giovedì 17 novembre 2016

OPERAZIONE U.N.C.L.E. : LA RIVOLUZIONE VINTAGE DELLA SPY STORY

Al 2015 risale l'ultima (per ora) fatica del celebre cineasta britannico Guy Ritchie (Snatch, 2000; Sherlock Holmes, 2009), una sorta di origin story o prequel dell'omonimo serial televisivo (Sam Rolfe, Norman Felton, 1964-68): The Man from U.N.C.L.E, ribattezzato in Italia Operazione U.N.C.L.E. Scritto, diretto e prodotto dal regista simbolo del pulp inglese anni 90 la pellicola arriva nelle sale a pochi mesi dal successo strepitoso di un'altra spy story ricca di humour e diretta, tra l'altro, da un autore dalla cifra stilistica sopra le righe proprio come lui; mi riferisco a Kingsmen: The Secret Service (Matthew Vaughn), il cui riscontro estremamente positivo ha creato una dose di indifferenza nei confronti di Operazione U.N.C.L.E. decretandone così una solamente discreta accoglienza critica ma soprattutto una perdita notevole di appeal per il pubblico, fattore che molto probabilmente impedirà la realizzazione di un sequel auspicato invece dall'epilogo della pellicola stessa.

La trama del film in analisi si rivela un topos del cinema spionistico, ovvero l'ennesimo tentativo da parte di agenti segreti disposti a superare qualsiasi limite legale e persino umano di sventare un piano che mette a rischio l'intero pianeta. A distinguere l'opera di Guy Ritchie già da un punto di vista puramente narrativo è la scelta di ambientare il tutto nei primi anni 60, nel pieno della guerra fredda e per di più le spie protagoniste sono le più improbabili che potessero collaborare per la salvezza dell'umanità: un ex (neanche tanto) ladro di opere d'arte con la mania per gli oggetti raffinati e le donne e ora agente della CIA (soltanto per evitare il carcere) interpretato da un carismatico Henry Cavill; un agente del KGB fisicamente sovrumano ma fin troppo preda delle proprie emozioni (Armie Hammer) e una meccanica di Berlino Est che segretamente lavora per il governo britannico portata sullo schermo da una Alicia Vikander che riesce quasi a rubare del tutto la scena persino ai suoi due compagni d'avventura. Se a questo si aggiunge un villain mai visto come la diabolica imprenditrice italiana Victoria Vinciguerra (Elizabeth Debicki), l'ambientazione spostata per gran parte dei 116 minuti in alcuni dei luoghi più splendidi del nostro paese e personaggi minori ma che
restano impressi come il torturatore nazista e il capo del servizio segreto britannico impersonato con perfetto charme da Hugh Grant capirete di trovarvi di fronte a una variazione sui canoni del genere non indifferente.

Messe in tavola le carte che riguardano le vicende narrate appare evidente la volontà di Guy Ritchie di imprimere il suo riconoscibilissimo marchio all'ennesimo sottogenere del cinema d'azione con cui si cimenta; Operazione U.N.C.L.E. infatti riprende molti dei più noti topoi del filone a cui appartiene ma rileggendoli attraverso molteplici chiavi di lettura, tutte tipiche dello stile del suo autore. Il filtro dell'autoironia è chiaramente quello che traspare per primo grazie alla sequenza d'apertura: l'agente Napoleon Solo (Henry Cavill) ha certamente i tratti del superuomo in stile James Bond ma già nell'inseguimento a Berlino est dimostra di essere tutt'altro che infallibile e si ritrova quasi sempre in situazioni pericolosa a causa dei propri "vizietti" e dell'estrema fiducia nelle sue capacità. Allo stesso modo il burbero russo di Armie Hammer non solo parodia molte delle caratteristiche attribuite ai sovietici da tanto cinema mainstream (si pensi all'Ivan Drago presente nel Rocky IV diretto da Sylvester Stallone nel 1985) ma quando si trova a dover fare squadra con il collega statunitense innesca degli sketch comici tanto esilaranti quanto taglienti verso la rivalità USA/URSS.

