Boom economico, ma soprattutto una certa chiusura verso tutto ciò che viene percepito come straniero, esterno alla ristretta comunità locale. Stefano, ad esempio, pur essendo nato lì non viene mai trattato come un vero abitante della città a causa della sua lunga assenza, così come Sandra, in quanto giovane donna single e dedita a un'attività lontana dalla manualità più proletaria.
La circospezione con cui viene trattato chiunque provenga dall'esterno si accompagna a una lunga serie di segreti, di polvere nascosta sotto al tappeto che viene accennata a più riprese dal racconto, salvo poi lasciare tutto nel regno del sottotesto, come se il narratore volesse riflettere l'atteggiamento sostanzialmente omertoso delle piccole comunità rurali, come quella padana del summenzionato capolavoro di Avati. Gli omicidi al centro della narrazione, difatti, rappresentano solamente la punta dell'iceberg di una miriade di non detti, che coinvolgono qualunque personaggio e sembrano essere al contempo noti da tutti ma interdetti da ogni accenno esplicito. Si pensi in tal senso alla seconda vittima del killer, il conte Mariani (Massimo Serato): ancora prima che appaia fisicamente in scena lo spettatore viene informato, attraverso le parole piene di disprezzo e condanna, della sua propensione sessuale verso i minori; ciononostante vive tranquillamente nella sua lussuosa villa, frequentata da adolescenti che evidentemente lusinga economicamente per ricevere favori di ben altra natura. Tutti, persino Don Paolo, sembrano tollerare, seppur con ribrezzo, i suoi abusi, come se non fosse possibile denunciarlo alle forze dell'ordine, che non a caso vengono incarnate da carabinieri inetti e pettegoli, intenti più a commentare con riprovevole maschilismo la relazione tra Stefano e Sandra rispetto a indagare sui crimini in corso.
L'inettitudine della polizia è uno dei tanti topoi che Bido recupera dai capisaldi del giallo all'italiana, che, a una tale altezza cronologica, era ormai arrivato a una maturità tale da poter lucidamente riflettere sui propri motivi ricorrenti e utilizzarli con intenti metariflessivi. Dal nome e l'attore che danno il volto al protagonista (Stefano come il restauratore de La casa dalle finestre che ridono) al suo bisogno di agire come un detective senza esserlo di professione, passando per il ruolo centrale svolto dall'arte nell'intreccio, i riferimenti ad altre pellicole del genere sono così espliciti e letterari da non poter essere semplici segni di pigrizia nella scrittura. L'autore, al contrario, complica a tal punto la pista investigativa, persino per gli standard del giallo all'italiana, da renderlo il vero sottotesto rispetto al vero fulcro della narrazione, ovvero il crogiolo di peccati e conseguente colpa che si annida in quello che sembrerebbe uno spaccato ideale di quella realtà incontaminata che molti cineasti coevi rimpiangono, mentre attaccano aspramente la progressiva svolta borghese dell'Italia del secondo dopoguerra. Il cineasta padovano sembra condividere la volontà di privare di ogni manto di mitizzazione postuma il passato agricolo italiano con il Fulci di Non si sevizia un paperino (1972), dove una tipica comunità immersa nella campagna meridionale cela un sottosuolo di perversioni e crudeltà che non ha niente da invidiare alla presunta corruzione morale della grande città e della modernità arrivata dall'America.
Solamente nero ci dice, dunque, che l'omicidio è soltanto il punto di non ritorno di una meschinità ben radicata nell'animo umano, a ogni latitudine e in ogni tempo, per cui anche la detection cede il passo all'incomprensibilità del Male, come lo era la realtà fenomenica in un altro thriller decostruito quale Blow-up (Michelangelo Antonioni, 1966).




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