Insomma la pellicola è in realtà un buddy movie che fa il verso alla serietà del cinema d'azione passato come molti prodotti postmoderni degli ultimi anni? Assolutamente no, c'è molto di più in gioco. Come ho accennato precedentemente un'altra lente attraverso cui il regista di Snatch rilegge il genere spionistico è il preziosismo dell'ambientazione, in questo caso una Europa anni 60 divisa tra due poli opposti:da una parte lo squallore e l'angoscia che regna nella Berlino scissa mentre dall'altra si trova il benessere e il glamour dell'Italia del boom economico, della "dolce vita". Proprio "glamour" sembra essere la parola chiave alla base della ricostruzione dell'epoca da parte del cineasta inglese, il quale non si limita a renderla facilmente riconoscibile (l'inserimento nella colonna musica di brani come Il mio regno di Tenco ad esempio è non solo una finezza storica ma risveglia la nostalgia per quel decennio in qualsiasi spettatore) ma la rilegge appunto attraverso un'ottica "vintage" che avvicina l'estetica del lungometraggio a quella di uno spot di profumi o di alcolici raffinati che mescolata al montaggio estremamente personale tipico di Ritchie crea un cocktail ricco dei più disparati sapori: cinema, serial, pubblicità e persino fumetto. Interessantissime risultano per l'appunto le scelte operate in fase di montaggio, che invece di percorrere la ormai battutissima strada dello stile da videoclip opera per ellissi e continui balzi temporali; tutti i momenti di transizione vengono tagliati di netto e persino sequenze che dovrebbero costituire il cuore del genere, come l'invasione della base segreta dei Vinciguerra, vengono ridotte all'osso o addirittura raccontate in poche rapide inquadrature soltanto dopo averne già mostrato le conseguenze.

In conclusione Operazione U.N.C.L.E. risulta una rilettura pienamente autoriale di un genere che ha saputo trovare numerose conversioni con il cinema contemporaneo ma che mai come in questa opera, a mio avviso, aveva omaggiato un glorioso passato con una visione artistica pienamente attuale.

giovedì 10 novembre 2016

CHE VUOI CHE SIA: L'ITALIA DELLA CRISI ECONOMICA E MORALE

A un anno dal grande successo di Noi e la Giulia (2015) Edoardo Leo torna a dirigere e interpretare un nuovo lungometraggio e anche stavolta non delude con Che vuoi che sia, arrivato nelle sale ieri. Fedele alla propria direzione artistica da director l'interprete di Smetto quando voglio (Sydney Sibilla, 2014) propone ancora una volta una commedia venata di riflessioni molto amare su vizi e brutture dell'Italia odierna ma in questo caso dando ancor più spazio alla venatura critica rispetto al lato maggiormente guascone, nonostante questo aspetto rimanga e diverta molto.

Protagonisti della pellicola in analisi sono Claudio (lo stesso Edoardo Leo) e Anna (Anna Foglietta), una coppia alle prese con gli effetti della crisi economica nonostante la voglia di lavorare e far valere i propri studi. Lui è un ingegnere informatico che si arrangia con qualche lavoretto saltuario ma che ha in mente la progettazione di una app virtualmente di grande appeal commerciale mentre lei lavora come docente a tempo determinato. Claudio espone il proprio progetto a un finanziatore (un ragazzino viziato proprietario di una non chiara società informatica che non può non essere una parodia del creatore di un certo social network...) il quale a sorpresa gli "consiglia" di esporre ila sua app in un sito di crowdfunding in modo da arrivare a raccogliere almeno da ventimila euro, la cifra minima per far decidere al giovane di investire direttamente. A conferma del periodo nero vissuto dalla coppia di precari la app non ha successo sul sito di raccolta fondi e così una notte, in seguito a una sbronza, girano e postano sulla stessa pagina web un video in cui prendono in giro gli italiani rei di usare internet solo per la pornografia e, per scherzo, affermano che qualora raggiungessero la cifra inizialmente pattuita i due girerebbero e posterebbero un video porno. Una bravata quando finisce in pasto alla rete non resta mai tale e quindi finisce per rivoluzionare la vita di entrambi.

Fin da questa breve sinossi appare chiaro il target a cui mira il feroce attacco di Edoardo Leo: l'ossessione per i social network come nuova frontiera del conformismo tutto italico che trasforma i singoli individui pensanti in una massa indistinta che segue la stessa moda, di qualsiasi tipo essa sia e per quanto meschina possa essere. Ciò che le vicende tragicomiche (e fin troppo reali se si pensa alla vicenda di Tiziana Cantone) vissute da Claudio e Anna dimostrano è quanto la crisi economica, da cui il nostro paese non riesce proprio a riemergere, sia diventata ben più grave dal punto di vista morale piuttosto che economico; in fondo vengono mostrati numerosi personaggi che sperperano il denaro per le ragioni più assurde (emblematico quanto esilarante il dialogo tra l'ingegnere interpretato dal regista e un suo cliente a cui ripara continuamente il pc a causa della sua fissazione per i siti hard più spinti e persino a pagamento), quasi a dimostrare un ipotetica proporzione inversa tra serietà/preparazione professionale e benessere economico. La crisi a quanto pare non colpisce indiscriminatamente, bensì attacca e affonda coloro che credono ancora nei sentimenti e nella dignità personale, mentre non scalfisce chi svende il proprio corpo e la propria mente per entrare a far parte della massa informe schiava dei social network. 
A mio avviso il video pornografico diventa per il cineasta romano un espediente, un pretesto rumoroso per mostrare questa ossessione che è in realtà ben più grave di quella per per gli stessi materiali hard e provarlo è la bellissima sequenza, una delle migliori dal punto di vista estetico, in cui lo zio di Anna (uno straordinario Rocco Papaleo) fa una passeggiata mentre i protagonisti stanno girando il famoso video in streaming e nota, con vero e proprio terrore, che tutte le persone che incontra, di qualsiasi età, sesso o estrazione sociale sono immobili a guardare su qualsivoglia schermo il suddetto evento virale. Solitamente la pornografia online è fruita soprattutto dal sesso maschile e certamente non in luoghi pubblici (il senso del pudore scaturito dalle influenze cattoliche nella nostra cultura spesso neanche fa ammettere alle persone di praticare la masturbazione) eppure basta che un del materiale sessualmente esplicito diventi una moda del web perché persino la più castigata delle signore o delle ragazzine si metta a guardarlo senza vergogna in una piazza. Pazzesco ma fin troppo vero.

Come se non bastasse l'attualità delle riflessioni appena esposte Che vuoi che sia si avvale di una regia minimalista ma capace anche di alcuni momenti estremamente raffinati, come ad esempio il piano sequenza a inizio film che mostra la routine mattutina dei protagonisti o alla sequenza in discoteca, oltre che di attori in grande forma, soprattutto Rocco Papaleo che, parafrasando un leitmotiv di Claudio, negli Stati Uniti avrebbe ricevuto apprezzamenti infinitamente maggiori, magari anche una candidatura all'Oscar (perdonatemi la piccola provocazione).
Tirando le somme dell'analisi dell'ultimo lungometraggio partorito dal director di Buongiorno papà ciò che veramente lo rende interessante ed estremamente consigliato è la capacità di unire tutte le caratteristiche appena descritte all'interno di una struttura da commedia popolare che permette di riflettere a spettatori di qualsiasi caratura intellettuale e per di più di farlo con un divertimento mai banale. 

mercoledì 9 novembre 2016

RANGO: UN CAMALEONTE ALLA RICERCA DELLA PROPRIA STORIA

Per la prima volta in questo spazio virtuale ho deciso di occuparmi di un film di animazione (sfera della quale in realtà mi interesso assiduamente) ma nel farlo ho optato per un caso estremamente singolare: Rango, pellicola del 2011 diretta, a conferma dell'eccezionalità dell'operazione, dall'esordiente nel mondo animato Gore Verbinski (The Ring, 2002; Pirates of the Carribean: The curse of the Black Pearl, 2003). La pellicola, nonostante un modesto successo al botteghino se paragonato agli enormi costi di produzione, ha raccolto il plauso della critica aggiudicandosi persino l'Academy Award per il miglior film d'animazione, un risultato enorme considerando che di solito tale categoria vede trionfare sempre o quasi pellicole Disney o Pixar.

Protagonista del lungometraggio è un camaleonte senza nome dalle grandi ambizioni attoriali (non a caso viene doppiato dal trasformista per eccellenza a Hollywood Johnny Depp) nonostante viva praticamente segregato in un minuscolo terrario insieme a pochi oggetti con i quali immagina di mettere in scena grandi avventure. Durante un viaggio in auto il terrario cade dalla stessa rompendosi e così l'animaletto si ritrova da solo in una sperduta autostrada che attraversa il deserto del Mojave, dove incontra un armadillo (con la voce di Alfred Molina) che, come un vero e proprio guru, lo invita a seguire la difficile via che lo porterà a compiere il proprio fato. Tale strada porta il rettile nella piccola cittadina, ovviamente popolata da soli animali antropomorfi, di Dirt, che presenta tutte le caratteristiche della città di un western, cosa che costringe il protagonista a calarsi nel ruolo di pistolero coraggioso (dandosi finalmente un nome: Rango) e infallibile riuscendo addirittura a diventare sceriffo e dando inizio al momento cruciale per la sua crescita interiore.

Non è assolutamente facile inquadrare un prodotto come Rango all'interno degli schemi del genere che normalmente si applicano a produzioni americane di tale portata economica; persino nel più ovvio degli insiemi nei quali può essere inserito, quello dell'animazione digitale, risulta atipico in quanto realizzato da una compagnia, la Industrial Light & Magic, la quale di solito si occupa di effetti speciali nel cinema in carne e ossa e che anche per questo ha reso le animazioni molto più naturalistiche rispetto allo stile Disney. A conferma di tale posizione ai limiti da questo punto di vista ci sono addirittura le parole di Verbinski, il quale ha affermato di aver pensato solo in un secondo momento di utilizzare l'animazione mentre dall'inizio del progetto aveva sempre avuto in mente l'idea di girare un western.  Ecco la vera identità della pellicola o almeno quella che decide di crearsi perché, proprio come il suo protagonista, spesso cambia pelle (si pensi all'incipit pirandelliano) spiazzando lo spettatore ma alla fine trova la sua strada in questo sterminato repertorio che ha accompagnato tutto lo sviluppo della settima arte statunitense.

Eppure anche all'interno di tale genere Rango risulta una singolarità in quanto, come ho appena affermato, il suo omonimo protagonista rappresenta un attore-sceneggiatore che, in una sorta di ibrido tra Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello e una riflessione metacinematografica vicina ai lavori di Charlie Kaufman, proprio quando sembrava essersi rassegnato alla vacuità della propria esistenza senza una storia da interpretare che sentisse propria intraprende un viaggio alla ricerca di essa. Nella sequenza iniziale il camaleonte dalla camicia hawaiana (chiaro riferimento al ruolo interpretato da Depp in Fear and Loathing in Las Vegas diretto da Terry Gilliam nel 1998) cerca di mettere in scena una trama cavalleresca ma si rende conto di non essere soddisfatto di essa e non solo perché gli altri personaggi sono interpretati da oggetti inanimati, quindi una volta ritrovatosi solo nel deserto cerca di sopravvivere nel solo modo che conosce, ovvero imitando gli altri e soltanto una volta calatosi nel ruolo del pistolero eroe della propria cittadina capisce di aver trovato finalmente la sua storia. Non a caso il momento di svolta nella ricerca del simpatico animaletto è rappresentato dall'onirica sequenza dell'apparizione dello "spirito del west" (Timothy Olyphant), una figura estremamente somigliante al Clint Eastwood protagonista della Trilogia del dollaro (1964,1965,1966) diretta da Sergio Leone che il regista di The Ring cita continuamente (si pensi al tema nel primo duello che cita esplicitamente il tema di Qualche dollaro in più realizzato da Ennio Morricone ma anche a finezze registiche come alcune inquadrature tipiche dello stile del cineasta italiano) innalzandola a maggiore fonte di ispirazione per il suo lavoro, nonostante non manchino anche citazioni di tutta la storia del genere western (dal periodo classico di John Ford e Howard Hawks fino ai cupi lungometraggi diretti dallo stesso Eastwood) o di altri capolavori hollywoodiani come Chinatown (Roman Polanski, 1974) e Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979).

In conclusione Rango rappresenta un interessante unicum all'interno del cinema d'animazione (e non solo) americano che riflette attraverso l'amore del proprio autore verso uno dei generi fondamentali sulla figura dell'attore ma anche, in una interpretazione che merita spazi ben maggiori, sullo smarrimento dell'essere umano ai giorni nostri tanto caro al cinema contemporaneo.

giovedì 3 novembre 2016

OUIJA - L'ORIGINE DEL MALE: COME GIRARE UN OTTIMO SEQUEL/PREQUEL DI UN PESSIMO FILM


Arrivato nel periodo dell'odierno Halloween nelle sale con ben poche aspettative Ouija - L'origine del male (Ouija: Origin of Evil) si è rivelato una sorpresa graditissima, soprattutto per la critica internazionale. Diretto da una delle maggiori promesse del cinema horror americano, quel Mike Flanagan autore di perle quali Oculus (2013) e Hush (2016), la pellicola si pone come prequel dell'anonimo Ouija (opera prima di Stiles White) uscito nel 2014 trovandosi quindi nella scomoda posizione di dover portare avanti un eventuale franchise voluto dai potenti produttori Jason Blum e Michael Bay ma sul quale, viste le scarse qualità del primo lungometraggio, nessuno avrebbe scommesso neanche un centesimo.
La trama di questo prequel si svolge nel 1967 e narra le vicende della famiglia in pieno lutto a causa della morte dell'unica figura maschile formata da Alice Zander, una presunta medium, e le due figlie Lina e Doris. Le tre cercano di sopravvivere ai problemi emotivi ed economici con delle finte sedute spiritiche a pagamento che però non bastano a ripagare gli ingenti debiti che le assillano. La situazione cambia radicalmente quando, quasi per disperazione, Alice compra una tavoletta ouija scoprendo che grazie a essa la più piccola delle figlie riesce realmente a comunicare con gli spiriti e forse persino con il padre defunto. Ovviamente le entità che entrano in contatto con Doris si rivelano tutt'altro che benevole.

Chiunque abbia visto il primo episodio della saga potrebbe apprezzare l'opera di Flanagan anche solo per come abbia chiarito e dato un minimo di senso all'unico spunto interessante che vi si poteva rintracciare. Il cineasta in questione è però tutt'altro che un mero mestierante e anzi rivela persino in una causa quasi persa in partenza tutto il suo bagaglio tecnico e di esperienza nel genere nel quale si è sempre mosso con disinvoltura. La prima azzeccatissima scelta registica in cui si imbatte lo spettatore è la contestualizzazione accuratissima che si fa notare già dai titoli di testa: la pellicola è permeata delle atmosfere, la tecnologia (anche cinematografica), i colori e soprattutto le tensioni morali degli anni 60, come rivelano i pregiudizi di cui è vittima Alice in quanto donna che deve provvedere da sola a mantenere la famiglia o il naufragare dell'evidente attrazione sessuale tra lei e il prete Thomas. Nonostante gli appassionati di pellicole dell'orrore abbiano già assistito a scelte del genere nei due The Conjuring (James Wan; 2013, 2016) o in Insidious: Chapter 2 (James Wan; 2013) anche solo questo elemento crea una differenza qualitativa abissale tra i due esponenti del franchise basato sul famoso gioco da tavola della Hasbro. Alla ricostruzione molto credibile dell'ambientazione il giovane autore statunitense abbina un'ottima descrizione delle dinamiche emotive causate dalla morte dell'elemento cardine del nucleo familiare e in generale un'attenzione non usuale nel genere per la psicologia dei personaggi; a tal proposito ho trovato molto dolce e sottile la storia d'amore adolescenziale tra Lina e Mack, così innocente nell'oggettivarsi ma al tempo stesso coinvolgente, in pratica l'opposto di ogni rapporto amoroso tra giovani in un horror. Questa attenzione verso i personaggi porta lo spettatore a provare una vera empatia verso essi, a differenza degli insopportabili protagonisti del lungometraggio di Stiles White, e quindi ne amplifica anche le sensazione di angoscia e paura che per tutta la durata del film si basano sulla tensione ottenuta attraverso la sapiente regia dell'autore (ogni inquadratura risulta sempre impeccabile e alcune, come il primo piano su Doris che guarda in macchina mentre uno dei bambini che la maltrattavano si suicida a causa sua, sono da manuale)  e l'interpretazione terrificante (in senso positivo) della piccola Lulu Wilson, perfetta nel rendere sullo schermo la progressiva sconfitta dell'innocenza da parte del male attraverso la mimica e le contorsioni corporee.

In conclusione potreste chiedervi se sia bastato veramente un solo uomo a modificare radicalmente le sorti di un franchise da un stremo all'altro: ebbene la risposta è assolutamente positiva quando si affida una pellicola horror a un talento come quello di Mike Flanagan capace di dare una propria impronta come regista, sceneggiatore e montatore. In fondo molte tematiche di Ouija - L'origine del male sono tipiche del suo cinema, così come la costruzione dell'orrore ottenuta attraverso un sapiente lavoro sull'inquadratura richiama alla mente soprattutto Oculus. Insomma l'autore nel 2016 fa ancora la differenza, soprattutto quando si tratta di produzioni a basso budget in cui non ci sono estrosi divi o mirabolanti effetti speciali a poter salvare un prodotto scadente.
fatemi sapere la vostra opinione a riguardo.

giovedì 20 ottobre 2016

BED TIME: LA CRUDELTÀ COME MEDICINA PER LA SOLITUDINE

All'apice della propria notorietà Jaume Balaguerò (Fragile del 2005; REC del 2007) dirige nel 2011 il suo film più ambizioso e slegato alla sua vocazione per l'horror: Bed Time o meglio Mientras duermes. Accolta con grande entusiasmo dalla critica la pellicola non ha purtroppo avuto lo stesso successo commerciale dei due REC e non ha neanche assunto lo status di cult riservato dagli appassionati di cinema di genere ai mockumentary girati dall'autore spagnolo.

Protagonista delle vicende narrate in Sleep Tight (titolo statunitense) è il portiere César (magistralmente interpretato da Luis Tosar) il quale, dietro le sembianze di un solitario ma gentile e ordinario uomo di mezza età, nasconde una natura profondamente oscura: ogni notte si nasconde sotto il letto di Clara, una delle inquiline del condominio in cui lavora, la narcotizza e mette in pratica piani sempre più sinistri per renderle la vita un inferno. Il culmine delle crudeltà verso la donna viene raggiunto nel momento in cui subentra il fidanzato, il quale sospetta da subito delle vere intenzioni del protagonista.
Per chiunque sia avvezzo al cinema di Balaguerò risalta subito lo stile registico adottato in questa sua ottava fatica volutamente asciutto, privo delle sperimentazioni formali piuttosto ardite viste nei suoi lavori precedenti delle quali riprende solamente la predilezione per le ombre e le ambientazioni chiuse, più claustrofobiche possibile. Tornano alcuni suoi topoi come la radio e il condominio eppure uno spettatore accorto sente di trovarsi quasi di fronte a un regista del tutto nuovo.

L'essenzialità dello stile cela al suo interno una ricchezza narrativa ed emotiva estremamente notevole, come se volesse adattarsi alla figura di César, semplice all'apparenza ma carico di riflessioni al suo interno. La sequenza iniziale del lungometraggio risulta una vera e propria anticipazione di tutto quello che seguirà: una situazione di assoluta quotidianità ribaltata nel modo più inatteso dalle azioni del portiere, il tutto quasi sempre durante la notte, mentre il resto del mondo dorme e l'uomo vive al massimo la propria solitudine. Questa risulta essere la chiave di volta della narrativa, il tema prevalente, in quanto le azioni disumane svolte dall'uomo sono dettate dall'infelicità perenne causatagli proprio dalla solitudine e l'unico rimedio che riesce a trovare per non gettarsi nel vuoto per concludere una vita senza senso è quello di infliggere agli altri la stessa tristezza che prova, soprattutto a chi sembra essere capace di sorridere a qualunque avversità come Clara. Eccola, la medicina citata nel titolo dell'analisi in questione trova la sua forma più completa e come raramente capita nel cinema viene narrata dal punto di vista dello stalker, una delle figure più controverse e presenti nella giungla impazzita dell'occidente odierno, in primo luogo nelle vicende di cronaca nera decantate come un rito quotidiano dai media. La giovane donna diventa per il personaggio interpretato da Tosar più che un'ossessione, finisce per essere il suo unico amore e per questo inviarle inquietanti lettere anonime o sms non basta più innescando un vortice di abusi e violenze che trova il proprio abisso nella nascita di un bambino: il massimo dell'innocenza così come il simbolo di una vita che non potrà mai più essere la stessa per Clara.

Per quanto spietato e ingiustificabile sia il comportamento del portiere stalker la scelta del cineasta iberico di utilizzare il suo punto di vista per le vicende rappresentate fa in modo che lo spettatore si senta in qualche modo vicino all'uomo, quasi si identifichi con lui nonostante disprezzi la sua assenza di moralità. Una scelta già adottata nella saga dedicata al personaggio di Hannibal Lecter quindi non così innovativa certo ma che viene adottata per ben altri motivi: mentre il medico cannibale può essere considerato come una miscela delle più note figure di villain da film horror all'insegna della raffinatezza intellettuale César rappresenta l'estremo prodotto della solitudine causata dalle condizioni di vita nel mondo globalizzato, la stessa sensazione che colpisce in misure diverse tutti noi. In fondo tutti i personaggi messi in scena da Balaguerò sono soli (esemplare la sequenza in cui il protagonista sbatte in faccia a un'anziana inquilina la propria infelicità e le false attenzioni che riceve dagli altri) e provano risentimento verso gli altri, cosa che rende il perfido portiere una versione hitchcockiana e contemporanea del Travis Bickle di Taxi Driver (Martin Scorsese; 1976), una vittima prima che mostro.
Fatemi sapere se siete d'accordo con la mia analisi e magari anche con il forte paragone da me azzardato.

giovedì 13 ottobre 2016

THE BOX: QUANDO STILE E POETICA SONO UNITI DAL CAOS


Al 2009 risale The Box, il terzo e finora ultimo lungometraggio di uno dei cineasti che potrebbe esemplificare al massimo il lato oscuro di Hollywood: l'ormai dimenticato autore di Donnie Darko (2001) Richard Kelly. Riassumendo in pochissime righe una vicenda che meriterebbe un approfondimento differente, l'autore in questione esordisce proprio con la pellicola oggi cult appena citata inizialmente però passando in sordina, anche a causa di tempistiche poco fortunate (il film esce nelle sale in una America ancora profondamente ferita dall'11 settembre). Soltanto con l'uscita in home video e la versione director's cut la pellicola avente per protagonista Jake Gyllenhaal ottiene il riconoscimento che merita, anzi probabilmente ne ottiene anche oltre i suoi meriti artistici effettivi portando a idolatrare il proprio autore quale nuovo enfant prodige del cinema statunitense. Come il passato insegna aspettative troppo alte e improvvise portano quasi sempre a una rovinosa caduta nel mondo della settima arte e Kelly purtroppo non fa eccezione; la sua seconda fatica, Southland Tales del 2006, fallisce nella corsa a Cannes e diventa un clamoroso flop di critica e pubblico.
Spese poche ma doverose parole sulla situazione che anticipa l'arrivo nelle sale di The Box appare evidente quanto esso rappresenti l'ultima possibilità da un punto di vista hollywoodiano per il cineasta di Newport News e, come da scontatissimo copione degno di una pessima soap opera, il lungometraggio viene aspramente criticato incassando anche pochissimo.
Lungi da me voler propagandare la mia opinione a chi leggerà questa breve analisi ma ho trovato fosse necessario informare sul contesto intriso di negatività che permea l'opera in oggetto. La trama trae ispirazione dal racconto Button, Button del noto autore di fantascienza Richard Matheson e dal suo adattamento televisivo per l'episodio omonimo appartenente alla seconda serie del famosissimo Ai confini della realtà (The Twilight Zone; 1985-1989). Protagonisti sono i due coniugi Norma (Cameron Diaz) e Arthur Lewis (James Mardsen), i quali, in un momento segnato da vari problemi economici, ricevono una strana scatola contenente un pulsante. L'uomo che gliela consegna (un conturbante Frank Langella) riferisce alla donna che in caso lei e suo marito decidano di premere il pulsante in questione riceveranno un milione di dollari, causando però la morte di una persona sconosciuta. Arthur, che lavora come ingegnere alla NASA, analizza il congegno e non riuscendo a capire come possa rendere possibile circostanze tanto tragiche ne sottovaluta le reali capacità, un atteggiamento che unito alle ansie della consorte portano quest'ultima a premere di getto il tasto. Questa scelta, già preceduta da alcuni eventi inquietanti, porterà a conseguenze ancora più nefaste e ai limiti della ragione.

Forse anche a causa di trailer fuorvianti o per la scelta di riprendere, almeno in parte, materiale già molto noto al pubblico molti hanno commesso l'errore di aspettarsi un thriller piuttosto convenzionale almeno dal punto di vista narrativo, basando tutta la narrazione sulla scelta di premere o meno il pulsante. In effetti Kelly avrebbe potuto scrivere e dirigere una pellicola claustrofobica e tesa di questo tipo mantenendosi oltretutto molto fedele al materiale di partenza ma il regista di Donnie Darko ha deciso di restare coerente con la propria poetica e con le sue ambizioni, cosa che lo ha portato a superare l'operato di Matheson per creare un prodotto personalissimo. The Box è un film di Richard Kelly in tutto e per tutto, una caratteristica non da poco a mio avviso, ed eccone i motivi. Da un punto di vista formale ritornano per l'intera durata della pellicola le immagini oniriche, bizzarre tipiche dello stile del cineasta che traggono ispirazione dalle fonti più disparate (dalla fantascienza anni 50 al misticismo sia occidentale che orientale). Il montaggio rifiuta la frenesia tipica del contemporaneo e persino gli effetti speciali spesso richiamano un immaginario di altri tempi, anche in omaggio a The Twilight Zone. Narrativamente, ma anche visivamente, il lungometraggio mescola numerosi generi, tra i quali spiccano thriller, fantascienza, spionaggio, horror paranoico in stile L'invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers; Don Siegel; 1956) e racconto morale. Esattamente tutto ciò che ha sbalordito il mondo di Donnie Darko e che forse è risultato eccessivo in Southland Tales e per di più rafforzato da ottime performance di Cameron Diaz e Frank Langella. Una riflessione che porta a considerare il vero punto focale del cinema dell'autore di Newport News il caos, sia nel linguaggio che nella poetica, in quanto unico comune denominatore dell'esistenza umana e dell'universo in generale. Persino la più insignificante scelta può portare alle più imponenti conseguenze, così come i più immani sforzi dell'uomo possono fallire miseramente di fronte a forze più grandi, come dimostra il finale di The Box.

In conclusione voglio ribadire come non sia mia intenzione difendere un film, un regista o inculcare ai lettori le mie personali opinioni ma ho trovato interessante e coraggioso il tentativo di Richard Kelly di imporre a tutti i costi la propria visione della settima arte e della vita persino nell'opera che ne può decidere la carriera e per questo ho condiviso con coi un'analisi più lontana possibile dal contesto emotivo che ha condizionato i giudizi sul film alla sua uscita. Fatemi sapere cosa ne pensate.

martedì 11 ottobre 2016

THE CELL: L'IMMAGINIFICO VIAGGIO NEL SUBCONSCIO

Nell'ormai lontano anno 2000 trova un non indifferente spazio nella programmazione delle sale mondiali il debutto alla regia nel mondo del cinema di Tarsem Singh (The Fall, 2006; Immortals, 2011), precedentemente noto per aver diretto l'acclamato videoclip di Losing My Religion dei R.E.M. Il lungometraggio che lo introduce alla settima arte si intitola The Cell, in apparenza un thriller facente parte di quel filone inaugurato da Seven (David Fincher; 1995) ma che in realtà si presenta come una commistione di più generi al servizio dell'impressionante gusto visuale di Tarsem. La pellicola ottiene un riscontro di pubblico notevole ma divide la critica, la quale, soprattutto negli Stati Uniti, resta affascinata dalla regia e dallo stile visivo generale dell'opera ma ne lamenta al contempo la banalità per quanto concerne la sceneggiatura.

La tanto bistrattata trama di The Cell ruota attorno a due poli narrativi che verso la metà della sua durata si incontrano: da un lato viene presentata la macchina sperimentale che permette all'assistente sociale Catherine (Jennifer Lopez) di entrare nel subconscio di un bambino ridotto in uno stato catatonico a causa di una forma rarissima di schizofrenia, dall'altra parte invece la caccia al serial killer Carl Stargher (un Vincent D'Onofrio particolarmente ispirato) operata dagli agenti federali Peter Novak (il Vince Vaughn che più spesso ogni cinefilo vorrebbe ritrovare) e Ramsey (Jake Weber). Queste due linee narrative apparentemente agli antipodi anche dal punto di vista visivo (le esplorazioni di Jennifer Lopez nella mente altrui vengono rese su schermo attraverso fantastici scenari ricchi di colori, mentre il thriller con protagonista Vince Vaughn risulta molto più legato ai capisaldi del genere con i suoi ambienti bui e sporchi) si intrecciano nel momento in cui il killer viene finalmente acciuffato ma risulta trovarsi in uno stato di incoscienza simile a quello del bambino affidato a Catherine così, essendo l'uomo l'unico a sapere dove si trova l'ultima ragazza da lui rapita, gli uomini dell'FBI si affidano proprio alla tecnologia da lei usata per poter carpire l'informazione.

Persino da questa breve sinossi appare chiaro quanto sia superficiale ridurre la pellicola diretta dal cineasta indiano a una copia sbiadita del già citato Seven o Il silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs; Jonathan Demme; 1991). La ricerca di un serial killer sulla base del suo profilo psicologico risulta soltanto una minuscola componente del film, quasi uno specchietto per le allodole in modo da poter aumentare il bacino di utenza da un punto di vista economico e un pretesto per poter arrivare al cuore reale dell'opera: il viaggio nei meandri della psiche di uno psicopatico. La seconda metà della pellicola si svolge per la maggior parte del tempo nel subconscio di Stargher permettendo al director indiano di dare libero sfogo al suo sconfinato gusto per l'estetica. Ogni passo dell'assistente sociale interpretata dalla Lopez nella mente altrui la trasporta in mondi diversi che si adattano al carattere del "proprietario", cosa che porta l'esplorazione dell'inconscio del serial killer a diventare un vero e proprio tour dell'orrore ricco di riferimenti religiosi e artistici intervallati dai ricordi dell'infanzia tormentata dell'uomo. La ricostruzione dei traumi subiti dal personaggio portato sullo schermo da Vincent D'Onofrio appare tutt'altro che banalmente stereotipata grazie alla ricchezza di dettagli che richiamano l'immaginario ebraico-cristiano così come l'apparato immaginifico del mostro che infesta la sua mente si può dire degno dei peggiori incubi (anche qui i riferimenti all'arte figurativa così come al cinema horror sono finissimi).

In conclusione ciò che rende una visione realmente valida The Cell è l'unione di un patrimonio visuale tanto raffinato quanto conturbante a una attenzione per i meandri più nascosti della mente umana, senza pregiudizi morali o stereotipi psicologici da cinema classico. Con le sue sperimentazioni visive e sulle codifiche dei generi la pellicola di Tarsem Singh può essere considerata un'esponente assolutamente interessante dell'utilizzo del noir da parte del cinema contemporaneo come linguaggio per analizzare la complessità del vissuto attuale.